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Tag: attitudine

  • Serva

    Questo mio rapporto attuale è decisamente diverso dal precedente, che pure è stato importante, intenso e fondamentale per me.
    Quello è stato un rapporto fondato sulla crescita, l’educazione; il mio Padrone è stato un vero Mentore e mi ha permesso di conoscermi, accettarmi, arrivare ad una consapevolezza di me basilare per poter stare bene e procedere oltre.
    Adesso inizio a sentirmi libera di giocare.
    Come una serva che in cucina ruba una fetta di pane tagliandola sottile perché i Padroni non se ne accorgano, anche io ora rubo parole, attenzioni, gesti. Mi permetto una sfrontatezza che non mi conoscevo, ma che con evidenza si impone alla mia (e Loro) attenzione con la spontaneità che solo le attitudini innate e connaturate alla propria essenza sanno essere.
    Lo faccio anche perché questo rapporto, mi pare, concede un po’ di margine al divertimento.
    Il mio errore è stato considerare che dovesse essere identico al precedente, o almeno molto simile, ed ho faticato a comprendere il mio fastidio quando se ne discostava – pur essendo consapevole, o così credevo, che non potesse essere uguale.
    Ma il mio Padrone SadicaMente ha scelto per sé un nome assolutamente corretto: è un sadico, non un mentore; un educatore all’inglese con in mano un paddle, non un libro. Gioca con me come il gatto col topo; non ha impostato un rapporto terribilmente serioso in cui i ruoli siano gotici, vittoriani, rigidi e paurosi. Mi educa ad essere ciò che Lui desidera, che è il meglio che io possa dare, certo: ma gioca. Con cattiveria ed intelligenza.
    Ed io mi sento “autorizzata” ad essere un po’ SAM, quel famoso Smart Ass Masochist.
    Sto imparando molte cose.

  • Differenze

    Ci sono differenze significative nei rapporti bdsm, a seconda di come sono impostati.
    Fermo restando che due (o più) persone possono crearsi il loro proprio rapporto senza bisogno di affibbiargli un’etichetta, e che finché va bene a loro e tutto è Sano, Sicuro e Consensuale non c’è proprio nulla da obiettare – soprattutto non sterili polemiche su cosa sia e chi faccia “vero” bdsm; fermo restando questo, io distinguo due -diciamo- macrocategorie di rapporti bdsm: Top/bottom e Master/slave.

    In un rapporto Top/bottom il cardine sta sul gioco fisico, l’impact play; in questo ci sta il comportamento da SAM (Smart Ass Masochist, masochista furbastro), ovvero il bottom provoca il Top, riponde male, lo sfotte per ottenere mazzate più forti. Il Top sta al gioco e mena più forte. E’ un rapporto propriamente sado-maso. Può avere connotazioni ulteriori oltre il solo gioco fisico, ma non prevede o pretende l’obbedienza da parte del bottom se non nello spazio e nel tempo limitato della sessione.

    In un rapporto Master/slave il cardine sta nella sottomissione. Chi sta sotto accetta quello che decide chi sta sopra, anche se non gli piace; lo slave trae piacere dal sapere che il Master è soddisfatto, anche se lui stesso non lo è. Qui il giochino della provocazione, oltre che non essere appropriato, non conviene: il Master desidera sottomissione, e punirà la provocazione non con le mazzate (che possono piacere), ma in qualche modo davvero poco piacevole per lo slave – dal lavare la bocca col sapone al mettere in ignore. L’obbedienza è fondamentale e spesso difficile da attuare anche se desiderata dallo stesso slave.

    Consapevole di contraddire almeno in parte la premessa fatta all’inizio, io personalmente trovo il secondo tipo di rapporto più profondo, coinvolgente, complesso e “vero”. So che quella premessa è corretta; nonostante ciò, non posso fare a meno di sentire una più forte propensione verso il rapporto Master/slave.
    Richiede tanto di più; mette in discussione, alla prova; è difficile da vivere, e la ricompensa è tanto sottile quanto profonda. Si infiltra nella carne come un filo sottile che lega l’anima.
    Ed è quello che la mia anima agogna.

    Mi irrita vedere un bottom che si dà arie da slave e si riempie la bocca di parole come appartenenza, sottomissione, dono di sé, per poi pretendere, manipolare, puntare i piedi.
    Non voglio essere così.
    So di non essere ancora pienamente sottomessa. E’ un percorso e sarà lungo, sono più riottosa di quanto io stessa credessi. Anch’io mi ritrovo a fare capricci.
    Mi affido per imparare ad affidarmi.

  • Bambina

    Mi comporto come una bambina, che fa le cose per dispetto.
    Non dico quelle davvero dispettose, fatte apposta per dare fastidio; quelle, non riesco. Non so essere abbastanza sfacciata o infantile (per fortuna) da fare i dispettucci.
    Però le cose che ho da fare, le faccio con un atteggiamento di sfida, di “adesso ti faccio vedere io che lo so fare”. Anche, come se farlo fosse una cosa che darà fastidio; un “alla faccia tua”.
    Invece, devo recuperare il senso di un fare per il piacere di fare; obbedire per il senso di pace che ne deriva. Smettere questo vuoto atteggiamento da capriccio che mi avvelena e tornare serena a servire.
    Quello che faccio, lo faccio perché mi dà piacere farlo; o mi dà piacere il motivo per cui lo faccio. Se ammorbo questo fare con sovrastrutture false, con il pensiero che farlo non cambierà nulla, che farlo è stupido, che lo faccio perché ti faccio vedere io che lo faccio anche se in realtà non importa niente a nessuno… mi inviperisco per nulla.
    Forse sono solo paure.
    E’ la paura del legame, come quando faccio la gradassa e fingo che niente mi coinvolga.

    Questo legame è forte; per questo ne ho così paura che cerco di sminuirlo ai miei stessi occhi. Ma nel farlo sto male e basta. Piuttosto, affronterò la paura e mi lascerò avviluppare.

  • Ancora nel bosco

    Ripensando a quanto scritto.
    E’ vero, sono cresciuta oltre quello che si aspettavano i miei; ho sviluppato il mio sottobosco di desideri, passioni, pulsioni, rifiutando di restare immobile nei filari previsti.
    Ma è anche vero che continuo a cercare chi mi coltivi.
    Forse è questo il modo in cui risalta più evidente il mio essere stata impostata in uno schema; o forse, col tempo ho cercato chi riuscisse a darmi uno schema diverso, uno che fosse mio, in cui mi riconoscessi. Chi mi aiutasse a coltivare il mio bosco, a sviluppare quelle qualità rigogliose e peculiari che mi appartengono, che prima venivano ricacciate col diserbante.
    Quei fiori così colorati e grandi, dal profumo così intenso, così difficili da far fiorire, che mia madre continua a sperare non siano miei, stanno ora aprendo le corolle e si volgono ad accogliere il sole.
    Quell’edera che mi avviluppa non cerca di soffocarmi, ma mi avvolge come una stola e mi porta in alto, in alto.

  • Il momento in cui sono la feccia della terra

    Ogni tanto mi capita quel momento.
    Non è che mi senta: in quel momento SONO una merda. Non esiste altra verità, né nessun’altra possibilità.
    E’ un periodo di sconforto assoluto che può durare qualche minuto, più spesso qualche ora, di rado qualche giorno. In quel lasso di tempo nulla di quel che faccio, dico o sono merita nulla. Peggio: non è mai valso nulla e non varrà mai nulla. Questo momento di depressione mi si presenta come un momento di verità: ecco, questo è quello che realmente sei, lo hai sempre saputo ed ora ti rivelo che è vero. Tutto ciò che hai sempre temuto è reale ed è così che deve essere. Rassegnati.

    E invece non mi rassegno mai.
    Per quanto buio sia quel pozzo, dal fondo scorgo sempre la luna, alla fine. Non ci credo mai fino in fondo, a quella voce; mi concentro a fare una cosa piccola per volta e tutto torna piano piano a posto. Oppure, mi lascio andare, e mi confido e mi affido al Padrone, smettendo finalmente di credere che farlo confermi la mia debolezza; che farlo dia fastidio visto che sono tanto merda.
    Ritorno così capace, degna; buona. A posto e pronta ad affrontare ciò che verrà.

    Non sono (più) le grandi difficoltà o il confronto anche a muso duro con qualcuno a mandarmi in crisi; sono piuttosto questi momenti in cui devo fronteggiare me stessa. In cui mi sento sola.

  • Punizione, educazione

    Qualora sia data una regola, o un compito, infrangerla o fallirlo comporta una punizione. Logico, lineare, facile.
    Ma, qualora non sia data una regola esplicita, ma ci sia un comportamento che ci si aspetta sia coerente col ruolo (ad es lavare i piatti, o essere deferente o rispettosa verso altre persone coinvolte, o cose del genere), e ci sia una mancanza in questo comportamento, dovrebbe avvenire comunque una punizione?
    Sarebbe logico aspettarsi una punizione severa? o una blanda? o solo una ramanzina educativa perché non capiti più (settando così una regola più evidente, che se verrà poi in seguito mancata prevederà ovviamente una punizione)?
    Non sto provando a dare una risposta, perché non ne ho una: la sto cercando anche io.
    La mancanza non credo possa andare semplicemente ignorata, perché non aiuta la crescita e l’educazione della slave. Se viene notata dal Padrone, la manchevolezza va sottolineata in qualche modo.
    Quale sia il modo, probabilmente dipende dalle circostanze e dal tipo di rapporto in atto. La decisione rimane comunque sempre al Padrone, com’è ovvio, che deve avere la capacità di discernere cosa sia più opportuno. Va capito se la mancanza sia stata dovuta a leggerezza, a distrazione, a un momento magari difficile, o a un dispetto. Il comportamento conseguente va calibrato sui fatti e sulle attenuanti.

    Purché non rimanga un vuoto, che anche la slave migliore e animata dalla più profonda volontà di sottomissione non mancherà di riempire con ulteriori mancanze – e si torna al gioco delle bandierine. Un gioco che la slave magari non vuole, ma che finisce per reiterare contro la sua stessa natura.

  • Bestia verde

    Ancora dentro di me si agita la bestia verde dell’invidia, ed ogni tanto alza la testa.
    Così mi scopro a guardare la gente in giro e disprezzarla; a sentirmi superiore; a pensare di essere capace solo io a fare le cose. Come se solo distruggendo gli altri (nella mia mente, s’intende) potessi ricavarmi il mio posto nel mondo. Come se solo bruciando la terra attorno a me potessi crescere rigogliosa.
    Ma distruggendo raramente si crea qualcosa: troppo compresa nell’opera di demolizione degli altri, perdo di vista la costruzione di me stessa.
    In realtà so che quando mi concentro sul lento porre mattone su mattone della minuziosa opera di montare me stessa (e non il mio ego), allora ottengo pace interiore, serenità e completezza. Senza più sprecare energia preziosa ad odiare, divengo un flusso potente di linfa vitale. Nutro me stessa e gli altri attorno a me.

    Solo in questo focalizzarmi su di me riesco finalmente, sinceramente, a servire. Perché non sono più gesti vuoti e falsi inventati per compiacere, ma sinceri moti del mio animo predisposto alla sottomissione.

  • Distanza

    Mi piace sentirmi potente; indipendente, sicura di me. Sbruffona, anche. Cammino a testa alta, nulla mi turba, non me ne frega di niente. Sto bene da sola, certo. Non ho bisogno di niente e di nessuno. Pfui.
    Appena sotto questa patina di unto, che mi spalmo addosso sperando di brillare, mi tormento il bordo dell’abito con le mani. Mi mordo le labbra e vorrei non comportarmi da riottosa. Vorrei essere più forte, sì, ma di quella forza vera che non richiede di essere messa in mostra, perché non è apparenza. Una forza che mi permettesse di far bene ciò che ci si aspetta di me, non di trovare scuse per non farlo.
    Il tempo a volte passa così lento, così vichioso.
    Adesso, mi impegno con tutte le mie forze per non prolungare una distanza che, di solito, faccio finta di non sentire, o di non considerare dopotutto così importante per me. Mi lascio cadere di dosso quella vuota dimostrazione di forza e cerco di caricarmi, invece, della mia debolezza, che è tanto più pesante. La porterò sulle spalle finché mi renderà veramente forte.
    Con la coda tra le gambe, ubbidisco.

  • Distrazione

    Quando per caso o per scelta capito su un sito di hentai, difficilmente riesco a staccarmene subito. In preda a una specie di droga, di frenesia, clicco sulle immagini, procedo nelle tavole e guardo, guardo questi disegni così dettagliati, così porno, spesso così pervertiti e così pieni di umori che colano e schizzano. Prima che me ne renda conto è già passata almeno mezz’ora, un’ora, e le mie mutande sono nelle stesse condizioni di quelle delle protagoniste di quelle storie. Mi sento scivolare e realizzo in che stato sono ridotta ben prima di andare a controllare; faccio passare una mano nei pantaloni e trovo un bagnato vischioso che mi incolla gli slip al sesso, e che spesso mi ha infradiciato al punto che cola attraverso il tessuto spesso dei jeans.
    Allora chino la testa arrossendo e scuoto il capo, incredula di potermi bagnare fino a questo punto. Eppure.
    Potrei venire in un attimo; basterebbe far scivolare un dito in circolo due volte, veloce, guardando quelle immagini, lasciandomene travolgere, e potrei venire subito.
    Quasi mordo il tavolo per impedirmelo. Mi sfioro e mi obbligo a spostare la mano. A fatica.
    Non ho il permesso di farlo.
    E mi assale la consapevolezza allora di quanto spesso lo facessi, prima; di quanto il porno mi distragga da qualsiasi altra cosa e mi porti via, in un mondo umido, torbido e ansimante; e quanto mi piaccia immergermi in quel mondo, lasciarmi lambire dalla sua corrente vischiosa, lasciarmi trasportare dalla sua marea.

  • Attitudini

    Se c’è una cosa che odio, è sentirmi stupida. Sbagliare per ingenuità, per non averci pensato, per eccesso di zelo, per non aver chiesto per non disturbare.
    Nonostante tutto, sono una persona estremamente ingenua. Incorro spesso in questo sbagliare, perché mi mancano malizia e furbizia. E poi, dopo, vorrei prendermi a sberle.

    Se c’è una cosa che invece amo, è servire. Aiutare, mettermi a disposizione, fare qualcosa per gli altri, sentirmi utile. Soprattutto per lavori manuali, pratici, umili.
    Servire mi mette in uno stato di serenità; mi sento pacificata, a fuoco. Sono al mio posto e tutto l’universo si allinea.

    Ambisco alla responsabilità, nella mia vita quotidiana, ma non ci sono tagliata.
    Piuttosto, dovrei forse imparare a mettere a buon frutto la mia disponibilità a servire e tramutarla in attitudine, senza per questo farmi sfruttare.
    Sono felice e fiera di essere schiava, ma di chi decido io.