subservientspace

for this is what I feel

Tag: confronto

  • Da capo

    Si riparte dalle basi e si torna sui propri passi, per ripercorrerli con occhi nuovi.

    Non posso e non voglio pensare di essere arrivata, di sapere già. L’esplorazione non ha confini, ciò che credo di sapere posso impararlo di nuovo in modo diverso, con significati ulteriori che adesso posso comprendere.

    Ora è il momento della riflessione e dello studio. Per una relazione ci sarà tempo, o forse no; ma riparto dall’unico posto possibile: da me.

  • Estrovertitudine

    Poi invece in alcune situazioni sociali navigo sorprendentemente bene.

    Capita quando sono serena; allora anche i momenti di straniamento non mi sfasano, ma ci passo attraverso e ritorno nella realtà condivisa un solo passo più in là. Affronto il timore della socialità con coraggio, parlo, mi confronto con gli altri.

    Se sono in un gruppo in cui mi sento accolta, in cui so di poter mostrare ogni lato di me stessa, mi tranquillizzo. Perdo la paura del giudizio e mi apro. Mi integro, ascolto, mi racconto.

    Succede così al Munch Magnagatti.

    Tutti sono in uno stato d’animo curioso, aperto, desideroso di confrontarsi: lo si può quasi percepire nell’aria. Mi lascio trasportare da questa atmosfera. Il cibo è buono e la compagnia ottima.

    Mi accorgo allora di non essere sola. Le mie esperienze non accadono né sono accadute in un vuoto: anche se non lo sapevo, sono condivise, simili, mi collegano ad altre persone. Quello che ho da dire viene ascoltato, quello che dicono gli altri lo ascolto e me ne abbevero. Non smetto mai di imparare.

    Ci sono persone a me affini, che mi fanno sentire capita nel mio sentire. E persone così diverse che è una crescita già solo poterle ascoltare. Nessuno detiene la Verità, ma ognuno si porta a casa una piccola verità, la propria, germogliata nella condivisione.

    Rientro a casa alle due e mezzo del mattino sorridente e felice.

  • Munch

    La prima volta, ero stata ad un munch. Non si chiamava così, allora, ma veniva chiamato “aperello”, con una traduzione appropriata e milanese del termine inglese che poi è diventato comune anche qui.

    Un incontro informale, un modo per conoscersi e riconoscersi tra persone attratte dal BDSM o già praticanti. Era stato interessante allora, mi aveva portata sulla strada per realizzare le mie fantasie; ed è ancora interessante andare ad un munch, anche dopo tanti anni, perché è sempre fondamentale incontrare le persone dal vivo, insieme, al sicuro in un locale pubblico, con la serenità e la complicità della condivisione.

    Ai munch di solito il cibo è buono, la birra anche, ma è la compagnia che fa la differenza.

    Chiacchiere, risate, scambi di esperienze: così diversi gli uni dagli altri ma accomunati da uno stesso sentire. Un sentire che si declina in infinite sfaccettature e inclinazioni, ma che ci porta tutti insieme a raccontarci, ad avvicinarci per conoscere noi stessi e gli altri.

    Si impara sempre qualcosa, si scambia sempre qualcosa. Si esce sempre un poco cresciuti, o se non altro con una bella serata alle spalle, un senso di non essere soli, di partecipare di una comunità che per quanto frammentata esiste ed accoglie.

  • Significati

    Quello che viviamo anche se apparentemente è simile o uguale a ciò che fanno altri, in realtà è unico, perché ognuna di noi dà alle pratiche, ai gesti, ai toni, alle parole significati differenti. Ne dà un significato che appartiene al proprio sentire, a ciò che abbiamo dentro, al modo in cui quella pratica risuona dentro di noi. Ed essendo diverse, risuonano in modo diverso, hanno ritorni differenti, ci riempiono in modi specifici.

    Quello che si vede è solo la superficie delle cose. Come posso sapere, io, cosa richiama in te quel gesto, quello sguardo, quello schiaffo? Cosa fa risalire dal tuo profondo? So cosa fa risalire dal mio, e a volte nemmeno questo: intuisco, o lo so solo una volta che è risalito e che è qui. Ma le mie profondità sono differenti dalle tue, e non c’è gerarchia di merito: sono luoghi differenti, con le proprie ombre, i propri riflessi sommersi.

    Il gioco allora è così profondamente diverso anche se così apparentemente uguale, e una volta di più si conferma non essere semplicemente “un gioco”. Credere di stare facendo le stesse cose è un’illusione; proiettare sull’altra i propri significati è umano ma è anche folle. Fossimo anche gemelle non saremmo la stessa persona – e non lo siamo.

    Così come lei è “l’altra” per me, io lo sono per lei.
    Ciò che per lei è un highlight, per me magari non lo è.
    Magari io scrivo dando risalto a un aspetto e tralasciandone un altro che invece per lei sarebbe stato molto più importante. Vuol dire che sbaglio? che sono antipatica? nulla di tutto ciò: è solo che ciò che accade mi parla in un modo diverso rispetto a come parla a lei. O a chiunque.

    Troviamo significative cose diverse, o alla stessa cosa diamo significati differenti. E’ fondamentale per me restare empatica soprattutto per comprendere queste sfumature, per non farmi accecare dal MIO significato: restare aperta a comprendere che vi sono infiniti significati, nelle pratiche bdsm: perché ognuno le riempie della propria storia, della propria sensibilità, dei propri desideri. Pensare che il mio modo di vedere le cose sia assoluto, sempre condiviso, accessibile a tutti, è illusorio. Sono felice se quando scrivo le mie riflessioni vengono condivise; ma so che il mio sentire non sarà mai sovrapponibile al 100% a quello di qualcun altro. Allo stesso modo anche io leggo nelle cose altrui un mio significato, e magari le cose mi sembrano diverse rispetto a come sono per chi le sta vivendo. Perché a me dicono cose diverse.

    Penso a quelle sottomesse che non sono masochiste, e subiscono ugualmente i colpi del proprio Dominante sadico perché il piacere che ne traggono non è nel dolore, ma nella sottomissione stessa. Se le vedo subire sorrido e mi si increspa la pelle al pensiero di quel piacevole dolore. Ma è il mio significato che vedo: per loro è diverso – ed altrettanto valido e piacevole, ma in modo differente.

    In questa danza dei significati, amo immergermi nel mio e osservare e conoscere quello altri, per arricchirmi e mantenermi ricettiva a nuove possibilità, nuovi mondi, e, cosa più importante, all’altro da me.

  • Errori

    Più cerco di non pensarci più, più sono assalita a tradimento dai ricordi. 

    Non riesco a togliermi dalla testa la certezza di avere fatto molti e gravi errori. Alcuni mi sono chiari (col senno di poi), altri ancora no. 

    Non mi resta altra possibilità che imparare da quegli errori, per non ripeterli più e, forse, evitarne di nuovi. Altrimenti, tutto quello star male sarà stato inutile. 

    E per gli errori che mi sono oscuri, conservo la speranza di poterli comprendere; spero che, continuando l’introspezione, un giorno essi si riveleranno. Oppure, che sarà possibile ritrovare chi con me ha vissuto e subito quegli errori, per un confronto sereno a posteriori che mi permetta di capire appieno. E, finalmente con cognizione di causa, chiedere scuse consapevoli. 

  • Boicottarsi

    Serata di chiacchiere al pub tra taralli, noccioline e una birra; io (sub/slave), due Dom, una switch. Tra loro, iniziano a parlare di come gestire un sottomesso qualora esso si riveli pieno di ansie, paure, paranoie.
    D’improvviso, mi rendo conto che non voglio più saperne niente; non vorrei più sentirli. Mi sembra di vedere un mago che svela i suoi trucchi, rovinandomi la magia.
    E poi penso: sono anche io patetica nel modo in cui dicono possa esserlo uno schiavo nelle sue seghe mentali, nei suoi complessi? Con angoscia, mi accorgo di combaciare con le loro descrizioni, tanto che per un attimo penso stiano parlando di me come se non fossi presente.
    Sono anche io come dicono: mi auto boicotto per fallire nei miei compiti, per dimostrare a me stessa e al mondo (e al Padrone) che non posso farcela, che sono la fallita che sono convinta di essere, e che per questo non merito che di essere abbandonata.
    Ecco dunque spiegata la mia fame nervosa. Mangio compulsivamente per ingrassare, per dimostrare che non posso essere magra e bella perché non lo merito, devo essere intrinsecamente brutta e grassa; prendo peso per fallire la prova della bilancia dal Padrone,  per essere punita per aver pensato di poter essere degna.
    Una parte di me mi odia e fa di tutto per farmi del male.
    Guardo i miei amici; li ascolto confrontarsi, concordare nell’interpretazione di questo comportamento: uno si auto boicotta per paura, paura di un rapporto intenso e coinvolgente nella convinzione autolesionista di non meritarlo, nella bassissima autostima di non meritare nulla. Paura di lasciare il controllo.
    “Che stress – commentano – dover togliere spazio al gioco per delle paturnie; non sarebbe meglio lasciarsi andare, affidarsi e divertirsi?”
    Li osservo inorridita: sono anche io così. Così facile da capire, così banale nei miei processi psicologici, così prevedibile nell’agire le mie ansie. Così stressante.

    Da una parte, mi sento una merda.
    Dall’altra, voglio assolutamente smettere di sentirmi una merda a questo modo, per non essere più commiserata da alcun Dom, per non infliggere più una simile menata infinita di seghe mentali e paranoie al mio Padrone.