Munch

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La prima volta, ero stata ad un munch. Non si chiamava così, allora, ma veniva chiamato “aperello”, con una traduzione appropriata e milanese del termine inglese che poi è diventato comune anche qui.

Un incontro informale, un modo per conoscersi e riconoscersi tra persone attratte dal BDSM o già praticanti. Era stato interessante allora, mi aveva portata sulla strada per realizzare le mie fantasie; ed è ancora interessante andare ad un munch, anche dopo tanti anni, perché è sempre fondamentale incontrare le persone dal vivo, insieme, al sicuro in un locale pubblico, con la serenità e la complicità della condivisione.

Ai munch di solito il cibo è buono, la birra anche, ma è la compagnia che fa la differenza.

Chiacchiere, risate, scambi di esperienze: così diversi gli uni dagli altri ma accomunati da uno stesso sentire. Un sentire che si declina in infinite sfaccettature e inclinazioni, ma che ci porta tutti insieme a raccontarci, ad avvicinarci per conoscere noi stessi e gli altri.

Si impara sempre qualcosa, si scambia sempre qualcosa. Si esce sempre un poco cresciuti, o se non altro con una bella serata alle spalle, un senso di non essere soli, di partecipare di una comunità che per quanto frammentata esiste ed accoglie.

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