Epifanie

Parliamo? Parliamo.
Lunghi dialoghi, confronti, domande, risposte, pensieri che si dipanano sul monitor.
Ad un certo punto, vedo uno schema. Un’evoluzione di ragionamento e di sensazione che si ripete simile ogni sera.
All’inizio, quando cominciano le vere domande, qualcosa dentro di me si ritrae; qualcosa mi urta, tocca un nervo scoperto. Lui incalza, continua, domanda, chiede, riflette. Io mi dibatto nella sensazione di non riuscire a spiegarmi. Vorrei sottrarmi, è faticoso, complicato, mi sembra che non mi creda, ma in effetti ci sono sfumature, dettagli, ecco, forse non era come lo pensavo all’inizio. Vorrei sottrarmi eppure resisto, rispondo, rifletto – volente o nolente, rifletto.
E alla fine cambio.
Alla fine capisco e accetto; arrivo ad un diverso livello di consapevolezza, di comprensione, non solo di me stessa ma di Lui e soprattutto della dinamica D/s che stiamo vivendo. Di Noi.
Arrivo ad una vera e propria epifania, piccola o grande ma sempre significativa.
Quanto ero irritata all’inizio, tanto sono serena e allineata alla fine. Sto bene; di più: sto meglio di prima.

E’ un percorso iniziatico per prove successive. Una sfida dopo l’altra, avanzo.

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Decidere

“Tu cosa vuoi?”

Messaggi, elucubrazioni, il mio post, i commenti sotto (grazie, mie lettrici), lui che sottoscrive, che mi scrive, parliamo, ci confrontiamo. Quindi?

“Tu cosa vuoi?”, mi scrive.

Io fisso la domanda, vado in panico, inizio a scrivere. Scrivo, scrivo: ecco, forse, ma, però, perché in realtà, talvolta invece, verde ma rosso, lungo ma corto, vorrei questo però non proprio, non sono sicura, non credo, ma anche sì.
Mi fermo.
Guardo il text wall che ho prodotto. Occupa tutta la schermata, e devo scorrere su e giù per leggerlo tutto. E’ arzigogolato, complicato, lo rileggo e nemmeno io ci capisco un tubo. C’è qualcosa che vorrei dire, che ho dentro ma non riesco a tirare fuori, non riesco ad esprimere quello che vorrei, la complessità di quello che sento, il vorticare di sensazioni e pensieri…
Penso: mavaffanculo.
Cancello tutto.

“Quello che voglio è sentire”

Basta così. Ho deciso.
Avevo già deciso? Ho deciso adesso? Avevo già deciso ma però tuttavia? Non importa. Silenzio: tacciano tutte le paranoie, le insicurezze, i ma, i però.
Sentire, questo è tutto.

100 giorni

Mi sembra passato moltissimo tempo. Oppure pochissimo.

Cento giorni.

Cento giorni dalla prima volta che ho letto un suo messaggio, da che gli ho risposto perché il messaggio era cortese, educato e mirato. Nessun “ciao” buttato a caso, nessuna pesca a strascico con un testo copiaincollato.

Cento giorni in cui ci siamo conosciuti, in cui il dialogo è fluito quasi da solo, in cui ci siamo confrontati su gusti, interessi, punti di vista. Cento giorni in cui siamo passati dal tu al lei, dal nome al titolo, dalla conoscenza all’appartenenza.

Cento giorni di ottovolante. Salite cariche di tensione, discese improvvise, respiro mozzato; cuore in gola, stomaco contratto, gambe strette e nocche bianche per quanto mi aggrappo: per la paura di farmi male, di cadere, della velocità e per l’emozione violenta che mi travolge.

Cento giorni di parole, di dialogo, di comunicazione; di comprensione anche dei momenti incompresibili. Cento giorni di esplorazione, di termini, di dinamiche; di infilarsi sottopelle e di trovare nuovi modi per farlo, nuove parole, nuove immagini.

Cento giorni di messaggi che mi fanno sorridere, contrarre, stringere, ansimare, riflettere.
Cento giorni di corpo, pressione, presenza, vicinanza estrema addosso, sopra, dentro.

E’ tanto?
E’ poco?
E’.

E’ intenso, potente, destabilizzante, diverso, feroce, intimo.
E continua…

Progressione

Non posso fare a meno di rendermi conto che il mio percorso di vita nel bdsm è stato una progressione. Non sono mai rimasta ferma nello stesso punto: sono cambiata, cresciuta, e con me è cambiata la mia concezione del bdsm, la consapevolezza del mio ruolo. E meno male, aggiungerei.

Quando ho iniziato, più di 10 anni fa, mi ci sono gettata a sperimentare; pensavo principalmente alle pratiche fisiche, a cose da fare. Anche se, rileggendo cose scritte allora, già sentivo oscuramente che desideravo qualcosa di mentale, di non solo fisico: qualcosa che si esprimesse col corpo ma sorgesse dal profondo.
Sapevo di essere sub, di voler stare sotto. Ma cosa significasse quel sotto, non mi era chiaro – lo posso dire ora, naturalmente, col senno di poi.

Poi in quel provare ho inciampato, ho sofferto, sono stata ferita.

Mi ha trovata il mio primo Padrone, Pietro, che mi ha raccolta e rimessa insieme. Ha smontato pezzo a pezzo tutto ciò che in me mi faceva male, e lo ha ricostruito, restaurato. Mi ha resa intera, insegnandomi che nella sottomissione ero importante per il mio Padrone: non ero una nullità per l’universo, non dovevo esserlo. Mi ha ascoltata e fatta sfogare e colpita per riallineare le mie sensazioni; sono diventata una persona che non sapevo di essere.
Mi sono immersa in me per imparare a non avere paura di chi sono. Ho nuotato subito sotto la superficie e ho visto la profondità del mare dentro di me, i coralli e le alghe e le acque calde.
È stata un’Appartenenza dolce.

Quando ho incontrato il mio secondo Padrone, SadicaMente, ero pronta per qualcosa di diverso, di più forte; non avevo più bisogno di ricostruirmi, ma di esplorarmi. La relazione è stata più impostata, più fisica, c’è stato più scambio di potere. Ho subito livelli di intensità che non avrei creduto di poter subire, ho superato limiti che credevo inviolabili. Sono stata accompagnata e spinta e siamo cresciuti.
Mi sono immersa più in profondità in me per vedere cosa c’era, e ho trovato acque più buie, correnti calde e fredde, cetacei e pesci e brulicare di vita. E ho visto che il mare si inabissava ancora.
È stata un’Appartenenza forte.

Adesso, sulla soglia di una nuova Appartenenza, inspiro ed espiro per superare la paura.

L’abisso del mio mare mi osserva ed io osservo lui; mi sono immersa e so nuotare, ma laggiù le acque sono nere e le creature che le popolano bianche; non sono mai stata così distante dalla luce, ma è un luogo di me che esiste, mi sciaborda dentro, ne sento la risacca profonda e la marea che mi chiama.
Non so cosa troverò, né quanta parte di me ancora non conosca; so che ci sono pensieri, fantasie, sensazioni e desideri che sono me ma che non ho mai avuto il coraggio nemmeno di dire ad alta voce. Che non sarei stata in grado di esplorare prima.

Non posso immergermi da sola o mi perderei nell’abisso di me.

Blossom

L’autunno è la stagione nella quale fiorisco.

Il caldo soffocante se ne è andato, il sole a picco, il languore indolente dell’estate che mi rallenta e mi ottunde. Arriva il vento, freddo, che mi spazza l’anima e ripulisce il cuore; mi prepara ad un nuovo inizio, mi toglie le foglie secche che mi soffocano.
E’ il momento di lasciare andare. Dimenticare no, mai: ogni esperienza vissuta è preziosa in me e mi fa crescere; ma è passata.

La malinconia struggente delle giornate fredde e serene di settembre, l’aria cristallina che mi riempie i polmoni: è il cambiamento che mi colma, che mi chiama con una quiete assordante.
Chiudo gli occhi, inspiro e mi lascio trasportare.

Sono pronta a cambiare.

Errori

Più cerco di non pensarci più, più sono assalita a tradimento dai ricordi. 

Non riesco a togliermi dalla testa la certezza di avere fatto molti e gravi errori. Alcuni mi sono chiari (col senno di poi), altri ancora no. 

Non mi resta altra possibilità che imparare da quegli errori, per non ripeterli più e, forse, evitarne di nuovi. Altrimenti, tutto quello star male sarà stato inutile. 

E per gli errori che mi sono oscuri, conservo la speranza di poterli comprendere; spero che, continuando l’introspezione, un giorno essi si riveleranno. Oppure, che sarà possibile ritrovare chi con me ha vissuto e subito quegli errori, per un confronto sereno a posteriori che mi permetta di capire appieno. E, finalmente con cognizione di causa, chiedere scuse consapevoli. 

Migliorare

Ma io?
Io cosa ho fatto in questi mesi per migliorare?
Io cosa ho fatto per essere una versione migliore di me stessa, per meritare di essere scelta?
Io cosa ho fatto per dimostrare attenzione, attaccamento, interesse, cura?

Se fossi stata in prova, probabilmente l’avrei fallita.

Ho passato il mio tempo a lamentarmi, a invidiare e ad aspettare che qualcun altro si prendesse in carico la mia esistenza, che mi facesse crescere e cambiare. Ma non funziona così. Una sub deve avere in sé la volontà di mettersi in gioco, evolvere e impegnarsi per essere meritevole. Credevo di avere questa volontà, ma forse non è così; di certo non la sto applicando nel modo corretto.
Tocca a me il primo passo. E il secondo, e il terzo.
Per trovare chi voglia venirmi incontro, devo io per prima avanzare.