Regole

Agli inizi del mio percorso nel BDSM anelavo ad una struttura molto rigida. Avere struttura mi rassicurava, mi dava il forte senso di appartenere, di essere sottomessa. Sapevo di dovere obbedire e questo mi sollevava dall’ansia della responsabilità (in quegli ambiti, ovviamente). C’era chi decideva per me, chi si prendeva cura di me: bastava affidarsi, obbedire. 

Nella struttura il mio cuore si placava e mi sentivo al sicuro. Mi sentivo nel giusto. Spariva la paura di dover decidere e quindi di poter sbagliare. 

Il mio primo Padrone mi fece firmare un contratto con delle regole, che tenevo appese in camera per ricordarle sempre. Anche gli altri Padroni mi diedero regole, codici di comportamento, formalità. Mi tolsero libertà e misero sotto il loro controllo alcuni aspetti, sempre o in determinati momenti. Più questi ordini erano pervasivi e si applicavano in ogni momento più mi sentivo posseduta e sottomessa, che fossimo insieme o meno, che fossi in sessione o al lavoro.

Poi le regole iniziarono a starmi strette. 

Insoddisfatta di alcune cose, iniziai a provare insofferenza per quelle che iniziavo a sentire come limitazioni, e non prove di sottomissione. 

Il vincolo all’obbedienza era sempre stato dentro di me, un vincolo intimo, potente, legato alla relazione, al senso di appartenenza, alla compiacenza verso il Padrone e al senso di liberazione dal peso della responsabilità della libertà. Venuto meno quello, mi trovavo spaesata, perduta, senza punti di riferimento e senza avere costruito la capacità di gestirmi in autonomia. 

Adesso sono refrattaria alle regole. 

Una parte di me le desidera, come sempre, per avere un recinto sicuro entro cui muovermi, entro cui sapere di essere brava. Ma ho sofferto talmente tanto per questo, per aver cercato di scansare la responsabilità di me stessa, che non voglio che succeda più. Accetto ed affronto la fatica di gestirmi. E accolgo con gratitudine l’abbandonarmi in sessione.

Una parte di me

Ripensando al passato, ho capito che una parte di me apparterrà sempre a Lui.

E questo si applica ad ognuno dei miei precedenti Padroni.
Con diverse sfumature, diversi gradi di intensità, per diversi aspetti, in diverse parti di me, di loro. Ma è così: ciò che ho vissuto mi è entrato dentro. Ciò che ho subito, ciò che ho sentito, ciò che ho desiderato, ciò che ho provato, tutto: porto ancora tutto dentro, e lo porterò per sempre.

Talvolta ho pensato che fosse un peso, un vincolo; forse persino un intralcio ad un’altra appartenenza (perché non è corretto proiettare un precedente rapporto su un attuale, ed aspettarsi che la persona che si ha davanti sia uguale ad una del proprio passato, che agisca in modo simile, che abbia gli stessi gusti, gli stessi pensieri). Non è facile lasciare andare i pattern conosciuti, i precedenti protocolli, i condizionamenti piccoli o grandi che si instaurano in una relazione D/s: le regole, gli ordini, le cose da dire, quelle da indossare, il modo di relazionarsi.

Ma non è un peso.
E’ un bagaglio, una risorsa, un tesoro prezioso di sensazioni e sentimenti, di esperienze, di ricordi. Oggi sono la persona (la schiava) che sono diventata anche attraverso quei passaggi. Non sarei qui, se non fossi passata di lì. Non posso rinnegarlo: è parte di me.

Sadomasochismo emotivo

A proposito del post di lunedì (la traduzione dello scritto di owlfinch sul sadomasochismo emotivo), volevo aggiungere le mie personali riflessioni sul tema.

Sotto questo termine ombrello rientrano anche l’umiliazione e la degradazione, ma anche il cuckqueaning (e presumo il cuckolding), il denial in certe forme, l’oggettificazione… anche cose che pratico da tempo, per cui provo fascinazione e desiderio, ma che non avevo mai pensato potessero rientrare in un termine simile. Non avevo pensato ci potesse essere una categoria come il masochismo emotivo. Questo perché io (come immagino la persona media, nella vita quotidiana) non amo stare male, sentirmi inadeguata, gelosa o abbandonata.

Eppure… Mi attira l’erotizzare la gelosia, il confronto e l’umiliazione del vedere il mio partner stare con un’altra mentre io devo guardare (ovvero il cuckqueaning); mi piace sentirmi insultare (ma su cose legate alla sessualità: se mi si chiamasse “cicciona” non lo erotizzerei); mi sono eccitata e attivata su stati emotivi liminali, provando allo stesso tempo desiderio e mal di pancia, sesso bagnato e stomaco chiuso – e non è forse tutto il BDSM basato su stati emotivi, oltre che su sensazioni fisiche e sessuali?

Alcune volte ho vissuto molto male certe sensazioni, che hanno avuto strascichi nella vita quotidiana, continuando a farmi sentire male, soprattutto su sensazioni di inadeguatezza e inutilità. E contemporaneamente mi sentivo in colpa di questo stare male. Pensavo: dovrei farmelo piacere, dovrebbe piacermi; essendo sub, essendo schiava, sono cose che dovrebbero fare parte delle mie capacità, dei miei kink; non sono una schiava abbastanza brava, se non accetto e non apprezzo anche queste cose.

Adesso, leggendo testi informativi ed educativi sul SM emotivo, sto iniziando a pensare di avere fatto proprio quello sbaglio: pensare che fossero pratiche standard, connaturate al D/s e a tutto il resto del “pacchetto” che viene con lo scegliere una posizione sottomessa. Non credo che dal lato Dominante mi sia stato praticato un abuso, comunque: credo però che anche da quel lato non ci fosse piena consapevolezza che si tratta di un kink a sé stante, ma venisse considerato parte del modo di vivere il BDSM. Uno standard del pacchetto sadomaso. Ma non lo è: ora che ho le parole per comprenderlo lo capisco.

Potendolo dire, avendo dei termini di riferimento, adesso tutto si dipana più chiaramente. Mi è possibile fare scelte consapevoli; dire sì questo sì, no questo no. Aggiornare i miei limiti comprendendo cose che non sapevo nemmeno potessero essere messe in lista.

Perché qui c’è qualcosa, qualcosa che mi attira oscuramente, che tocca qualche parte di me nascosta nell’ombra. E se non ho la possibilità di riconoscere quel qualcosa, rischio che mi si ritorca contro. E i danni emotivi sono spesso più gravi di quelli fisici, e impiegano più tempo a guarire.

Perfezione vs empatia

La perfezione inarrivabile del Master – che spesso gli viene attribuita dagli stessi occhi del sottomesso – suscita timore, rispetto, adorazione, devozione. Ma non certo empatia.

Viceversa ma allo stesso modo, un Master che mostri imperfezioni, dubbi, mancanze, può suscitare empatia: ma spesso il sottomesso non ne vuole sapere (anche se magari non lo sa). Anzi: si scoccia, si indispone della debolezza del Master, che invece desidera perfetto, onnipotente, onnisciente, possibilmente telepate.

In una parola, inavvicinabile: è in quella distanza che si pensa si compia appieno la sottomissione, l’appartenenza, il masochismo emotivo di legarsi a una persona che ci sputa.
Ma in quella stessa distanza ci si leva ogni responsabilità: la cura che ci si accolla del Master è solo quella circoscritta, limitata, del servizio che si desidera fare. Una persona inavvicinabile resta anche ben distante e non disturba, se non è il momento.

Quando il Master parla, il sottomesso ascolta. Ma spera di ascoltare solo cose attinenti al bdsm: ordini, umiliazioni. Se il Master si confida, o parla dei propri sentimenti, smette di essere una figura mitologica e diventa improvvisamente umano, troppo umano.
Un Master umano non è più una fantasia, un Service Top che ci fa quello che ci piace e poi basta, lo mettiamo in un cassetto fino alla prossima sessione.

In passato ho faticato su questo. Ho fallito su questo.
Ho fallito nell’accogliere l’umanità del Padrone come il dono che è; ho desiderato che fosse solo quella figura potente ma bidimensionale che sognavo.

L’empatia è faticosa; l’ascolto, la cura, l’attenzione sono faticose. A volte non è stata la fatica che avrei voluto fare; a volte avrei solo desiderato chiudere il rubinetto della responsabilità, dell’empatia, e subire e basta, abbandonarmi al gioco fisico, al servizio, a ciò che mi placa la mente e il cuore.

Ma il Padrone *è* umano. E’ lì, è presente, è reale, è una persona con tutte le sue sfaccettature. Per questo è bello, per questo ha valore e non è solo una fantasia, solo una masturbazione, ma crea un rapporto vero con una persona vera e questo amplifica qualsiasi sensazione io possa provare da sola. In quella danza di equilibrio tra la distanza verticale del D/s e la vicinanza umana delle persone si compie forse un piccolo miracolo.

Per questo non voglio più fallire in questo. Porto con rammarico la consapevolezza di avere fallito in passato. Ma, almeno, ho imparato.

Assoluto vs completo

Per godere a fondo l’Appartenenza bisogna toccare il fondo dell’abisso inesplorato della propria Anima e lasciarsi riportare a galla dallo stesso carnefice.

Frasi come questa mi rimescolano sempre: mi provocano una forte emozione, mi si stringono le viscere, mi sale un senso di ineluttabile destino, la sensazione che qualcosa dentro di me si completi.

E’ il fascino dell’Assoluto.

Ogni affermazione netta e al contempo poetica, profonda e metaforica, mi affascina. Anche il mio senso letterario ne viene solleticato. Mi piace pensare (sentire) che ciò che vivo e sento sia connaturato alla mia Anima immortale, che appartenga al mio Sé più recondito; che vivere il BDSM significhi portare a compimento un destino, un’Essenza innata.
L’Assoluto – la convinzione che ci sia un Giusto, un Vero – affascina perché è netto, consegna una Verità in cui è necessario credere. E’ il regno delle maiuscole, dei concetti resi idee platoniche, dei macigni inamovibili.

Ho cercato di vivere questo Assoluto e mi ha distrutta.
Ne sono uscita sfiancata, stanca, triste. Perché io sono un essere immanente, non assoluto; vivo nella realtà materiale, non nel mondo delle idee. Nel confronto con l’Assoluto, sono rimasta per forza di cose sconfitta, e con la sensazione di essere sbagliata, di non essere stata all’altezza.

Adesso, invece, prediligo la Completezza.
Certo mi resta addosso il fascino delle maiuscole, dei paroloni, della poesia; ma ora la vivo come tale, ovvero poesia: non pretendo più da me stessa di renderla reale alla lettera in ogni singolo istante. La sensazione dell’Assoluto si materializza in alcuni momenti: nell’intensità di una sessione, nella profondità del subspace; il resto del tempo, finalmente, vivo una relazione completa, umana, fatta di contatto, ascolto, comprensione, chiacchiere sul divano e musica.

Perdonare a me stessa di non essere la schiava perfetta – la schiava assoluta, che esiste e vive e respira solo in quella ristrettissima gabbia – è la cosa più difficile che abbia mai fatto. Ma è un sollievo non sentirsi più schiacciata dal peso di un ideale inarrivabile. E’ un sollievo poter essere me stessa, tutta, completa.

unouno-uno-(venti)uno

Lo ammetto, riprendere in mano il blog nell’anno nuovo in questa data, giocando sul fatto che ci sono tanti “uno”, è un giochetto alla Coscienza di Zeno. E’ un pretesto, alla fine. Certo, avrei dovuto pubblicare questo post alle 11.11 stamattina, ma ormai è andata.

Cos’è successo? Cosa sta succedendo? Ma soprattutto: da quanto tempo sta succedendo? Troppo tempo. La pandemia continua, com’è ovvio, eppure questo continuare senza un termine chiaro in vista, con un protrarsi di fatica, di tensione, di restrizioni, sta tirando i nervi a tutti. Anche a me, e da un pezzo; faccio persino fatica a capire quanto i miei stati d’animo siano appesantiti da tutto questo, fatico a riconoscere gli effetti, da tanto sono persistenti.
Non ho mai visto il mio divano e casa mia così tanto come nel 2020; ho pranzato in giardino più volte che in tutti gli anni precedenti; ho provato paura, ansia, fatica, malessere e speranza. Ho fatto il punto della mia vita – non credo di essere granché speciale, ho idea lo abbiano fatto più o meno tutti. Ho perso dieci chili, ripreso a seguire corsi, sto cercando un nuovo lavoro.

Ho voglia di scrivere.

Sento le sensazioni scorrermi sotto la pelle; il desiderio dell’impatto, delle corde, di trovarmi finalmente in un dolore e in una fatica che conosco, che mi rimettono insieme, che mi ricongiungono con il mio corpo, che mi fanno sentire piacere oltre il dolore. Appesa per una sottile corda, costretta in punta di piedi, le braccia dietro la schiena, le gambe unite e tu che mi giri intorno, che stringi una corda, ne allenti un’altra, mi strizzi i capezzoli, mi colpisci le carni rese sensibili dalla compressione. Tu che mi riporti a me, che mi fai scendere nel mio e mentre mi aiuti a risalire mi fermi e mi lasci indulgere ancora un poco nel dolore che mi doni.
Ansimo sul pavimento e sono finalmente lontana dalla fatica quotidiana, abbandonata a una sofferenza che amo.

Mi riallinei a quella parte di me che è il mio fulcro. Lo sento. Lo vivo.

Ho voglia di raccontarlo.

Le ferite che ci infliggiamo

In seguito ad incontri e confronti che ho avuto nella community poli e bdsm mi è sorta questa riflessione, che ho impiegato parecchio a mettere in ordine nella mia testa e a scrivere.

Una delle basi imprescindibili di un rapporto D/s (come di ogni altro, ma qui è enfatizzato) è il consenso: le parti entrano in un rapporto di scambio di potere previo consenso libero, informato, entusiasta, come si dice. La parte sottomessa acconsente liberamente a cedere alla parte Dominante il proprio potere, ovvero la propria libertà, volontà, capacità decisionale, entro i limiti concordati, che possono essere più o meno ampi, conformemente a quanto viene negoziato prima dell’inizio del rapporto.
Poi, nel corso della relazione, sarebbe bene rinegoziare, ogni tanto. Verificare che tutto stia andando bene, che i limiti siano ancora quelli giusti (in caso stringere o allargare), eccetera.

Sono queste cose risapute, condivise, anche se non sempre così bene applicate; perché si sa, sulla teoria siamo tutti ferratissimi, ma nella pratica talvolta alcune cose scivolano, perché sono noiose, lunghe, ovvie, ne abbiamo già discusso, non serve parlarne.
In questo caso è (relativamente) facile accorgersi che qualcosa non va come dovrebbe. Se uno dei due sente che c’è una cosa di cui si dovrebbe parlare, perché stona, o non torna, o semplicemente sente di averne bisogno, bisognerebbe appunto parlarne, e se la controparte si scansa, beh, è una red flag, come si dice in gergo: un segnale di pericolo.

Ci sono altre situazioni, però. Meno facili da individuare, meno chiare, meno nette; più liminali, sottili. Le bandiere non sono rosse, qui; forse ci sono ma sono di altri colori e non si individuano così facilmente; o forse non ci sono, perché non ci sono persone che si comportano male o con malizia.

Succede allora che ci infliggiamo ferite e non sappiamo come.

Una volta entrati nelle profondità del D/s ci si trova in un mondo caldo, liquido. Un mondo sotterraneo di desideri, sensazioni, emozioni viscerali.
Una volta ceduto il potere ci si sente meravigliosamente; ci si sente al proprio posto, accompagnate, protette, gestite: senza responsabilità. L’unico obiettivo diventa soddisfare il Padrone, ed è molto bello.
Allora, però, dove va a finire la negoziazione? Se si parla, si riesce a parlare? Si riesce a comunicare chiaramente, sinceramente? Intendo: si riesce a dire la propria verità senza che questa venga sovrascritta dal compiacere il Padrone?
(Avevo anche tradotto e pubblicato qui un articolo che ne parlava, su come comunicare mantenendosi sottomessi.)

Nella mia esperienza, in passato, ho vissuto alcuni momenti in cui, estremamente coinvolta nel D/s, profondamente sottomessa, nella comunicazione io non ho dato un consenso entusiasta, quanto piuttosto un’obbedienza entusiasta.

Le due cose si assomigliano molto, a un livello di percezione. Ero convinta del mio sì. Nessuno mi ha forzata né manipolata. Ma in me ardeva un desiderio feroce di soddisfare il Padrone; dunque, il mio consenso era libero, visto che io non lo ero?
Vivendo il D/s con così tanta forza, questa questione diventa spinosa, liminale, complessa. Ovviamente non si applica ad ogni relazione in ambito BDSM. Ma per chi lo vive con un coinvolgimento molto forte, può diventare un problema.

In tutto questo, che responsabilità può avere la parte Dominante? Come si dice spesso: un Dom, per quanto bravo, non può leggere nel pensiero, ed è vero. Se chiede consenso e questo viene dato, quali strumenti ha per capire se è sincero o no? O meglio: per capire se è libero o guidato dall’obbedienza? Perché quanto a sincerità, essa è indubbia; ma nella testa del sub l’obbedienza è una forza trainante, potente, che sovrascrive ogni altra. Non si può affermare né che la sub abbia mentito nel dare il consenso, né che il Dom lo abbia estorto. E’ la dinamica stessa in cui vivono a complicare la questione. Però, questa sovrapposizione può portare, soprattutto a posteriori, a dispiaceri, sensazioni di tradimento, ostilità, recriminazioni. Da una parte come dall’altra.

Io so di avere dato talvolta un’obbedienza sincera invece che un consenso sincero. Ma so che ero sincera. Ho sofferto? Sì. Posso dare colpe al Padrone? No.

Credo che ci voglia una consapevolezza immensa: di sé, della controparte, della dinamica e dei suoi anfratti, e quindi dei suoi pericoli – non solo quelli fisici, legati alle pratiche, ma soprattutto quelli emotivi, legati alla relazione. Parlare di sicurezza in relazione alle pratiche è facile; alle emozioni, difficilissimo. E’ una discussione da fare anche a livello di community, sicuramente.
Non sono sicura che si possa evitare del tutto questo pericolo, questa confusione tra consenso ed obbedienza; ma sarebbe meglio esserne consapevoli e riuscire a creare uno spazio di comunicazione il più possibile sicuro e paritario anche nel D/s più verticale.

E questo non significa solo responsabilità da parte del Dom di accogliere questa comunicazione, ma anche responsabilità del sub di darla, di conoscere il proprio desiderio di compiacere, soddisfare, obbedire e non farsene guidare in questi momenti.

Un passo più in là

Sono tredici anni che vivo il BDSM.
Ho esplorato: all’inizio avevo più o meno idea di cosa potesse piacermi, ho letto libri (saggi e romanzi), ho provato, ho posto limiti. Ho fatto cose. Parecchie cose.

Dopo così tanto tempo, ho perduto quella sensazione di novità, il brivido di provare qualcosa di incredibile, di mai fatto, di mai pensato.
O meglio: credo di averla perduta. La maggior parte del tempo pratico pratiche che conosco, che ho già fatto, che so come funzionano su di me. Anche se, certo: ogni volta è un viaggio nuovo; solo perché conosco la strada, non vuol dire che non mi goda il viaggio. Ma non c’è più quel vuoto allo stomaco, quel senso di salto nell’ignoto che mi faceva scoprire una nuova sfaccettatura di me, che toglieva un velo che magari nemmeno pensavo ci fosse.

E poi.

E poi c’è sempre un passo ulteriore. Una pratica nuova. Un’esperienza diversa. Una cosa che avevo detto che non avrei mai fatto, che pensavo fosse troppo o che non facesse per me. Una cosa a cui non avevo mai pensato. Una cosa di cui avevo visto una foto porno da adolescente e che era rimasta in un cassetto impolverato della mia mente. Una cosa che no. E poi succede.

E mi travolge.

Lo stomaco in gola, il cuore nello stomaco. Il cervello soverchiato, incapace di pensare. Quell’emozione così forte perché inaspettata. Le viscere che si contraggono: mi bagno, ansimo e godo di un piacere torbido, rimescolato, dell’anima più che del corpo.

Giù

Mi tocca qualche corda profonda che mi porti in cantina e mi incateni, che mi tieni nuda per terra, nello sporco. Mi sento schiava, prigioniera, indifesa; scendo in uno stato mentale animale. Istinto, sensazioni fisiche, allerta: i pensieri vengono quasi cancellati. Quasi. Ma lo sento che potrei scendere ancora più in profondità; che dentro di me c’è l’abisso.

In cantina sento di essere rinchiusa, prigioniera, alla tua mercé. Bendata, incatenata: puoi farmi quello che vuoi e non vedo, non posso oppormi. Tutto il mio corpo è vigile e attento, sento ogni spostamento, ogni tocco, e più è rude più mi manda scariche di adrenalina in tutto il corpo e al cervello, svuotandolo, facendomi ancora di più sentire solo quello che sento col corpo.

Ci sono sovrapposizioni, concomitanze, non sono divisa in compartimenti. Sono sempre io in un posto in fondo a me stessa, dove arriva poca luce ma si sta bene.

Sono felice che mi rinchiudi qui.

Dell’invidia e della scopa nel culo

Si dice che la reazione ad una situazione stressante sia sempre di fuga, di attacco, o di blocco (flight, fight, freezing).

Quando qualcosa mi indispone, la mia prima reazione è sempre di blocco. Mi irrigidisco e dentro di me inizio un attacco non dichiarato verso quella cosa (quella persona), a livello inconscio prima ancora che conscio. Inizio a criticarla, trovarne difetti (veri o immaginari), ad essere ostile. Quindi di fatto mi chiudo in me stessa.

Ma mi sono ormai accorta che spesso sono così critica solo perché in realtà sono invidiosa di quella persona o situazione.

Invidio le relazioni altrui, o la capacità altrui di vivere le proprie pulsioni, i propri desideri, in modo più libero, diretto, sincero rispetto a come ci riesca io. Che poi sia effettivamente così, è solo una mia idea, naturalmente; come mi è stato fatto notare: non so cosa ci sia dietro una facciata di apparente successo, felicità o soddisfazione. Non so quali lotte interiori quella persona abbia passato o stia passando, magari.

Io sono trattenuta da miei limiti mentali, che sono anche limiti che credo mi siano dati da altre persone: da mio marito come dal mio Padrone. Penso: lui non vorrebbe che io… Ma anche qui, sono idee mie; giustificazioni delle mie paure. “Non posso farlo perché lui non vuole”. Non è vero: non lo faccio perché ho paura. Ho una scopa nel culo e credo pure che me l’abbia messa qualcun altro.

Non potrò acquisire nessuna reale crescita finché non abbandonerò le mie paure ma soprattutto le mie paranoie. Ciò che mi trattiene dal vivere appieno e con soddisfazione ogni mia relazione, ogni mia sessione, è solo ed unicamente nella mia testa.

Lasciare andare rimane la cosa più difficile, ma senz’altro la più bella.