Blossom

L’autunno è la stagione nella quale fiorisco.

Il caldo soffocante se ne è andato, il sole a picco, il languore indolente dell’estate che mi rallenta e mi ottunde. Arriva il vento, freddo, che mi spazza l’anima e ripulisce il cuore; mi prepara ad un nuovo inizio, mi toglie le foglie secche che mi soffocano.
E’ il momento di lasciare andare. Dimenticare no, mai: ogni esperienza vissuta è preziosa in me e mi fa crescere; ma è passata.

La malinconia struggente delle giornate fredde e serene di settembre, l’aria cristallina che mi riempie i polmoni: è il cambiamento che mi colma, che mi chiama con una quiete assordante.
Chiudo gli occhi, inspiro e mi lascio trasportare.

Sono pronta a cambiare.

Errori

Più cerco di non pensarci più, più sono assalita a tradimento dai ricordi. 

Non riesco a togliermi dalla testa la certezza di avere fatto molti e gravi errori. Alcuni mi sono chiari (col senno di poi), altri ancora no. 

Non mi resta altra possibilità che imparare da quegli errori, per non ripeterli più e, forse, evitarne di nuovi. Altrimenti, tutto quello star male sarà stato inutile. 

E per gli errori che mi sono oscuri, conservo la speranza di poterli comprendere; spero che, continuando l’introspezione, un giorno essi si riveleranno. Oppure, che sarà possibile ritrovare chi con me ha vissuto e subito quegli errori, per un confronto sereno a posteriori che mi permetta di capire appieno. E, finalmente con cognizione di causa, chiedere scuse consapevoli. 

Migliorare

Ma io?
Io cosa ho fatto in questi mesi per migliorare?
Io cosa ho fatto per essere una versione migliore di me stessa, per meritare di essere scelta?
Io cosa ho fatto per dimostrare attenzione, attaccamento, interesse, cura?

Se fossi stata in prova, probabilmente l’avrei fallita.

Ho passato il mio tempo a lamentarmi, a invidiare e ad aspettare che qualcun altro si prendesse in carico la mia esistenza, che mi facesse crescere e cambiare. Ma non funziona così. Una sub deve avere in sé la volontà di mettersi in gioco, evolvere e impegnarsi per essere meritevole. Credevo di avere questa volontà, ma forse non è così; di certo non la sto applicando nel modo corretto.
Tocca a me il primo passo. E il secondo, e il terzo.
Per trovare chi voglia venirmi incontro, devo io per prima avanzare.

**Traduzione** La pratica della gestione della gelosia

Ho contattato Franklin Veaux, autore di More Than Two (Più Di Due), un sito (ed omonimo libro) di risorse sul poliamore, chiedendogli il permesso di tradurre e ripubblicare uno dei suoi saggi, quello sulla gestione della gelosia.
E’ un tema che mi sta molto a cuore, su cui ho lavorato a lungo negli ormai dieci anni di vita poliamorosa che conduco. Un tema comunque utile e vitale per tutti, credo, per imparare ad assumersi la responsabilità delle proprie emozioni senza colpevolizzarsi, per gestirle e risolverle qualora siano problematiche o dolorose – come spesso succede per la gelosia.

Io personalmente credevo di non essere gelosa, finché una gelosia devastante non mi ha travolta e non ha quasi distrutto me ed ogni cosa e persona intorno a me.
Sono qui e continuo a lavorarci: la gelosia è stronza, disinnescata una paura ne esce un’altra. Ma una alla volta, le affronto e le supero.

Qui l’articolo originale dell’autore, in inglese.

Ed ecco la mia traduzione:

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Il sole dopo la pioggia

La mattina dopo l’aria è serena e tersa, e fredda.
Rabbrividisco nella maglietta leggera e respiro il vento fresco; mi pervade una profonda malinconia che sembra aleggiare nell’aria stessa.
Ora che è uscito il sole, la pioggia non sembra più così brutta e triste; anzi: ha rinfrescato, e reso verdi le piante, che ora possono fiorire.
Mi si stringe il cuore, ma adesso non posso che ascoltare il vento, sentire il fresco della sera, ripararmi dal sole; vivere la sensazione di perdita e andare avanti, imparare e migliorarmi.

Comprensione


Royksopp – The understanding – Triumphant

Raggiungere la comprensione, la consapevolezza, è un processo continuo, spesso ciclico. L’acqua calda non si scopre mai una volta sola. E non ho mai finito di scoprirla.
La comprensione mi rende trionfante.
Non perché sia brava, o perché vinco qualcosa, no; anzi: quando punto a dimostrare di essere brava o a vincere è proprio il momento in cui mi allontano, arrogante, dalla comprensione più vera di me stessa.
Nell’istante in cui credo di avere capito tutto, di essere forte di quello che so e che sono, in quell’istante retrocedo e cado miseramente di nuovo nel buio.
Invece, trovo trionfo ed entusiasmo nella nuova crescita che ottengo, nella nuova luce interiore che raggiungo, nel miglioramento di me. Accade quando sono aperta, ricettiva, umile; quando ascolto il sussurro del mio io interiore e non il bailamme della presunzione.
Allora capisco, comprendo d’improvviso tratti di me. Mi si svela un meccanismo. Accetto la mia imperfezione e procedo in questa lunga strada fatta di emozioni. Un po’ migliore di prima, senza il bisogno di dimostrarlo.

Di rado ma mi dirado

A volte l’emergenza quotidiana, la fatica, i pensieri, tutto si accumula come un gran mucchio di neve fuori dalla porta del rifugio. Si sente la tempesta che infuria e ci si rannicchia nel sacco a pelo rimandando di uscire; ma anche quando il vento non soffia più, vedere tutta quella neve da spalare sembra un compito così tanto superiore alle proprie forze da preferire di tornarsene nella propria cuccia, a nascondersi sotto le coperte.
Questo si traduce fuor di metafora nel rimandare di fare anche le cose che si amano, come leggere e scrivere, in favore di una perdita di tempo che spenga il cervello, come scorrere ad libitum la bacheca di facebook, fino alla lobotomia virtuale.
Sale allora un oscuro e sotterraneo senso di disprezzo di sé, la sensazione (veritiera) di stare perdendo tempo prezioso; l’appiccicoso viscidume della melassa della pigrizia impasta e impesta anche la voglia di fare quella fatica bella, che dà soddisfazione.
Cavarsene fuori è ritrovare sufficiente fiducia da dire a se stessi: sì, quello che faccio vale. Invece di fissare il foglio bianco cercando allo spasimo qualcosa di profondo, di vitale, di imprescindibie da scrivere, scrivere e basta. Lasciar scorrere il testo, sentire il fluire della grammatica, i tempi verbali che si accordano come pezzi di un puzzle fino a creare un disegno magnifico ed armonico. Il piacere delle parole, una lettera dopo l’altra. Per il puro piacere di sentirle, della musica della scrittura.
Tutto vale la pena di essere scritto, letto, vissuto; anche se non è di necessità sempre la chiave di volta di tutta una vita, come a volte mi figuro che debba essere per poter meritare di esistere.

Tenacia

Il solo volere non basta. Ci vogliono tempo e pratica; in una parola: tenacia. Mettere da parte l’ansia che è sempre e solo controproducente e andare avanti dandomi tempo per imparare, per crescere le mie potenzialità.
A volte o forse spesso la stanchezza mi soverchia e mi abbatte; la fatica del momento contingente mi annebbia la vista verso il futuro, verso ciò che sto costruendo. La frustrazione dell’errore, della caduta mi rendono faticoso rialzarmi e ricominciare ancora una volta.
Ma se c’è una cosa che ho imparato a detestare, è piangermi addosso. Un minuto, due, dieci di sconforto: ci sta. Poi basta. Riapro gli occhi e il mio sguardo si fissa in alto. Un altro passo, uno alla volta.
Si cresce per crisi successive.

Espansione

Non sapevo come fare a non aspettarmi nulla, ad essere semplicemente e totalmente aperta ad ogni cosa che sarebbe arrivata. Si fa presto a dirlo, ma non avevo idea di come farlo. Come sentirsi ordinare “sii spontaneo” – una contraddizione, un paradosso.
Invece, è bastato farlo.
Svuotare la mente, levarsi di dosso pregiudizi. Non pensare né in positivo, proiettandomi in avanti con fame ed ingordigia; né in negativo, tentando di fingere che in realtà non m’interessa, con un atteggiamento da ‘la volpe e l’uva’. Un vaso vuoto, da riempire.
E’ stato strano; l’incredulità che stesse accadendo davvero ciò che avevo desiderato tanto e tanto a lungo, senza che in quel momento né lo aspettassi né lo desiderassi, mi ha scombussolata. Ma una volta aperto il canale e divenuta ricettiva, tutto il resto è stato obliterato.
A distanza di giorni, mi restano addosso i segni del cane e della bull, e la sensazione di avere fatto in qualche modo un passo in avanti. Con un modo molto zen, o mistico, o giapponese: nel momento in cui non ho voluto a tutti i costi avanzare, ho compiuto un passo che non avrei potuto fare.
Ho scalato la montagna che non può essere scalata perché non ho pensato a scalarla.

Coinvolgente vs pervasivo

Se io sono coinvolta, porto me stessa dentro ciò che viene fatto; la mia individualità è allora un valore aggiunto riconosciuto.
Se sono invece pervasa, è la cosa esterna che mi riempie; la mia personalità diventa qualcosa da azzerare e sostituire con altro.
Per questo un lavoro pervasivo distrugge. Non permette di staccare la testa, arrivano telefonate ed email a tutte le ore del giorno e della notte, tutti i giorni. Viene preteso che si viva per lavorare, non viene concesso alcuno spazio individuale al di fuori dei confini tracciati da altri.
Invece chiacchierare una domenica pomeriggio di lavoro non è pesante quando in quel lavoro l’apporto individuale è esattamente ciò che viene più riconosciuto e valorizzato. Quando il lavoro coinvolge e non travolge diventa parte della propria vita, non qualcosa che la cancella.
Allora in fondo alla fatica resta il dolce sentimento della gratitudine.