Dimmi come posso essere brava per te

Rendimi brava. Giustificami.
Giustificami nel significato che aveva per Lutero: rendimi giusta.
Rendi giusto che io esista, che io sia qui, che le cose che faccio vanno bene. Che ho diritto di esistere.

Se non me lo dici, o se mi dici che non è necessario, che non devo “essere brava”, che vado già bene… non sai il tuffo al cuore; il terrore della perdita di quello che per me è un punto di riferimento, una pietra di paragone: avere chi valida la mia esistenza.

Perdere questo mi scompensa e allo stesso tempo mi colma di una gioia folle, dello slancio oltre la paura di una corsa sulle montagne russe: la faticosa cremagliera è superata e non c’è più spazio per preoccuparsi. Con il cuore nello stomaco assaporo questa corsa.

Disordini dei sensi nascosti

Cosa porta le persone a fare casini inenarrabili?
Reagire in modo sproporzionato, sottostimare, sovrastimare, creare narrazioni al punto di incasinarsi e incasinare il prossimo fino a livelli improponibili, anche quando tutte le premesse sarebbero state favorevoli; evitare, soprattutto evitare, con tutte le nostre forze: evitare discorsi, evitare emozioni, evitare verità. Omettere fino a scomparire.

C’è un disordine dentro ognuno di noi.
Per quanto siamo equilibrati – e lo siamo anche, abbiamo una vita regolare, il lavoro, la casa eccetera – abbiamo una confusione interna, sottile, che ci pervade. Per quanto con i nostri sensi comprendiamo il mondo in modo del tutto corretto, abbiamo dentro di noi dei sensi nascosti che si perdono, che interpretano quel mondo in modo arbitrario.
Reagiamo in modi automatici, leggiamo motivazioni sottese laddove non ci sono, non domandiamo spiegazioni, non cerchiamo soluzioni ma scivoliamo in quelle che ci suggeriscono i nostri sensi nascosti, i nostri automatismi, i nostri schemi, i nostri meccanismi appresi.
Saltiamo alle conclusioni, omettiamo informazioni fondamentali, evitiamo di affrontare anche la realtà più rassicurante.
E ci incasiniamo.

I disordini di questi sensi nascosti creano disordine nel nostro mondo, nelle relazioni, nei rapporti, nella comprensione dell’altro. Poi un giorno apriamo gli occhi e ci accorgiamo del casino, e non abbiamo idea di come abbiamo fatto ad arrivare fin lì. Come abbiamo fatto a incasinare così tanto le cose? Ma anche: come siamo sopravvissuti?!

E’ durissima anche aprire gli occhi ed accorgersene, a volte. Succede che te ne facciano accorgere gli altri, o le conseguenze. Quindi già accorgersene è tanto. Ma la svolta è capirlo.

Imparare ad ascoltare il disordine dei sensi nascosti.

Riordinarli è impossibile: si sono sviluppati così, o forse ci siamo nati; ormai sono convoluti e districarli non è fattibile. Ma quello che possiamo fare è conoscerli. Capire come funzionano, quali automatismi attivano, a quali casini ci conducono. Ascoltare cosa ci dicono di noi per poter rispondere: no, non così. No, non è vero. No, invece no.
Opporsi con gentilezza, con dolcezza: i sensi nascosti cercano di proteggerci dal male, ma si perdono nel loro disordine, creando spesso altro male. Bisogna fermarsi, fermarli, capire e dire:

sì, sto male
no, non è colpa mia
sì, ho diritto di stare male
no, non faremo male a chi vogliamo bene
sì, posso essere responsabile (non colpevole)
no, non merito di stare male
sì, posso rimediare
no, non devo espiare

 

Dei disordini dei sensi nascosti parla Oliver Sacks nel suo libro L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello. Da neuropsichiatra, intende quei disturbi che attengono alla memoria, al riconoscimento, alla coordinazione spaziale: i sensi nascosti sono quelli che elaborano le immagini che arrivano al cervello dai sensi primari.
Qui, è una licenza poetica.

Collare

Il collare è un simbolo potente, un segno tangibile di appartenenza. E’ per me una conferma, un riconoscimento, un legame.

C’è stato un tempo, da ragazzina, che me n’ero comprato qualcuno; li mettevo alle feste tra amici, inconsapevole persino di cosa desiderassi, del perché mi attirasse un oggetto simile, del perché volessi indossarlo. Adesso non ne comprerei mai uno per conto mio (anche se talvolta ne vedo di stupendi), né ne indosserei uno a caso. Adesso per me non è solo un oggetto, ma rappresenta un sentire. Un sentire preciso, potente, speciale, legato al Padrone.

Indossandolo mi sento invincibile. Sono io, completa: di proprietà.

Ogni volta che ne ho ricevuto uno è stata un’emozione fortissima.
Nella mia vita ne ho ricevuti quattro, uno da ogni Padrone cui sono appartenuta. Gli altri tre ho potuto conservarli e sono al sicuro, in un mio luogo di memoria.
Ho ricevuto il collare una volta all’inizio dell’appartenenza come segno di legame, altre volte dopo mesi come segno di conferma. Ne ho ricevuti di comprati presso artigiani, e di comprati al negozio di animali.


Dopo un anno (compiuto a fine giugno 2020, per la verità) ho ricevuto dal mio Padrone JoyDiv il collare. E’ bianco e nero come i suoi colori. E’ ancora un prototipo: un collare fatto a mano, appositamente, non comprato già fatto in un negozio o in un laboratorio, ma progettato, elaborato, lavorato, è un oggetto che richiede tempo.

E’ bellissimo, ed averlo ricevuto mi ha riempita di una gioia indescrivibile, un’emozione viscerale e profonda. E’ la prima volta che ne ricevo uno non solo pensato, ma creato per me.

Privilegio. Gratitudine. Appartenenza.

Due: Integrazione

Io sono kat.
Eppure, sono anche Chiara.

E dire che lo avevo scritto anche nella bio di questo mio blog, e lo avevo scritto quando l’ho aperto, nel 2007, nei proverbiali tempi non sospetti: impossibile definire in due righe una persona. Miliardi di sfaccettature; molteplici anime.

Ho costruito paratie che credevo di acciaio, ed erano di cartongesso. Ho posto limiti e confini che erano muri senza porte, ma alti mezzo metro. Ho cercato di suddividermi perché ritenevo che diverse parti di me avessero necessità differenti. Ed è così.
Ma alla fine, sono sempre io.

Le cose traboccano, sbordano: emozioni, sentimenti, pensieri, desideri. Non riescono a stare nel loro compartimento, nella scatola pensata per quella persona, quella parte di me. Alla fine mi riunisco sempre. Ma per lungo tempo non solo non l’ho voluto: l’ho combattuto. Ho pensato fosse pericoloso, sbagliato. Talvolta, ho ricevuto conferma che lo era. Allora ho cercato di tornare al mio posto. Ma per quanto bello, rassicurante e comodo sia un ruolo, alla fine è stretto; o forse, diventa stretto, crescendo. E non posso impedirmi di crescere come persona, anzi, è uno dei motivi per cui faccio bdsm: esplorarmi, conoscermi, crescere.

Come si fa a fare crescere anche il ruolo, allora? Come si fa spazio per tutte le persone che sono io, perché convivano e non si facciano i dispetti? Perché le cose non sbordino ma scorrano come un torrente da una polla all’altra, armoniosamente?

Ho paura, perché è un cambiamento radicale. Ma sto imparando. E non sono sola.

Uno: Segregazione

Io sono kat.

Come recita la bio di questo mio blog: una donna normale, una slave, una masochista.

E’ importante: questo sono, qui. Questa persona. Questa identità. Nel mondo del bdsm, nella realtà bdsm che vivo, sono kat, kat soumise. Con le minuscole, perché sono sottomessa.
Se in questa realtà qualcuno mi chiama con un nome diverso, o lo scrive maiuscolo, è come se sentissi delle unghie grattare su una lavagna. Stride, stona, non torna. Mi dà fastidio, mi irrita, mi sento non riconosciuta.
E’ come se avessi un filtro sulla realtà, che la modifica conforme in che mondo mi trovo. Almeno, credo di averlo. Almeno, credo di essere solo kat.

Ho sollevato paratie e creato compartimenti.
Sono una determinata persona, in un determinato mondo. Non posso bucare la quarta parete, mostrare di essere anche qualcun altro – le regole sono queste. Non posso fare determinate cose, desiderare determinate altre cose, provare determinate emozioni, determinati sentimenti: non appartengono a questa persona. Di più: non devono appartenere a questa persona. Per proteggermi, credo. Questa persona segue queste determinate regole: così è facile, basta seguirle. E’ importante che sia solo kat, che può muoversi in questo ristretto ambito e che obbedisce a queste precise regole: così sto bene, così sono a mio agio nel vivermi nel bdsm.

E se succede che qualcosa trabocca, perde, sborda o si intromette… non va bene, bisogna spegnerlo, cancellarlo, pensare di avere sbagliato e fare ammenda. Tornare sulla strada tracciata. Cancellare il messaggio prima di mandarlo. Trovare arzigogolate giustificazioni. Negare anche l’evidenza, soprattutto a me stessa.

E’ un sacco di fatica. Resta addosso la sensazione che qualcosa sia fuori posto. Eppure, ho fatto tutto bene. Tutto secondo le regole. Tutto nel tracciato che ho segnato…

Outside A

Non è mai un ricominciare da zero; al massimo, un ricominciare da capo. Quello che è stato, è stato vissuto fino in fondo e sentito in profondità: sono cresciuta e riparto da un punto più avanzato rispetto a dov’ero la volta precedente. Non perdo nulla, anzi ne faccio tesoro.

Inoltre non è davvero un addio.

E’ doloroso, ma una scelta sofferta è sempre meglio di nessuna scelta, meglio di un’attesa indefinita, meglio di una sensazione che qualcosa non va.

Ieri ho pianto, oggi sono malinconica, domani sarà domani. So chi sono e so che continuerò a comprendere sempre di più chi sono; la parola chiave è consapevolezza, sempre.

Nei prossimi giorni pubblicherò, retrodatati, i post che mi sono rimasti in bozza, negli appunti, nei pensieri, e che per un motivo o per l’altro non ho finito. Appartengono a questa relazione come vi appartenevo io; desidero che restino, come mi resta dentro ciò che ho vissuto e sentito.

A presto, e che la tua vita sia densa di felicità, di sentire, di intensità, di assoluto, come so che la vivi.

Sofferenza

La sessione di venerdì sera è intensa, pesante. I colpi scendono senza pietà.
Mi pento di avere mangiato quei due bocconi di cibo cinese: torna su tutto quando mi usa la bocca fino in gola, come gli piace, come fa sempre. Mi degrada e ne gode.

Ho bevuto tanto, perché mi ha detto che vuole che faccia pipì in Sua presenza, cosa che ancora non sono riuscita a fare. Sento la vescica piena. Ma ho paura, sono tesa perché so che sarà difficile che riesca a farla: è più forte di me, è inconscio. Quindi aspetto, aspetto nella speranza che dopo mi scapperà in modo impossibile da controllare. La vescica piena mi fa sentire di più il dolore dei colpi. Mi fa sentire di più gli orgasmi forzati con la wand.

Urlo, strillo, strepito come non mai.

Quando mi penetra il culo col dildo mi fa un male atroce, oltre alla penetrazione sento la pressione nella pancia e infine dico “giallo”. Gli dico che mi scappa. Mi porta in bagno, mi minaccia di frustarmi se non piscio. Lo voglio fare, ho bisogno di farla, ma non riesco, lo sapevo, è più forte di me. Esce un microscopico, lento rivoletto… ma non sufficiente per la Sua pazienza.
Mi richiama in stanza e mi dà 20 colpi di frusta, più altri 20 di riscaldamento. Li ho contati tutti, anche se quelli della punizione, contati ad alta voce, sono solo i secondi.

Torno a casa scombussolata. La parte che ho sentito più in profondità è stata la frusta. Io odio la frusta, un dolore troppo tagliente. Ora vorrei prenderla di nuovo. Non ho erotizzato il dolore, ma l’Autorità del Padrone.

Dopo – molto dopo, la sera dopo – Lui mi fa notare che ho sofferto troppo. Mi dice che ha ripensato alla sessione e ha capito che non ho erotizzato il dolore. Ha dovuto rallentare e fermarsi spesso e questo non gli è piaciuto. In quello che mi dice sento che mette in dubbio la relazione: qualcosa non funziona. Mi ricorda che gli avevo detto che se il dolore della sessione diventa sofferenza, vuol dire che qualcosa non va. Non va proprio.

Lo so che non ha torto. Mi sento in colpa. Mi sento di avere sbagliato. Mi chiedo perché non ho erotizzato, o perché non ho erotizzato come le altre volte. Cerco delle giustificazioni ma non lo so, non lo so. Vado in panico. Sono le limitazioni? la gelosia? sto male? qualcosa è cambiato? Certo, qualcosa è cambiato. Non so trovare un motivo unico, un’unica spiegazione. Non lo so. Ho paura che in ogni caso non ci sia una spiegazione valida, una che placherà i dubbi.

Dopo, col senno di poi, mi chiedo se sia io che non reggo o se non sia, piuttosto, che è Lui che ha la mano più pesante del solito. Che non abbia preso la mano sull’altra, che regge più di me, ed ora mi colpisca con l’intensità con cui è abituato con lei.

Nei giorni seguenti le domande, le elucubrazioni proseguono incessanti.
Ogni volta che mi dice “prendiamo tempo, riparliamone domani, riparliamone la settimana prossima”, ogni volta dopo due ore siamo di nuovo a parlarne. Ogni volta si aggiunge un tassello. Ogni volta è un nuovo dubbio, un’altra cosa che non va. E’ un chiodo fisso.

Piango, ho paura, capisco bene cosa sta arrivando e non voglio essere io ad andarmene.

Dell’invidia e della scopa nel culo

Si dice che la reazione ad una situazione stressante sia sempre di fuga, di attacco, o di blocco (flight, fight, freezing).

Quando qualcosa mi indispone, la mia prima reazione è sempre di blocco. Mi irrigidisco e dentro di me inizio un attacco non dichiarato verso quella cosa (quella persona), a livello inconscio prima ancora che conscio. Inizio a criticarla, trovarne difetti (veri o immaginari), ad essere ostile. Quindi di fatto mi chiudo in me stessa.

Ma mi sono ormai accorta che spesso sono così critica solo perché in realtà sono invidiosa di quella persona o situazione.

Invidio le relazioni altrui, o la capacità altrui di vivere le proprie pulsioni, i propri desideri, in modo più libero, diretto, sincero rispetto a come ci riesca io. Che poi sia effettivamente così, è solo una mia idea, naturalmente; come mi è stato fatto notare: non so cosa ci sia dietro una facciata di apparente successo, felicità o soddisfazione. Non so quali lotte interiori quella persona abbia passato o stia passando, magari.

Io sono trattenuta da miei limiti mentali, che sono anche limiti che credo mi siano dati da altre persone: da mio marito come dal mio Padrone. Penso: lui non vorrebbe che io… Ma anche qui, sono idee mie; giustificazioni delle mie paure. “Non posso farlo perché lui non vuole”. Non è vero: non lo faccio perché ho paura. Ho una scopa nel culo e credo pure che me l’abbia messa qualcun altro.

Non potrò acquisire nessuna reale crescita finché non abbandonerò le mie paure ma soprattutto le mie paranoie. Ciò che mi trattiene dal vivere appieno e con soddisfazione ogni mia relazione, ogni mia sessione, è solo ed unicamente nella mia testa.

Lasciare andare rimane la cosa più difficile, ma senz’altro la più bella.

Dopo una cena di lavoro

Dopo una cena di lavoro, rientro in auto con alcuni colleghi, due uomini e una donna. E’ tardi, passata mezzanotte da poco.

D’improvviso, penso: domani a quest’ora sarò in ginocchio per terra, coperta di sputo e di sperma, il trucco colato, la lingua di fuori e la bava che cola dalla bocca, le gambe aperte e il culo rovente.

Un brivido profondo mi percorre tutta; mi agito sul sedile posteriore, accanto agli ignari colleghi. Muovo le gambe, per la sensazione pulsante che inizio a sentire in mezzo alle cosce.

I colleghi chiacchierano, ridono, si raccontano aneddoti. Io vibro in silenzio.

Come è possibile che sia qui, che sia la persona che è stata con loro in fiera, che lavora, che si confronta alla pari, ed allo stesso tempo essere schiava, esserlo profondamente, sentirlo come la propria natura più profonda, più vera? Osservo l’abitacolo, le case che scorrono fuori dal finestrino, sento le risate dei colleghi ma non ascolto. Quello che ascolto è ciò che sento dentro, questo scorrere fluido, denso, potente che mi porta a terra, sotto i Suoi piedi, a subire tutto ciò che Lo soddisfa. A godere del dolore, dell’umiliazione.

Quando scendo dall’auto, inspiro l’aria della notte e sorrido.

Sera

L’aria è fresca, tanto che appena scesa dell’autobus rabbrividisco, ma non metto la giacca: camminando mi scaldo e diventa estremamente piacevole.

Respiro a pieni polmoni: si sente che il mare non è distante.

Cammino, veloce, da sola. Respiro.

Silenzio, rumore di fondo, auto che passano, sole che tramonta.

È uno di quei momenti di transito: ho finito un lungo discorso, forte emotivamente, e tra poco sarò a cena con altre persone. In questo momento, sono sola; ricarico l’energia. Non penso: respiro e basta, sento la notte che arriva, mi godo il vento leggero.

Il mio cuore canta: fiducia, serenità, appartenenza e aspettative positive.

È un momento perfetto e io sono viva.