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Tag: controllo

  • Troppe vite

    Chi sono io?
    In base a cosa definisco me stessa? In base a ciò che amo fare, o a ciò che faccio effetivamente, o in base a ciò che sento, che vorrei, cui aspiro, eccetera? In base al mio ruolo sociale? Ma quale dei tanti?
    Sono donna, moglie, slave, amica, collega.
    Sono chi sono al lavoro, a casa, in dungeon.
    Solo che poi succede che mentre sono in cucina penso alla riunione dell’indomani, mentre sono in ufficio penso alle fruste, mentre sono legata e bendata penso al bucato da fare.
    Si crea un corto circuito tra le tante, troppe me stessa che sono. Eppure non potrei rinunciare a nessuna di loro: la totalità di esse definisce la mia unicità. Ma essere così tante persone mi tramortisce. Non riesco mai ad essere tutto contemporaneamente – così, spesso mi sento di vivere una bugia. Di non riuscire ad essere totalmente sincera, totalmente IO.
    Allora in questa sensazione di scollamento inizio a indulgere in cose che mi facciano pensare ad altro; inizio a mangiare, a mentire. Perché se tanto non posso essere del tutto sincera nel vivere la mia totalità, tanto vale dire qualche bugia per rilassarmi, no?
    No: sto solo peggio. Non sono chi sono e mi allontano sempre di più da me.
    Vorrei rannicchiarmi sotto le coperte e dormire, sognare altro. Vorrei smettere di fare finta che vada tutto bene; ammettere che qualcosa non va e riallinearmi a me stessa. Fare in modo che in ogni aspetto io possa essere vera e completa.
    Sembra così facile ed ultimamente mi è così impossibile.

  • Ogni lasciata è persa

    Ogni cosa che ho iniziato e abbandonato mi perseguita come un orribile incubo.
    Ripensare a tutte le cose che ho tentato di fare e che ho fallito, da cui mi sono allontanata cercando giustificazioni, motivi validi, scuse o semplicemente nascondendo la testa sotto la sabbia… ripensarci mi stringe lo stomaco in una morsa di angoscia. Vorrei allora fuggire lontano da me stessa, dalla consapevolezza di non essere riuscita, di essere stata inadeguata, incapace, debole o chissà cosa. Alcune cose penso che avrei potuto portarle a termine; altre so che erano oltre le mie capacità di quel momento, ma ciò non mi impedisce di colpevolizzarmi orribilmente.
    Mi sento vigliacca e stupida, ed è una sensazione che vorrei strapparmi di dosso.
    Vorrei dilaniarmi con le unghie fino a mettere a nudo muscoli e tendini ed ossa. Lasciarmi cadere a terra e calpestare fino ad espiare la colpa di non aver saputo restare con coraggio in prima linea, a combattere allo spasimo anche contro ogni minima speranza di vittoria.
    Fuggire è sempre una sconfitta, anche se mi garantisce la sopravvivenza.
    Sopravvivere fa schifo. Vorrei avere il coraggio di vivere, sempre, al massimo. Anche se è così dannatamente difficile e scomodo che alla fine, vigliaccamente, con la coda tra le gambe, cerco una scappatoia per svicolare, non vista, fuori scena.

  • Punti di vista

    “Il segreto della gioia è la disobbedienza” – Aleister Crowley

    Leggo questa citazione e sorrido; ovviamente, considerato il soggetto che l’ha fatta, mi stupisco poco. Ma la cosa interessante è pensarla da un punto di vista bdsm. Per questo sorrido.
    La disobbedienza è un brivido, un terrore; può essere uno strappo, un rompersi di una corda troppo tesa. Ma per me difficilmente una gioia. Soprattutto non il segreto stesso della gioia…
    Per me le cose devono avere un ordine, una disciplina. Per quanto sia difficile da seguire, per quanto fastidiosa, dura, scomoda: ma deve esistere una regola. Senza, sono destabilizzata e persa.
    Infrangere la regola non mi dà senso di libertà, né di piacere. Mi aggroviglia lo stomaco, mi rovina la giornata. A volte, la tentazione è comunque forte: per stanchezza, per fatica, per autoindulgenza o per provocazione; a volte non so nemmeno io per cosa, forse anche per cercare una punizione, per punirmi di qualche colpa inesistente provocandone una vera.
    Ma non mi provoca mai gioia, né sberleffo o spregio.

  • Intensità – 06

    ilgrandeharpo2
    Ricordo che l’ultimo anno delle superiori avevo un diario del maiale Harpo, che recitava in copertina: “Diventa pigro! Chi non fa niente non fa niente di male! Pubblicità progrAsso”. Mi faceva molto ridere e gareggiavo con le compagne per il diario più assurdo/trash (credo di aver vinto, quell’anno).
    In realtà, sebbene sia in effetti una persona che si impigrisce facilmente, detesto non fare un tubo. Mi sale un’insofferenza spaventosa nei confronti di me stessa, cui cerco di porre rimedio raccontandomi degli alibi: eh ma fa caldo, ho altro da fare, è colpa di qualcun altro, uno oggi mi ha guardata male e allora sono depressa, piove governo ladro eccetera eccetera.
    Certo, prendersi carico della responsabilità della propria vita è difficile e faticoso, e frustrante anche, perché si sbaglia. Infatti, solo chi non fa niente non sbaglia mai (ma potremmo discutere del fatto che non far nulla sia già un errore di per sé). Se agisco, in qualsiasi modo, sono destinata a sbagliare. Anche a fare cose giuste, s’intende, e soprattutto ad imparare a sbagliare meno, ma per forza sbaglierò.
    E’ questo che mi ha bloccata tanto a lungo dall’agire, ciò che mi terrorizza: la prospettiva dell’errore (sempre visto come irreparabile), il temuto giudizio degli altri di fronte alle mie mancanze.
    Ma non voglio più andare avanti così. Voglio agire e sbagliare, e imparare e crescere.
    La perfezione non esiste, ma posso tendervi solo se accetto di essere imperfetta.

  • Vivere per chi

    A che scopo continuare a desiderare cose se poi non ho tempo per farle?
    Sono sempre dilaniata dal desiderio di fare felici gli altri, di essere a loro disposizione, del sentirmi utile, del sentirmi dire ‘brava’. Vorrei sapere cosa fa stare bene me e farlo, invece di dibattermi nell’angoscia di non riuscire a fare felici tutti. Il tempo è sempre tiranno, non riesco mai a fare tutto quello che vorrei fare, o che penso che gli altri vorrebbero che facessi.
    Se vado dall’uno non potrò andare dall’altro. Se perseguo una mia pulsione non sarò disponibile per soddisfare quelle altrui.
    Mi piacerebbe andare da qualche parte e mi blocca il pensiero che invece, magari, in quel momento qualcun altro vorrebbe che io fossi da un’altra parte a fare un’altra cosa.
    Vivo una vita in attesa sperando di ricevere indicazioni, ordini, richieste; quando arrivano e non mi aggradano mi sento sfruttata; quando non arrivano mi sento ignorata; quando arrivano tardi e mi sono già organizzata diversamente mi deprimo.
    Eppure non vorrei più vivere sola e senza legami, libera da ogni tipo di vincolo: la mia vera realizzazione, lo so, è con gli altri. La solitudine è il mio rifugio nella paura.

  • L’ho chiesto io

    Volere

    Nella pagina facebook “Frammenti di una kajira masochista – ai piedi del Padrone” trovo questa immagine con questa didascalia. Mi colpisce.
    Perché è ciò che voglio io?…
    E’ vero. L’ho voluto. Lo voglio.
    Eppure…
    In qualche modo questa risposta mi stona, mi delude, mi rattrista. Allora, non lo fa perché Gli piace, perché Lui lo desidera, per avere Lui del piacere?
    Ritorna il vecchio motto di spirito “Padrone, fammi tutto ciò che voglio!”
    Questo un po’ mi rompe il giocattolo, mi svela il trucco.
    Certo che mi viene fatto ciò che desidero. Ma vorrei mantenere questo fatto sotto silenzio, avere il piacere di compiacere il Padrone, di sapere che mi fa ciò che piace a Lui, che mi fa fare ciò che porta soddisfazione a Lui. Che le richieste che mi impone non sono solo una gentile concessione ai miei desideri; ma che siano qualcosa da cui Lui trae appagamento.
    E’ solo una bugia?
    Non voglio che sia solo una bugia.

  • Farsi male

    Ci sono quelle ragazze che si tagliano. Prendono qualcosa di tagliente, affilato, appuntito e se lo passano addosso, magari in qualche posto nascosto dai vestiti, e osservano il sangue affiorare. Il dolore fisico placa per un attimo quello emotivo.
    Il mio autolesionismo è il cibo.
    Ingoio cereali, pane, cracker, biscotti, tuttoquellochetrovo. L’atto stesso di avere la bocca piena mette per un poco a tacere il senso di insoddisfazione, di disagio, di inadeguatezza.
    Il problema è che non funziona più. Crea invece un circolo vizioso. Già mentre inghiotto il cibo sento una voce che mi insulta per come sono debole, grassa, incapace di autocontrollo; che mi dice che quello che sto facendo è stupido, inutile, controproducente. Il fastidio fisico dell’abbuffata mi fa sentire ancora più gonfia di quanto non sia. Alimento – letteralmente – il mio disagio, il mio sentirmi brutta.
    Piango calde lacrime di delusione per non riuscire ad essere migliore; per aver gettato al vento una dieta rigorosa ed i risultati conseguiti.
    Mi sento un mostro e vorrei andarmene lontano, dove credo tutti vorrebbero relegarmi affinché non offenda loro la vista.
    In un posto segreto nel mio cuore so che non è così, che la gente non mi odia né mi odierà mai tanto quanto mi odio io; e so anche che non dovrei odiarmi tanto; che finché mi odierò così sarà difficile se non impossibile stare bene o dimagrire, perché userò sempre il cibo come punizione, sia che me ne riempia sia che me ne privi.
    Arranco un passo alla volta e spero che la direzione sia giusta.

  • Ciò che si conquista con fatica

    Mi sono resa conto che patisco molto la castità forzata; nel mio caso specifico, il divieto assoluto di toccarmi. Non posso chiedere, né implorare di poterlo fare. Posso solo aspettare e sperare (di solito invano) che il mio Padrone mi conceda di farlo di Sua spontanea volontà.
    Di solito non succede; passo settimane senza potermi masturbare, io che lo facevo tutte le sere, tutte. Vado su per i muri dalla voglia, mi tocchiccio, divento irritabile e scontrosa, mangio, saltello e mi cambio le mutande spesso.
    Ieri, un Suo breve messaggio mi illumina.
    “Masturbati, te lo meriti”
    Quasi piango di felicità, e mi accorgo che non è tanto per l’agognato permesso. Ciò che mi riempie di gioia è sapere che Lui è felice di me; che l’ho meritato.
    So di non aver agito per ottenere qualcosa, di non aver tenuto un certo comportamento per ricavarne un guadagno: l’ho fatto e basta. Sono certa che anche il mio Padrone lo sa, e mi ha voluta premiare. Questo per me ha un valore immenso.
    Rannicchiata sulla sedia, una mano tra le gambe, godo, colma di orgoglio e gratitudine per il riconoscimento che mi ha dato.

  • Toccare con mano

    Nella mia vita di tutti i giorni compio le stesse faccende quotidiane e banali che fa chiunque altro: faccio la spesa, stendo le lavatrici, passo l’aspirapolvere, eccetera. Vado in giro tranquilla.
    Quasi tranquilla.
    Ogni tanto (spesso) mi scopro con una mano tra le gambe.
    Mentre sono seduta, o in piedi; come quei bambini un po’ strani che si tirano il pistolino, che si tocchicciano un po’ mettendo in imbarazzo o divertendo gli adulti circostanti. Allungo una mano, infilo due dita nel solco delle cosce, mi accarezzo la piega chiusa delle labbra.
    Come a verificare che sia ancora lì.
    La forzata astinenza dalla masturbazione, la voglia costante che me ne deriva, anche se cerco di sedarla, di ignorarla, mi porta a toccarmi.
    Non mi masturbo, ovviamente; ma mi sento. E’ uno sfiorarmi: una manifestazione fisica, automatica ed involontaria, del mio desiderio sommerso. Se sono sola, giocattolo un po’ col piercing, con le labbra. Lei risponde subito, drizza le orecchie, fa le fusa ed è ancora più straziante doverla lasciare lì da sola, senza coccole.

  • Intenzioni

    Sono sempre salda nelle mie intenzioni. E’ la pratica che poi mi fallisce.
    Come canta la Alice nel Paese delle Meraviglie della Disney: io mi so dar ottimi consigli, ma poi seguirli mai non so. Talvolta mi ritrovo a canticchiare questo motivetto tra me e me. Mi calza a pennello.
    Mi stampo documentazione che poi non leggo; mi compro libri che poi prendono polvere; mi preparo cibo sano che poi non mangio. Invece, cazzeggio su internet e mi ingozzo di biscotti.
    Mi riprometto di fare delle cose, di smettere di farne altre, di non mangiare porcherie, e poi mi sorprendo a comportarmi come al solito nel mentre che lo sto facendo. Il mio cervello mi fa agire come sonnambula, non pienamente consapevole delle mie stesse azioni; si spegne, o passa in modalità automatica, e agisco in modo contrario alle mie intenzioni, che è spesso dannoso per me stessa, alla lunga. La piccola, breve soddisfazione che ottengo dal cazzeggio o dal cibo non dura nemmeno dieci minuti; subentra subito il disagio.
    Se fossi cosciente di quello che sto per fare, mi appiglierei alle mie dichiarazioni di intenti e mi comporterei in modo coerente. O almeno credo. Qualche volta ci riesco.

    So che mi è proibito fantasticare su determinate cose.
    Ma quando ho la guardia abbassata (cioè sempre, a quanto pare) la fantasia mi si scatena in automatico e parto in quarta, solo per rendermi conto della mia disobbedienza quando ormai sono esaltata e fradicia; a quel punto cerco di pentirmi e di fermarmi, ma non è molto facile.

    La mia testa prende una forza inerziale terribile ed innarrestabile, sfida il secondo principio della termodinamica; una volta che scivola giù dalla china non può che prendere velocità, scivolando sui miei stessi umori – mentali o fisici.
    Fino alla fine dei biscotti.

    Quello che vorrei sarebbe imparare a non sporgermi dal dirupo, a non scivolare su quel primo passo, là in cima. Il fosso scosceso mi chiama e mi lusinga, promettendo di essere un abisso di piacere; ed è solo un pantano fangoso di malessere e fastidio.