Nel giorno del mio santo (come lo chiamano in Spagna) torno a ripensare me stessa, attraverso lo specchio del mio rapporto D/s.
Sono io e non sono io; desidero e nego; ho una volontà ed un comportamento opposto. Scopro parti di me che credevo di aver nascosto bene, ed invece erano solo ammucchiate sotto il tappeto.
Chi sono io? Perché talvolta sono in un modo, quando non vorrei esserlo?
Quando avevo quattordici anni, al momento di iniziare una psicoterapia, il mio più grande timore era: e se scopro di essere diversa da come credo di essere? Di essere in realtà una stronza?
Cionondimeno la intrapresi.
Ogni tanto, in effetti, nella mia ricerca di me stessa, mai finita, mi si rivelano parti di me inaspettate, di stronza od altro; parti che mi lasciano l’amaro in bocca, su cui lavoro.
Col tempo, sovviene anche la fatica: perché lavorare tanto per cambiarmi? Perché non barricarmi dietro l’inossidabile “sono fatta così” come scusa per infliggere al prossimo i lati più agri ed ingrati del mio carattere? Per imporre il mio capriccio?
Eppure non smetto di faticare, di voler faticare per trovare sempre il bandolo della matassa, il modo di sbrogliarmi.
Nella mia crescita come slave, lo sento: ho le mani immerse nel gomitolo, e prima o poi ne troverò il capo.
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Credo
Quanto credo nelle cose che faccio?
Perché, se non ci credo io per prima, non ha molto senso farle, non è vero?
Lavorare in un’azienda fortemente etica, con un coinvolgimento enorme alla cultura aziendale, significa crederci durissimo. Doverci credere, forse. Volerci credere, di sicuro.
Ma il concetto si applica altrettanto bene alla vita in generale, alle scelte che compio anche ogni giorno.
Ovvio che posso anche non credere nello yogurt di soia, al momento di sceglierlo al supermercato; ma in generale credere nelle proprie scelte, nelle proprie azioni, serve. Dà loro un senso.
Se poi si rivelano sbagliate, è giusto riconoscerlo e rivederle, per un miglioramento continuo; ma permane l’importanza di continuare a credere in se stessi.
E io, quanto ci credo?Sto imparando ora a crederci.
Fare le cose tanto per fare no, grazie. Non più. -
Intensità – 22
Intensità è anche competenza.
Quando mi si presenta un problema, una difficoltà, che sia tecnica o di lavoro, la mia prima reazione è spesso di sconforto. Un attimo dopo, mi rimbocco le maniche e cerco una soluzione.
Nel momento in cui mi appoggio allo schienale della sedia, picchiettandomi le labbra con la penna, la fronte corrugata, sento gli ingranaggi girare nella mia testa.
In quel momento, non ho più paura; sono proiettata verso la soluzione, anche se ancora non la vedo. Sono tesa in una tensione attiva, attenta, ricettiva. Espando me stessa nel mondo e assorbo tutto ciò che può essere utile: esploro, navigo, ricerco.
Nel farlo imparo innumerevoli cose. Utili alla situazione contingente o meno, acquisisco conoscenze che incamero ed archivio. So che un giorno potranno servirmi.
Per questo assaporo le difficoltà: per tutte le competenze che mi donano. -
Intensità – 12
Non mi sto portando avanti, qui. Altre volte ho approfittato dell’ottima funzione di wordpress per programmare dei post – se sapevo di essere via, di essere incasinata, o se ero particolarmente in vena di scrivere e non volevo perdere l’attimo.
Ora no. Scrivo tutto al momento.
Mantengo ferocemente alta la soglia di intensità. Nel mezzo del lavoro, del vivere costantemente al telefono, alla concentrazione che devo avere, all’ascolto che devo porre, all’essere comunque un junior in costante formazione, sospinta dall’entusiasmo del nuovo ma preoccupata per la mancanza, ancora, di competenze forti ed acquisite, nel mezzo della tempesta mi lego all’albero maestro con un taccuino ed un lapis e scrivo, scrivo.
Che ho fatto nei mesi di disoccupazione? Quando non avevo un tubo di urgente dalla mattina alla sera? Nulla; o quasi.
Adesso che sento forte la violenza della bufera, che sono spazzata dai venti, che mi trema il cuore perché so dove sono e perché, anche se la balena bianca ancora non l’ho veduta, adesso è il momento per non mollare nemmeno un secondo, per tirare fino allo spasimo, per godere ogni goccia di questa vita così bella. -
Intensità – 11

“Una delle cause più comuni di fallimento è l’abitudine di mollare quando si è soverchiati dalle sconfitte momentanee”E’ proprio così.
In quel momento in cui fallisco, in cui manco una scadenza, perdo un colpo, la tentazione di cedere è forte. Lasciare andare, lasciare perdere. Credere di essere una totale, miserrima incapace che mai nella vita potrà compiere qualcosa di degno. Spiaggiarmi e morire lì.
E invece no.
Ho imparato a rialzarmi, a rimboccarmi le maniche e continuare a lottare. Ok, ho sbagliato qualcosa, ho fallito un obiettivo; ma il traguardo è ancora distante e posso ancora raggiungerlo.
Perché il traguardo è il viaggio stesso.
Se non ne percorro la via, non lo raggiungerò mai. Allora sì, avrò fallito – a causa della convinzione di avere fallito. -
Intensità – 10
L’orribie, affaticante sensazione del “devo fare tutto io”.
Quando invece, par alcune cose, non serve che chiedere. Non serve che parlare, dare voce ai pensieri che frullano in testa, che sbattono come mosche incazzate e snervanti sulle pareti del cervello. Basta aprirsi e lasciarle uscire.
Il tutto che devo fare io è tutto ciò che scelgo di fare; tutto ciò che mi appartiene; tutto ciò che attiene a me stessa e a nessun altro, di cui io sola ho (devo avere) responsabilità. Allora quella responsabilità non è un peso, ma un piacevole fagotto da recare con sé, un abbellimento, un fregio di cui andare orgogliosa. -
Intensità – 08
La parte più difficile è… che ogni momento successivo mi fa scoprire una parte più difficile.
Ogni passo che compio mi amplia l’orizzonte e mi mostra quanti altri passi ci siano ancora da fare, anche in direzioni che non avevo previsto, in modi che non avrei gradito.
Non succede mai di arrivare in fondo alla mappa, come in quei vecchi videogiochi anni ’90: cammina cammina cammina ad un certo punto sbatti contro una specie di parete. La prospettiva allora è solo un’illusione, un disegno contro il muro.
Ricordo l’emozione provata guardando The Truman Show, verso la fine. La pelle d’oca. Il cuore in gola. L’orizzonte che diventa piatto quando la punta della barca sbatte contro la cupola.
La scelta di Truman di uscire, andarsene. Il rifiuto di accettare di vivere in un mondo limitato, chiuso, anche se sicuro. Il desiderio di scoprire, andare oltre.
Ogni passo che compio amplia il mio orizzonte, mi sposta il bordo della cupola più in là, lo rende irraggiungibile. Da una parte vorrei nascondermi e rannicchiarmi, sperare in una vita facile sempre uguale a se stessa. E dall’altra non riesco a non sentirmi battere il cuore nel fare ancora un passo, avanzare ancora, scoprire qualcos’altro, cos’altro mi aspetta; che sia bello o brutto sarà comunque VITA degna di essere vissuta. Purché la viva, e la viva al massimo.
Anche se è difficile, anche se è faticoso.
Soprattutto per questo. -
Intensità – 06

Ricordo che l’ultimo anno delle superiori avevo un diario del maiale Harpo, che recitava in copertina: “Diventa pigro! Chi non fa niente non fa niente di male! Pubblicità progrAsso”. Mi faceva molto ridere e gareggiavo con le compagne per il diario più assurdo/trash (credo di aver vinto, quell’anno).
In realtà, sebbene sia in effetti una persona che si impigrisce facilmente, detesto non fare un tubo. Mi sale un’insofferenza spaventosa nei confronti di me stessa, cui cerco di porre rimedio raccontandomi degli alibi: eh ma fa caldo, ho altro da fare, è colpa di qualcun altro, uno oggi mi ha guardata male e allora sono depressa, piove governo ladro eccetera eccetera.
Certo, prendersi carico della responsabilità della propria vita è difficile e faticoso, e frustrante anche, perché si sbaglia. Infatti, solo chi non fa niente non sbaglia mai (ma potremmo discutere del fatto che non far nulla sia già un errore di per sé). Se agisco, in qualsiasi modo, sono destinata a sbagliare. Anche a fare cose giuste, s’intende, e soprattutto ad imparare a sbagliare meno, ma per forza sbaglierò.
E’ questo che mi ha bloccata tanto a lungo dall’agire, ciò che mi terrorizza: la prospettiva dell’errore (sempre visto come irreparabile), il temuto giudizio degli altri di fronte alle mie mancanze.
Ma non voglio più andare avanti così. Voglio agire e sbagliare, e imparare e crescere.
La perfezione non esiste, ma posso tendervi solo se accetto di essere imperfetta. -
Intensità – 05
La stanchezza diventa una scusa valida quando faccio cose che non mi soddisfano. La chiamo stanchezza ma o so che è pigrizia.
Quando non ho uno scopo, un qualcosa di concreto da fare o da portare a termine, allora mi disperdo completamente. Non riesco a concentrarmi a fare le cose che mi piacerebbero, quelle per cui dico “non ho mai tempo”. Quando di tempo ne ho a iosa, lo spreco. Poi mi guardo indietro e mi chiedo che diavolo ho fatto per tutti questi mesi. Possibile che non sia riuscita a leggere un libro, a scrivere una riga? Ma dov’ero?
La sensazione è di avere sempre avuto qualcosa di più urgente da fare. In effetti, qualcosa di contingente: la spesa, una telefonata alla mamma, non so. Ma soprattutto pomeriggi interi a vagare su internet. E la costante sensazione di colpa, di non stare impiegando fruttuosamente il mio tempo. La percezione confusa (forse, o forse netta: mi illudo che se fosse stata netta avrei cambiato la situazione; ma forse: la pigrizia è vischiosa) di diventare un blob informe, intontito, di sprecare la mia vita.
Adesso che ho un lavoro immersivo, che torno a casa alle 19, adesso, solo adesso riesco a ottimizzare il mio tempo libero residuo. Adesso leggo, scrivo, faccio. E mi domando: ma perché non l’ho fatto anche prima, che di tempo ne avevo immensamente di più?
Intensità è anche questo: avere uno scopo e riordinare le proprie priorità. Sentire di stare facendo qualcosa di bello, di importante, ed espandere la bellezza e l’importanza anche a tutto il resto della mia vita. -
Intensità – 03
Ho sempre la sensazione di subire gli eventi, che le cose accadano senza che io possa porvi non dico freno, ma argine. Vengo travolta dagli avvenimenti (o così credo) e piagnucolo contro il destino cinico e baro.
Invece non è così.
Io scelgo. Io decido.
Io agisco per determinare il mio futuro.
Non è vero che sono stanca; non è vero che non sono capace; non è vero che non ne ho voglia. Posso. Riesco. Non è vero che non ho tempo. Il tempo lo trovo, il tempo è solo una scusa. Quanto tempo perdo su facebook, su internet? Ecco.
Quindi ora io scelgo di prendermi il mio tempo, quello per me. Di fare ciò che amo fare, invece che fissare un monitor e farmi venire la sindrome del tunnel carpale col mouse.
Scelgo di andare oltre la stanchezza, le idee di inadeguatezza, i sensi di colpa, le lamentele a vuoto, i piagnistei. E’ vero: ho un sacco di lavoro da fare e devo cambiare delle abitudini. Ma lo posso fare.
