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Tag: D/s

  • Dipendenza

    Il rischio della dipendenza è insito nella totalizzazione del ruolo.

    E’ il desiderio di attualizzare e realizzare una fantasia: l’abbandono totale nelle mani del Padrone o, dall’altra parte, l’avere una persona schiava totalmente abbandonata nelle proprie mani. Ma è una cosa che non esiste: la realtà stessa ci impedisce di vivere una cosa del genere. Il Padrone ad un certo punto sarà stanco o non avrà voglia di decidere anche per l’altra; la schiava ad un certo punto sarà impegnata e non avrà tempo per rispondere istantaneamente e obbedire.

    La speranza (l’illusione?) di vivere questo assoluto porta tantissima frustrazione perché non sarà mai perfetto come ce lo immaginiamo: sarà un continuo compromesso, un continuo negoziare – come peraltro è giusto che sia. Ma cozza contro quell’immagine ideale, quella fantasia assoluta di appartenenza e possesso.

    Naturalmente esiste chi riesce a realizzare una relazione TPE 24/7: totale cessione del potere, sempre. Mai uscire dal ruolo. Eppure lo hanno negoziato, e di certo hanno trovato vie per gestire la noiosa vita reale che entra per forza nelle cose: le bollette, il lavoro, la salute, il tempo… E’ in ogni caso diverso dalla fantasia perfetta che chiunque può avere nella testa.

    Ma ecco: non credo che il BDSM reale sia meno potente di quello immaginato. Credo invece si debba avere consapevolezza di questa distanza per poter evitare due rischi: la dipendenza e la delusione. Dipendenza al cercare di attualizzare il più possibile la fantasia; delusione al capire che il Padrone non è onnipotente, che la schiava non è veramente di creta. Invece: evitare di illudersi e negoziare una relazione D/s realistica, concreta, su basi condivise, ecco, quello porterà ad una soddisfazione reciproca e ad un reale scambio di emozioni e sensazioni.

  • Purpose

    Una relazione D/s mi dà scopo.

    Uno scopo immediato, potente, pervasivo. Fare le cose per lui, dedicare il mio tempo e la mia persona a lui, a soddisfare i suoi desideri, le sue richieste. Orientare i pensieri verso di lui, organizzarmi intorno alle sue necessità. Metterlo al centro.

    Andare ad un evento con il Padrone mi fa sentire tranquilla perché ho uno scopo preciso: stare con lui. Seguirlo, servirlo. Essere presente per lui. Venire riconosciuta per essere sua.

    Se sono sola, senza un D/s, mi sento un po’ persa; mi ritrovo senza quello scopo.

    E però è uno scopo estroflesso. Potente, pervasivo perché emotivamente carico, connesso con le mie viscere e il senso di appartenenza che sento così profondamente in me. Ma estroflesso. Per questo è facile: non mi richiede che l’impegno pratico di attualizzarlo. Non mi richiede decisione. Non mi richiede responsabilità. (O meglio: mi illudo che non mi richieda responsabilità.) Non una personale: la semplice responsabilità di portare a termine il compito al meglio è tranquilla, esterna. La decisione sul cosa resta a lui, a me attiene solo il come.

    Ma appena viene a mancare questo scopo esterno, resto come imbambolata. E adesso? Chi sono io, ora che non ho nulla da fare, nessuno per cui farla?

    Allora ecco: mi serve uno scopo introflesso. Uno scopo mio. Uno scopo mio che non sia solo trovare qualcuno che me ne dia uno.

    Questo è il mio scopo ora: capirmi.