Scendere

I colpi si susseguono, senza alcuna tregua.
Annaspo, strillo, mi agito e mi aggrappo al cuscino che mi trovo davanti. Spero in una pausa, un momento di sospensione, una carezza sulla parte colpita per sopire il dolore, ma Lui non sembra sentire nessuna fatica e contina a colpire senza sosta.
Grido, non ce la faccio più: giallo!
Pausa.
Lui si sposta, armeggia, io piagnucolo nel cuscino. Torna dopo pochissimo e riprende a colpirmi con un diverso strumento. Urlo. E’ la barrell: un dolore tagliente, doppio.
Poi, cambia. Senza che me ne renda conto, passa ad un ritmo più cadenzato, preciso: mi colpisce solo sul culo, forte, ma ritmico. Non me ne accorgo razionalmente, ma lo sento. Lo sento dentro; inizio a respirare in modo diverso, più a fondo.

E’ come scendere una immensa, infinita gradinata che scende nel profondo.

Un passo alla volta, un gradino alla volta, verso il buio, il caldo, il denso. Un poco alla volta, scendo in subspace. Mi rendo conto di starlo facendo e mi stupisce: in passato ci finivo di colpo, senza capire come. Una botola che si apriva sotto di me ed ero di là. Adesso no: scendo lentamente. Di più: decido di scendere. Mi lascio trasportare da Lui, dal Suo modo di colpirmi, dal dolore che mi dona.
I muscoli si rilassano, smetto di strillare e ci sono.
Silenzio.

Silenzio.

Ascolto il ritmico scivolare, colpire e strisciare della frusta.
C’è una ventola che ronza in sottofondo.
Sento Lui respirare.

Mi sento galleggiare. Tengo gli occhi chiusi, poi li apro, poi li richiudo. Parlotto tra me e me. Sorrido.
Il culo è il fulcro del mio mondo, ora: sento le due code di cuoio che mi tagliano a metà, di traverso. Colpo, fruscio, colpo, fruscio, colpo. Il culo brucia, ma è come un sogno: non è davvero il mio culo, eppure lo è. Penso che potrei farmi tagliare davvero e non me ne renderei conto, adesso non chiamerei nessuna safeword. Ascolto il culo che brucia di dolore. Sto benissimo.
Navigo in acque sconosciute e calde che mi cullano. Mi affido alla guida di chi mi infligge il dolore, che è l’unico ora che possa fermarsi o pilotare.

Quanto tempo dura? Quanti colpi saranno? Potrebbe essere un’ora o un minuto, dieci colpi o cento. Vivo in un tempo sospeso.
D’improvviso un colpo diverso, in verticale, e un altro, dall’altra parte: un dolore diverso, il ritmo si spezza. Cado e sono di nuovo qui: urlo e scatto in avanti per sottrarmi, mi gira la testa, cado stesa; Lui si ferma e Lo sento stendersi sopra di me, mi usa come cuscino; riposa, credo. Respiro e recupero: risalgo dal subspace, riprendendomi dal brusco risveglio.

“Ci sei?”, chiede.
“Ci sono, Padrone”, rispondo.
Si alza e ricomincia, senza pietà.

Ritmo

Prende un ritmo preciso, ad un certo punto.
Ascolto il susseguirsi dei colpi; uno dopo l’altro, precisi, cadenzati. E’ una musica che ascolto con la carne, non con le orecchie: la carne risuona al colpire della frusta ma è all’interno che rimbomba.
La cadenza mi scava da dentro in ondate di dolore, risale dentro di me, è una risacca lenta e costante; sale, sale, lambisce il cervello e un po’ alla volta lo sommerge. Dolore, dolore, piacere, dolore, colpo, colpo…

D’improvviso mi immergo. E’ un scivolare, un lasciare la presa. Mi abbandono nella risacca, nel ritmo dei colpi, nel ritmo del dolore. Smetto di strillare, rilasso tutti i muscoli: silenzio. Sono immersa ora, l’acqua ovatta tutto: i colpi, i suoni, i pensieri.
Sollevo un po’ la testa, parlo tra me: “Ah, ma allora il subspace è una questione di masochismo”, bisbiglio. Non so se Lui mi abbia sentito. Forse no, la cadenza dei colpi non varia, non mi chiede conto del mio piccolo monologo. Non importa: ciò che conta ora è sentire.

Ondeggio la testa: ascolto. Nel silenzio, la marea continua a salire; mi lascio galleggiare, trasportare al largo. Perdo di vista la riva, dimentico tutto. Mi abbandono all’affogare, lascio che l’abisso si richiuda su di me; vado a fondo, in un lento precipitare, accompagnata e avvolta in un oceano di sensazione pura.

Non è che non senta più il dolore, ma mi parla in modo diverso. La frusta colpisce, il culo risponde. Mugolo. Quanti colpi saranno? Non ho idea, non li conto, non mi interessa. Spero che siano tanti, che lascino il segno, che non smettano ancora. Che non smettano più.

Respiro a fondo, lentamente; sento la carne bruciare dolcemente.
Una mano mi stringe una caviglia, mi fa girare supina sul letto: non oppongo alcuna resistenza, rotolo ad occhi chiusi, le labbra socchiuse, una poltiglia vivente.
Riconosco il ronzio rumoroso della wand, sento la vibrazione che mi si appoggia tra le gambe aperte. Quello che provo non è un orgasmo, ma il singulto di pancia dell’affogato che di colpo rimette l’acqua e torna a respirare. Mi contraggo su me stessa, emetto un suono gutturale e boccheggio.

Mi aggrappo a Lui, che mi ha tenuto la testa sotto l’acqua buia del mio abisso e me l’ha tirata fuori; mi aggrappo e mi tiene. Risalgo lentamente fino al bordo della mia coscienza.

 

Quando ciò che è dentro esce fuori, anche l’anima si rovescia

Sangue, lacrime.

Quando questi liquidi scorrono vanno ascoltati; è anima che esce, che canta, che urla.

Ematonil

“Può servire un master?”

Mi volto a guardarlo. “Mah, oddio, può sempre servire, non si sa mai!”, rido.
Solo il giorno dopo mi viene in mente che la frase di per sé contiene un assunto sbagliato: un master non serve, al massimo si fa servire. Ma non importa.

L’approccio non è dei migliori, forse, ma mi ha fatto ridere e in questo momento ci vuole proprio. Mi propone di giocare ma io non sono esattamente per la quale. Parliamo, propongo: conosciamoci. Mi racconta un po’ di sé, gli racconto un po’ di me; fuma una sigaretta, chiacchiera, sorride. Io rido, scherzo. Sembra simpatico, e ho addosso un mood strano.
Io, che di solito sono estremamente restia ad aprirmi, che valuto e soppeso, che attendo mesi di dialogo, conoscenza, messaggi, mail, che sono sempre sospettosa, impaurita, sto seriamente pensando di giocare con questo tipo, appena conosciuto ad un play party…?
Lo guardo. Mi stai dicendo la verità? Sarai davvero rispettoso dei miei limiti? Posso fidarmi?

Mentre mi inoltro con lui nella zona più buia mi chiedo se non sto facendo una cazzata, quali scappatoie ho, cosa fare se prova a fare qualcosa cui non ho acconsentito. Ma cionondimeno mi piego e mi faccio sculacciare.

Chi sta usando chi?
Si gioca sempre in due.

Mi dà una parola per chiamare basta; poi cala una mano estremamente pesante, che impatta alla perfezione esattamente dove mi piace di più: sul culo. Una chiappa, l’altra. Colpisce, mi risistema quando scivolo e scappo, colpisce ancora. La sua voce diventa più bassa, più morbida. Più minacciosa, anche. Entra in ruolo, ed io con lui.
Colpisce forte, urlo; dopo non so quanto chiamo la safeword per terminare il gioco, anche se so che ne potrei prendere ancora – ma ho timore di essere in subspace e di non saper valutare.
Si ferma. Posso fidarmi.
Fuma un’altra sigaretta. “Altre dieci, dai”, dico. Mi piega: “Facciamo quindici,” dice, “conta. Conta e ringrazia”.
Conto e ringrazio.

Quando mi rialzo ho la testa leggera e il culo dolente. Barcollo leggermente, stordita e sospesa, con un sorrisino che mi aleggia sulle labbra. “Adesso quando ti siedi mi pensi”, dice. Ne sono sicura.
Andiamo a bere una cosa e chiacchieriamo. Ho la gola riarsa dagli strilli e sono grata alla bevanda fredda.

Il giorno dopo ho il sedere rosso; alla sera, viola. Quando mi siedo lo sento. Il lunedì decido di andare in parafarmacia ad acquistare una crema per lenire i lividi, e ogni volta che la metto sorrido incredula: ho davvero giocato ad un play party con una persona conosciuta la sera stessa! Una parte di me insiste che dovrei sentirmi in colpa, o stare male; ma sono stata bene, e voglio che sia questo tutto ciò che conta.

Peer rope (Bologna)

Il detto “fai attenzione a ciò che desideri: potresti ottenerlo” si rivela sempre estremamente corretto.

Vado all’inaugurazione del nuovo spazio del BDSM Bologna Project per il peer rope.
Trovo una vecchia (si fa per dire) conoscenza: Agata Grop. La saluto mentre partecipa ad un bell’esercizio di scambio e comunicazione insieme ad altri rigger e rope bottom: si lega la persona che si ha sotto in un minuto e la si slega in un minuto – e in questo tempo si prova a trasmettere qualcosa. Poi i rigger ruotano, e legano la persona accanto, fino a completare il giro. Mentre osservo i volti, le corde, le mani, mi pento di non avere partecipato.
Dopo, le chiedo se ha piacere di legarmi. Mi appende per le braccia ad uno dei bambù appesi al soffitto; chiudo gli occhi e respiro per sentire, per abbandonarmi all’abbraccio delle corde. Ero tesa; inizio a lasciarmi andare, a sentirmi al sicuro.

Dopo, faccio delle chiacchiere con lei e la Cavia; lui dice: “vorrei provare a farmi legare da quella persona… durante l’esercizio è stato proprio bello, perché ti stringe con le mani” e si spalpugna le braccia per spiegare. Penso: mmm.
Poco dopo, osservo quella persona legare un’altra ragazza. Una volta legata, la gira e la rigira, colpendola sulle cosce, sul sedere, la stringe e la pizzica. La ragazza geme e strizza gli occhi. Penso: mmmmmmm.

Mi faccio coraggio e, come una ragazzina, vado da questa persona che ha *almeno* dieci anni meno di me e le chiedo se ha piacere di legarmi e giocare con me. Lei, Cater,  è subito entusiasta, prende il fagotto con le sue corde e troviamo un angolino libero. Le spiego come sto, cosa non voglio e cosa, invece, mi piacerebbe: se avesse piacere non solo di legarmi ma anche di colpirmi, un po’. Annuisce e si raccomanda che parli subito se qualcosa non va.

Mi immobilizza le braccia dietro la schiena, e stringe le corde intorno al mio torace. Respiro di pancia, inizio ad immergermi in quel mondo altro che è il gioco. Mi prende per i capelli, prima con una carezza, e poi stringe. Mi tira a terra, mi rigira e inizia a colpirmi. Schiaffi secchi, duri. Lancio qualche strillo. E poi fa quella sua cosa.

Mi affonda le mani nella carne.
Spinge le dita di forza, pizzica, strizza, stringe. Non è un graffio ma un solcare coi polpastrelli, dita dure come l’acciaio, una volontà sadica cristallina e potente.

Mentre mi affonda nelle braccia giro gli occhi all’indietro e affogo in un dolore che mi soffoca e mi inebria. Poi troppo: urlo, cerco di sottrarmi, chiedo di fare più piano. Lei mi carezza, mi raddrizza e inizia a sciogliermi, tirando le corde per farle grattare. Io boccheggio, la testa ciondoloni, il cervello in pappa.

Quanto tempo avremo giocato? 10 minuti? 15? Non lo so, mi sembra poco, eppure sono stravolta.
Lei mi parla, io tento di articolare. Le dico che mi è piaciuto un sacco, anche se non me l’aspettavo così intenso. Sorride, si sincera più volte che sia tutto ok, visto che era la prima volta che ci vedavamo in vita nostra. Chiacchieriamo e poi attacco il buffet offerto dall’organizzazione, scoprendomi famelica.

Giocare con uno sconosciuto ha per me degli strani risvolti. Da una parte mi spaventa sempre, ovviamente, ma la negoziazione iniziale e il feedback della comunità mi avevano rassicurata. Dall’altra parte, con una persona mai vista sono meno propensa a fermare alla prima difficoltà; cerco sempre di resistere, di tenere un po’ duro. Non troppo, ché non ho remore a chiedere di fermare, s’intende: ma un po’. Un po’ mi spingo oltre la mia zona di comfort.

Nei giorni successivi, il risultato mi resta evidente addosso.

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Fear play

Mi abbraccia, mi stringe, mi tiene.
Mi sento accolta, protetta, al sicuro.
Nello stringermi mi affonda le unghie nella carne, eppure questo nulla toglie alla mia sensazione di protezione, anzi: è come se la sua cura si ancorasse ancora più a fondo in me. Mi abbandono senza timore alcuno, gemendo.
Mi accompagna a terra, facendomi prima inginocchiare per poi farmi stendere.
Di colpo i suoi movimenti si fanno bruschi. Mi gira, mi apre; aiutato da lei mi tiene ferme braccia e gambe. I colpi si fanno secchi, crudeli.
Il cambiamento è repentino e drastico. Di colpo non sono più al sicuro.

Non so come succede.

Non so che mi succede.

Già un’ora dopo la sessione non ricordo più esattamente cosa è accaduto o come. Lo ho rimosso? Non so.
So che urlo. Non sono i miei soliti strilli di dolore misto a piacere. No: urlo di dolore e di paura.
Mi gira, mi spinge, mi tira; le sue mani si abbattono con crudeltà. Grido, gli occhi bendati, il corpo dolorante dalla lunga sessione di sculacciate e graffi precedente. Questo è completamente diverso. E’ diversa l’intenzione, e ad occhi chiusi la percepisco con estrema, terrificante chiarezza.
Per un attimo penso di gridare “ho paura!”, ma non lo faccio, anche se è la verità. Ho paura.
Ogni fibra di me ha paura.
Una parte di me capisce, in modo oscuro, che fa parte del gioco, sa che di certo è una cosa che lui sta facendo con coscienza, che ha provocato questa paura intenzionalmente. Ma ho paura davvero.
Mi lascia andare con un gesto brusco, come a gettarmi via, e io mi rannicchio in posizione fetale, le braccia a proteggere la testa. Ansimo e tremo, non solo per il freddo del pavimento. Sento un suono secco e strillo, convinta di essere stata colpita – e subito dopo mi rendo conto che non è così, è stato solo un rumore. Un altro tonfo, più vicino alla mia testa: di nuovo salto e strillo, terrorizzata.
Ho paura, ma sono paralizzata. Mi sale dalla gola un gemito lamentoso, continuo, il respiro corto. Non riuscirei a scappare nemmeno se mi venisse in mente di farlo. Ho solo paura e resto tremante a terra. Forse spero di diventare invisibile, che mi lasci stare, che vada via, via. Eppure non riesco a dire basta, né ad implorare pietà; forse è un effetto dell’abbandono di prima. Sono abbandonata anche nella paura.
Quattro mani scendono ad accarezzarmi. Sobbalzo al tocco, prima di rendermi conto che non mi stanno facendo male. Sono restia a rilassarmi: temo che sia solo un trucco per farmi calmare e poi infierire ancora, a tradimento. Ma non riesco ad impedirmi di fidarmi, di aprirmi. Cerco di respirare più a fondo, di calmarmi, di smettere di tremare. Le carezze continuano, mi tolgono la benda dagli occhi e capisco che è finita davvero.
Mi sollevano, mi avvolgono in una coperta e mi mettono a riposare.
Torno al mio abbandono ed alla grata beatitudine della discesa da sensazioni tanto forti, intense e totalizzanti.

Giorni dopo, realizzo che in quei momenti nemmeno per un attimo mi è passata per la testa la safeword.

Ancora giorni dopo, torno da loro. Mi guardano in tralice, mi chiedono: ma, quello che hai scritto… era una licenza poetica?
Resto perplessa: no, di cosa parlate?
Si guardano. Mi guardano.
Scopro così di non avere mai gridato né strillato: non un suono è uscito dalle mie labbra durante tutta la sessione. Solo qualche singulto, qualche respiro strozzato.
Sgrano tanto d’occhi, ma non ho motivo di non crederci. L’intensità della sensazione ha bruciato le mie percezioni.

Il cuore continua a battermi forte in petto.

M

Mi passa le mani sulla schiena ed io mi inarco per seguirlo; lo bacio, e mi bacia in risposta.
Abbiamo superato l’essere semplici amici; mi sono proposta io, dopo quasi un anno di valutazioni se farlo o meno, se coinvolgere una persona “normale”, un amico “vanilla”, ad un rapporto di poliamore. Sulle prime ci è rimasto in effetti di sasso; ma si è poi buttato con notevole slancio.
Progressivamente mi passa le mani addosso con più forza; mi preme le dita nelle carni. Gemo, lo assecondo, gli dico sì, di più. Mi graffia leggermente ed io ansimo, e lo incoraggio a provare più forte. Sorride.
Arriccia le labbra e scopre i denti; ha il respiro pesante e le pupille dilatate; i suoi profondi occhi azzurri, puntati saldamente su di me a cogliere ogni mio fremito, mi fanno sentire ancora più nuda e inerme.
Le sue mani si muovono decise, le dita trovano anfratti di me che non conoscevo.
Ansimo e tremo, non credevo di poter godere così; mi afferro a lui, ai suoi vestiti, apro la bocca per gemere e gridare e rovescio la testa all’indietro. Mi succhia le labbra e la lingua e le sue unghie mi affondano nella carne. Il respiro mi si mozza in gola in un singulto: piacere e dolore e di nuovo piacere – il dolore che per me è piacere, il piacere sessuale puro che che mi si irradia dentro da in mezzo alle cosce.
Il primo colpo arriva che non me lo aspetto, ma non è forse sempre così? Mi schiaffeggia forte il seno.
Strillo.
Lui esita; mi guarda e il suo sguardo si fa dolce: “Ti ho fatto male?”, chiede, sinceramente preoccupato.
Lo guardo con occhi liquidi e gli faccio un sorrisone: “Sì – rispondo – e mi piace”.
Lui sorride in risposta, ed il sorriso gli si muta di nuovo in sogghigno; il viso gli si trasfigura nel muso di un predatore, emette fiato dalle narici ed alza nuovamente la mano, caricando il colpo successivo.
Mi lascio soverchiare dai brividi che mi dà il sentirlo sopra di me, espongo il corpo e mi sottometto felice al farmi fare qualsiasi cosa, lasciandomi andare al solo sentire, senza più pensare.

E rotolo ridendo incredula dell’aver trovato e scelto, a caso stavolta, ma di nuovo, un uomo dall’indole dominante.