Migliorare

Ma io?
Io cosa ho fatto in questi mesi per migliorare?
Io cosa ho fatto per essere una versione migliore di me stessa, per meritare di essere scelta?
Io cosa ho fatto per dimostrare attenzione, attaccamento, interesse, cura?

Se fossi stata in prova, probabilmente l’avrei fallita.

Ho passato il mio tempo a lamentarmi, a invidiare e ad aspettare che qualcun altro si prendesse in carico la mia esistenza, che mi facesse crescere e cambiare. Ma non funziona così. Una sub deve avere in sé la volontà di mettersi in gioco, evolvere e impegnarsi per essere meritevole. Credevo di avere questa volontà, ma forse non è così; di certo non la sto applicando nel modo corretto.
Tocca a me il primo passo. E il secondo, e il terzo.
Per trovare chi voglia venirmi incontro, devo io per prima avanzare.

Annunci

**Traduzione** Se la tua sottomissione è un dono, lo è anche la mia Dominazione

Come si intuisce dal titolo, questo testo non è mio.

Ho letto per caso su Fetlife questo articolo, scritto dall’utente DomQuixote74, e mi ha molto colpita. Gli ho chiesto il permesso di tradurre il suo testo per poterlo rendere fruibile anche a tutti quei bdsmer italiani che non parlano inglese. Permesso accordato, ed eccolo. Ma prima due parole.

Ho voluto farlo perché è un testo significativo. Mi ha dato da pensare. Mi ha fatto riflettere su errori che ho commesso, su leggerezze e malcomprensioni; su cose che avrei potuto fare meglio.
Perché è vero, lo ammetto. Sono stata egoista, egocentrica e capricciosa. Non sono stata capace di essere di aiuto. Ho percepito solo il mio dono, senza comprendere il dono della Dominazione; ho pensato solo a quello che mancava a me; ho creduto di avere fatto tutto il possibile per risolvere determinate situazioni, ma forse non è stato così. Non ho trovato o forse non ho cercato alternative: come la mosca che sbatte sul vetro quando l’altro battente della finestra è aperto. Ho avuto bisogno della botta con lo strofinaccio per trovare l’uscita, ed è arrivata. Questo articolo ha contribuito.

Ecco l’articolo tradotto:
Continua a leggere

Insolente

Sono diventata, col tempo, insolente – è questa la parola giusta. Rispondere, essere sarcastica, sicura di me fino alla presunzione; sentirmi superiore senza rendermene conto appieno, e sentirmi a disagio in un qualche modo oscuro, non chiaro. Un malessere interiore indefinito.
Un singolo colpo.
L’ho provocato, oh sì. Nel tempo, ho iniziato a provocarlo, sperando che reagisse; e poi, l’ho provocato perché avevo perso fiducia che avrebbe mai reagito. Sono stata insolente perché non Gli davo credito; e ci soffrivo.
Un singolo colpo.
Un singolo colpo, un urlo e un bagno rovente di umiltà.
Adesso se ci penso non ricordo nemmeno cosa Gli ho detto, che battuta ho fatto, quale risposta insolente ho dato. Ricordo solo di aver fatto la smart-ass, la furbastra, la linguacciuta. Ho voluto fare il mio commento smargiasso.
Ho urlato, ho urlato e mi sono piegata. Mi sono salite tutte le mie lacrime agli occhi e un groppo in gola. Un dolore feroce. Un passo vitale verso il recupero della mia educazione.

Ero arrivata che non sapevo cosa provare, né cosa volevo aspettarmi.
Sono andata via con agli occhi le lacrime della gioia, un violento segno rosso su una coscia e la felicità di aver ritrovato il mio Padrone.
O meglio: di aver ritrovato la me stessa slave. Perché Lui era sempre stato lì.
Con il mio comportamento irrispettoso, disobbediente, ho mancato di rispetto alla mia scelta di AppartenerGli, di essere Sua slave – ed è questa la cosa preziosissima che Lui mi ha fatto capire. Mi ha obbligato ad essere onesta e responsabile con me stessa: è per questo che è così difficile obbedire, ma so che è l’unica cosa che davvero conta, che davvero funziona.

Io sono Sua perché ho scelto di esserlo.

Il senso di tutto

“Ah, devo fermarmi a prendere le sigarette”
“Ne ho un pacchetto io, Padrone”

Vederlo con una sigaretta spenta tra le dita.
Porgergli un accendino.

“Prendimi la maionese in frigo”
“Ce l’ho già messa, Padrone”

In quei piccoli istanti si condensa il senso di tutto. Essere lì per Lui, essere pronta, avere imparato; anticipare i Suoi bisogni. Diventa una realtà amplificata, orientata al Suo benessere. La frustrazione più grande è non poter fare nulla per aiutarLo. Un obiettivo fondamentale da raggiungere è sapere come e quando stare fuori dai coglioni: se non si può essere d’aiuto, almeno non essere d’intralcio.
Svegliarsi prima; preparare; inginocchiarsi nel proprio angolo.
La sensazione di essere in equilibrio su una bilancia. Imparare a gestire la distribuzione del peso per portarGli perfetto ordine. Non essere troppo indipendente, ma non troppo dipendente; non presuntuosa, ma non annichilita; ricordarsi qual è il proprio posto.

Letargo

Il desiderio non è sopito, in me: è dormiente.
E’ sopravvenuta l’emergenza quotidiana, la pervasività del lavoro; eppure, io sono ancora io, anche in tutti quei lati di me che meno si accordano con la mia professionalità.
Ora nel lavoro che faccio è apprezzato, approvato e incoraggiato il mio essere ambiziosa e forte; il mio dire IO VOGLIO, IO DECIDO, IO.
Così l’essere slave, il sottomettermi, il tacere, il chinare il capo adesso mi provocano un conflitto interiore. Perché sono comunque cose che sento, che desidero. Ma le mie precezioni sono diverse ora, non “sento” più come prima l’appartenenza. Eppure basta una piccolissima cosa, sentire la Sua voce, riavvicinarmi, per far nuovamente divampare il mio bisogno di stare sotto. Allo stesso tempo, mi rendo conto di essere più recalcitrante, riottosa; meno mansueta, se mai lo sono stata davvero e non ho solo creduto di esserlo.

Un passo alla volta, senza quasi accorgermene, mi allontano.
E non spero che di sentire il guinzaglio tendersi e riportarmi a cuccia.

Sbandierare

Ogni tanto mi capita (come capita) di perdere tempo a scorrere i post su facebook. Discussioni serie, discussioni poco serie, palesi cavolate e varie amenità.
Poi mi succede di imbattermi in post sperticati di slave riguardo il proprio Padrone, su quanto sia masterone, maschione, fantastico, sadicissimo, crudele ed irresistibile, eccetera eccetera.
Quando questi post sono scritti in modo poetico ed accompagnati da una foto evocativa od erotica, ci sta; magari meglio se si tratta di una pagina a tema, piuttosto che un profilo privato. Alcune volte metto anche ‘mi piace’.
Quando però questi post appaiono nel corso di discussioni, nella filza dei 108 commenti ad un post, magari in un gruppo, ecco, lì mi si alza il sopracciglio. E’ un riflesso automatico, non posso farci niente.
Capisco il trasporto, l’emozione, il coinvolgimento – anzi, diciamo la parola sovrana: l’appartenenza. Capisco tutto. Però è un po’ imbarazzante.
Io sono la schiava del mio Padrone; non la Sua lecchina.
Lui non ha certo bisogno che io ad ogni pié sospinto ribadisca pubblicamente quanto sia Dominante, potente, invincibile, incredibile, cattivissimo ma attentissimo, che mi fa andare in deliquio con un solo cenno del capo, e via sperticandosi in complimenti sulle Sue performances di dominanza. Non ha bisogno che Lo difenda a spada tratta (si difende benissimo da solo) o che parteggi per Lui o che Gli faccia da ragazza pon-pon. Soprattutto non su facebook.
Leggere certi voli pindarici mi fa chiedere che cosa c’è sotto. Scusate se penso male.
Dichiarazioni pubbliche del genere rischiano di scadere nel ridicolo e di suonare false, anche se magari alle slave vengono spontanee, nello slancio di compiacere.
Ma servire è diverso da compiacere. Compiacere è sempre falso, artefatto. Servire è dare la vera se stessa. Dalla compiacenza alla servitù c’è un percorso da compiere, e si fa in silenzio.

Attendere senza aspettare

Il non andare in panico dopo che non sento il Padrone per un po’ di tempo. Essere in Sua attesa ma senza l’ansia di aspettarLo ogni minuto che passa.
Fino a poco tempo fa temevo di essere in ignore dopo pochissimo e andavo subito giù di testa – e talvolta capita ancora. Le vecchie (cattive) abitudini son difficili da abbandonare. E’ stato (è) difficile per me imparare a capire che Lui ha i Suoi tempi e che non sono a servizio dei miei; che risponde ai messaggi se/quando gradisce farlo; sembra banale, ma non mi entrava in testa che non posso essere io a pretendere che risponda all’istante e a sentirmi subito abbandonata. Così facendo diventa un dominare dal basso, un battere i piedi capricciosamente, fare ricatti emotivi e, infine, non essere sottomessa alla Sua volontà. Anche se fatto in modo inconsapevole.
E’ faticoso accettare l’educazione e la disciplina ricevute, poiché ho un carattere forte. Ho sempre creduto di essere una persona remissiva e debole, però, e credendo a questa immagine di me stessa non ero nemmeno consapevole di essere invece passivo-aggressiva e feroce nel difendere le mie posizioni e le mie voglie.
La mia fortuna è che il mio Padrone non cede di un millimetro davanti a simili situazioni. Mi educa con il Suo essere imperturbabile, che mi obbliga ad affrontare le mie mancanze e trovare nuova consapevolezza.

Si tratta per me alla fine di avere maggiore fiducia nel Padrone.
Fidarmi che non mi squarti mentre mi frusta è banale (anche se importante), è facile, perché è una cosa pratica, materiale, tangibile. La fiducia nel silenzio – invisibile, vuoto, terrificante – è quella difficile.
Credere di essere importante per Lui; credere che c’è; credere in LUI, non in ciò che fa (quello consegue).
Credere è sapere.