Epifanie

Parliamo? Parliamo.
Lunghi dialoghi, confronti, domande, risposte, pensieri che si dipanano sul monitor.
Ad un certo punto, vedo uno schema. Un’evoluzione di ragionamento e di sensazione che si ripete simile ogni sera.
All’inizio, quando cominciano le vere domande, qualcosa dentro di me si ritrae; qualcosa mi urta, tocca un nervo scoperto. Lui incalza, continua, domanda, chiede, riflette. Io mi dibatto nella sensazione di non riuscire a spiegarmi. Vorrei sottrarmi, è faticoso, complicato, mi sembra che non mi creda, ma in effetti ci sono sfumature, dettagli, ecco, forse non era come lo pensavo all’inizio. Vorrei sottrarmi eppure resisto, rispondo, rifletto – volente o nolente, rifletto.
E alla fine cambio.
Alla fine capisco e accetto; arrivo ad un diverso livello di consapevolezza, di comprensione, non solo di me stessa ma di Lui e soprattutto della dinamica D/s che stiamo vivendo. Di Noi.
Arrivo ad una vera e propria epifania, piccola o grande ma sempre significativa.
Quanto ero irritata all’inizio, tanto sono serena e allineata alla fine. Sto bene; di più: sto meglio di prima.

E’ un percorso iniziatico per prove successive. Una sfida dopo l’altra, avanzo.

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Sottomissione

Mi è capitato talvolta nella vita di ricevere un regalo che non era proprio quello che volevo.
La consolle portatile per videogiochi che desideravo, ma un modello diverso. L’abito che avevo visto, ma di un altro colore. Il pendente che avevo indicato, ma con una catenina che non mi piaceva.

Ogni volta ho messo il muso, mi sono rattristata, delusa, preoccupata che fosse il segnale che l’altro non mi avesse capita, che fossimo magari incompatibili. Ho fatto cambiare regali e riportare indietro cose, ho finto apprezzamento e fatto il broncio.
Ho fatto dei capricci assurdi, mi rendo conto, ed ero già ampiamente di un’età in cui non avrei dovuto farli.

E poi in un attimo capisco.
Con poche parole, ma dirette.
Capisco cosa vuol dire sottomissione.

Certo che l’ho sempre saputo. Ma di colpo l’ho sentito.

Accettazione. Silenzio. Ricevere.

Non contano i miei capricci, le mie aspetttive, cosa mi ero immaginato, le mie paranoie o insicurezze, le cose che non sono proprio come io le vorrei, il passato, o nient’altro. Non conta.
Conta l’Appartenenza, ricevere un Dono e portarlo con orgoglio e gioia perché è Suo – non perché è quello io volevo.

Di colpo sono riappacificata, sorrido e mi sento al mio posto.

Migliorare

Ma io?
Io cosa ho fatto in questi mesi per migliorare?
Io cosa ho fatto per essere una versione migliore di me stessa, per meritare di essere scelta?
Io cosa ho fatto per dimostrare attenzione, attaccamento, interesse, cura?

Se fossi stata in prova, probabilmente l’avrei fallita.

Ho passato il mio tempo a lamentarmi, a invidiare e ad aspettare che qualcun altro si prendesse in carico la mia esistenza, che mi facesse crescere e cambiare. Ma non funziona così. Una sub deve avere in sé la volontà di mettersi in gioco, evolvere e impegnarsi per essere meritevole. Credevo di avere questa volontà, ma forse non è così; di certo non la sto applicando nel modo corretto.
Tocca a me il primo passo. E il secondo, e il terzo.
Per trovare chi voglia venirmi incontro, devo io per prima avanzare.

**Traduzione** Se la tua sottomissione è un dono, lo è anche la mia Dominazione

Come si intuisce dal titolo, questo testo non è mio.

Ho letto per caso su Fetlife questo articolo, scritto dall’utente DomQuixote74, e mi ha molto colpita. Gli ho chiesto il permesso di tradurre il suo testo per poterlo rendere fruibile anche a tutti quei bdsmer italiani che non parlano inglese. Permesso accordato, ed eccolo. Ma prima due parole.

Ho voluto farlo perché è un testo significativo. Mi ha dato da pensare. Mi ha fatto riflettere su errori che ho commesso, su leggerezze e malcomprensioni; su cose che avrei potuto fare meglio.
Perché è vero, lo ammetto. Sono stata egoista, egocentrica e capricciosa. Non sono stata capace di essere di aiuto. Ho percepito solo il mio dono, senza comprendere il dono della Dominazione; ho pensato solo a quello che mancava a me; ho creduto di avere fatto tutto il possibile per risolvere determinate situazioni, ma forse non è stato così. Non ho trovato o forse non ho cercato alternative: come la mosca che sbatte sul vetro quando l’altro battente della finestra è aperto. Ho avuto bisogno della botta con lo strofinaccio per trovare l’uscita, ed è arrivata. Questo articolo ha contribuito.

Ecco l’articolo tradotto:
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Insolente

Sono diventata, col tempo, insolente – è questa la parola giusta. Rispondere, essere sarcastica, sicura di me fino alla presunzione; sentirmi superiore senza rendermene conto appieno, e sentirmi a disagio in un qualche modo oscuro, non chiaro. Un malessere interiore indefinito.
Un singolo colpo.
L’ho provocato, oh sì. Nel tempo, ho iniziato a provocarlo, sperando che reagisse; e poi, l’ho provocato perché avevo perso fiducia che avrebbe mai reagito. Sono stata insolente perché non Gli davo credito; e ci soffrivo.
Un singolo colpo.
Un singolo colpo, un urlo e un bagno rovente di umiltà.
Adesso se ci penso non ricordo nemmeno cosa Gli ho detto, che battuta ho fatto, quale risposta insolente ho dato. Ricordo solo di aver fatto la smart-ass, la furbastra, la linguacciuta. Ho voluto fare il mio commento smargiasso.
Ho urlato, ho urlato e mi sono piegata. Mi sono salite tutte le mie lacrime agli occhi e un groppo in gola. Un dolore feroce. Un passo vitale verso il recupero della mia educazione.

Ero arrivata che non sapevo cosa provare, né cosa volevo aspettarmi.
Sono andata via con agli occhi le lacrime della gioia, un violento segno rosso su una coscia e la felicità di aver ritrovato il mio Padrone.
O meglio: di aver ritrovato la me stessa slave. Perché Lui era sempre stato lì.
Con il mio comportamento irrispettoso, disobbediente, ho mancato di rispetto alla mia scelta di AppartenerGli, di essere Sua slave – ed è questa la cosa preziosissima che Lui mi ha fatto capire. Mi ha obbligato ad essere onesta e responsabile con me stessa: è per questo che è così difficile obbedire, ma so che è l’unica cosa che davvero conta, che davvero funziona.

Io sono Sua perché ho scelto di esserlo.

Il senso di tutto

“Ah, devo fermarmi a prendere le sigarette”
“Ne ho un pacchetto io, Padrone”

Vederlo con una sigaretta spenta tra le dita.
Porgergli un accendino.

“Prendimi la maionese in frigo”
“Ce l’ho già messa, Padrone”

In quei piccoli istanti si condensa il senso di tutto. Essere lì per Lui, essere pronta, avere imparato; anticipare i Suoi bisogni. Diventa una realtà amplificata, orientata al Suo benessere. La frustrazione più grande è non poter fare nulla per aiutarLo. Un obiettivo fondamentale da raggiungere è sapere come e quando stare fuori dai coglioni: se non si può essere d’aiuto, almeno non essere d’intralcio.
Svegliarsi prima; preparare; inginocchiarsi nel proprio angolo.
La sensazione di essere in equilibrio su una bilancia. Imparare a gestire la distribuzione del peso per portarGli perfetto ordine. Non essere troppo indipendente, ma non troppo dipendente; non presuntuosa, ma non annichilita; ricordarsi qual è il proprio posto.

Letargo

Il desiderio non è sopito, in me: è dormiente.
E’ sopravvenuta l’emergenza quotidiana, la pervasività del lavoro; eppure, io sono ancora io, anche in tutti quei lati di me che meno si accordano con la mia professionalità.
Ora nel lavoro che faccio è apprezzato, approvato e incoraggiato il mio essere ambiziosa e forte; il mio dire IO VOGLIO, IO DECIDO, IO.
Così l’essere slave, il sottomettermi, il tacere, il chinare il capo adesso mi provocano un conflitto interiore. Perché sono comunque cose che sento, che desidero. Ma le mie precezioni sono diverse ora, non “sento” più come prima l’appartenenza. Eppure basta una piccolissima cosa, sentire la Sua voce, riavvicinarmi, per far nuovamente divampare il mio bisogno di stare sotto. Allo stesso tempo, mi rendo conto di essere più recalcitrante, riottosa; meno mansueta, se mai lo sono stata davvero e non ho solo creduto di esserlo.

Un passo alla volta, senza quasi accorgermene, mi allontano.
E non spero che di sentire il guinzaglio tendersi e riportarmi a cuccia.