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Tag: paura

  • Identity

    Quando qualcuno viene messo in discussione nella propria identità, o meglio in qualcosa che considera identitario, che sente essere una parte fondante di sé, di solito si irrigidisce e si arrocca sulle proprie posizioni per difendersi da ciò che percepisce come un attacco, invece di accogliere il cambiamento, sebbene tutti siamo d’accordo che mettersi in discussione è una cosa buona: per migliorarsi, crescere eccetera. E anche io sono sempre stata d’accordo.

    Eppure ora mi rendo conto di quanto, messa in discussione in un mio aspetto identitario, mi sono chiusa a qualsiasi cambiamento fino a offendermi del fatto di non venire riconosciuta come volevo nella mia persona.

    Per me l’essere sub è sempre stato un tratto fondamentale, da quando ho scoperto il BDSM. L’ho accolto come una rivelazione: avevo capito chi ero. Non l’ho mai considerato un gioco e nemmeno solo un ruolo: era un’identità. Una definizione.

    Mi sono detta d’accordo sull’importanza di non prendersi troppo sul serio e ho riso del verobiddì. Ma dentro di me l’ho sempre ritenuto un elemento fondativo, una Verità incontestabile; e ho sempre desiderato venire riconosciuta come tale. Di più: ho sofferto se non accadeva, mi sono arrabbiata se non venivo considerata principalmente come sub, nel mondo BDSM.

    Certo: ho provato a mettere in discussione questa rigidità. O meglio: ho provato a farmi condurre in quel senso, sentendo che poteva essere una cosa buona. Ma mi accorgo di non esserci davvero riuscita. Usciva dalla porta e rientrava dalla finestra.

    Quello che mi sta facendo soffrire ora è la lotta tra la necessità di cambiare e il desiderio di restare aggrappata a quell’identità, con la sicurezza che mi dava. O forse è solo la paura di perdere dei punti di riferimento, anche se mi fanno male.

    Ho scoperto, però, che lasciare andare quell’identità così rigida, così prescrittiva, può essere liberatorio, non solo spaventoso. Succede forse perché lo sto facendo da sola, stavolta: senza la stampella che credevo vitale di un Padrone a cui affidarmi, che mi guidi alla scoperta di tratti di me.

    Ho paura perché sono libera. Ho paura ma sono libera.

  • The only way out is through

    Una cosa che ho imparato è che per affrontare e superare i momenti difficili, le sfide, le emozioni laceranti, l’unica via per uscirne è passarci attraverso.

    Più cerco di scansare o evitare il dolore, più questo mi divora le viscere e non mi lascia riposare. Macino stronzate sui social fino ad avere male al pollice per troppo scroll, mangio porcherie fino ad avere mal di pancia, ascolto podcast fino a non distinguere più una parola, eppure quel dolore è sempre lì. Allora l’unica via è immergermici: prendere un gran respiro e andare, buttarmi di sotto e sperare di uscire dall’altra parte. E poi, dopo avere saltato, quando ci sono in mezzo, tutto è molto più gestibile di quanto non avessi pensato prima.

    Perché il vero coraggio non è l’assenza di paura ma agire nonostante la paura. Agire alla faccia della paura, dell’ansia, del senso di non farcela.

    Sono molto più forte di quanto creda.

    E se qualcuno ha sperato che non lo fossi, mi ha quasi convinta, ma si è sbagliato.

  • Cooldown pt.1

    Finito il Kinksters, sono finita anche io. Ho messo giorni a riprendermi, a tornare alla noiosa normalità, a recuperare un ritmo sonno-veglia adatto alla quotidianità. Incredibile come mi adatti immediatamente agli orari notturni e dilatati del party: è come un jet lag ma nella direzione giusta, o forse è solo merito dell’eccitazione, della gioia, del desiderio di stare bene e rilassarsi e divertirsi e staccare finalmente da questo distacco forzato dalla pandemia. Il jet lag di ritorno non è altrettanto agevole. Ma pazienza. Ripenso a tutto e tutto fluisce di nuovo attraverso di me. 


    Quando parto il venerdì sera dopo il lavoro sono tutta tesa per partire, nervosa per il ritardo e il caldo, preoccupata di dimenticare qualcosa. E con tutta la tensione dell’aspettativa e del “dover fare bene” che sempre mi si attiva in una situazione nuova: ci sarà anche lei (l’altra). Penso che tutto inizierà quando sarò là, che adesso è solo teso intermezzo, invece no: mi chiami mentre sto guidando e parliamo, e anche il viaggio diventa (com’è giusto) parte del percorso. Mi aiuti ad elucubrare nella giusta direzione e i miei pensieri prima sconnessi si allineano; ci saranno molte emozioni in ballo ma ci promettiamo di non essere bravi, di comunicare, invece di fare finta che va tutto bene per non rovinare la festa (cosa che poi è proprio quella che rovina la festa). 

    Quando arrivo tu sei già lì; entriamo, facciamo un giro, incontriamo le prime persone, mangiamo del cibo, parliamo ancora, respiriamo il tramonto e poi usciamo perché tu vai a prendere lei. 

    In camper mi trascini a te; mi fai bagnare e mi chiudi i piercing che ho là sotto con un lucchetto, per farmi sentire l’attesa. 

    Nel tempo che passa preparo i letti nel camper: tre, uno per ciascuno di noi, per la massima equità. Poi rientro, faccio un giro, delle chiacchiere; quando è ora esco di nuovo per venirvi incontro al camper. 

    Per uscire lascio di nuovo la drink card e i ragazzi del locale iniziano a guardarmi perplessi. Diventerà una cosa comica, con me che esco e rientro mille volte in questi tre giorni, avanti e indietro, accompagno/vado a riprendere, lascia la drink card/recupera la drink card, fino a farmi chiamare “la tassista del Kinksters”, cosa che mi farà molto ridere. 

    Ci troviamo in camper e siamo tutti piuttosto tesi. Fa freddo, la pioggia dei giorni scorsi ha rinfrescato moltissimo e non me l’aspettavo, non ho niente da mettermi intorno. Lei mi offre il suo cardigan e dopo un attimo di tentennamento (devo essere brava, devo arrangiarmi) accetto con gratitudine. 

    Rientriamo. 

    E’ già l’una e mezza passata, venerdì sera, non ci sono moltissime persone ma l’aria è lo stesso magica: le luci soffuse, l’acqua, i bambù appesi, tu che ci guidi. 

    Andiamo da Gram a fare fire play ed è un’esperienza forte e insieme un momento stranissimo (che merita un post a parte). E’ bello essere lì insieme. Proviamo una cosa nuova per entrambe. Iniziamo davvero a rilassarci, ascoltando le sensazioni del corpo. Osservo le reazioni del suo ed empatizzo: mi affascina, mi calmo. Ci tieni la mano. Siamo ancora sul chi vive e valutiamo chi fa cosa (di più?), chi reagisce come (meglio? chi è più brava??), ma è come un sordo fastidioso rumorino di sottofondo che riusciamo ad ignorare. 

    Andate nella piscina calda e io vi aspetto fuori perché ho ancora i punti sulla gamba dove ho tolto un neo la settimana scorsa, non posso immergermi. Però mi piace essere a servizio: procuro i teli per asciugarvi quando uscirete. Quando torno vi vedo così vicini, così intimi: lo so ma è un tuffo al cuore. Ho paura di disturbare, di essere di troppo. Mi vedi e mi fai cenno di avvicinarmi e vengo ad accucciarmi lì. Ci tocchi, poi qualcosa per me suona una nota stonata e il cuore mi salta in gola. Non so cosa sia ma tu capisci e ci fermiamo. Vi porto gli asciugamani e andiamo a prendere una piadina al baracchino in fondo al prato. 

    In quel momento, contro la me stessa che mi strilla nella testa di essere brava, non dare problemi, fai la brava, comportati bene, sii contenta, sii una brava schiava, riesco invece ad esprimerti il mio malessere e c’è un lungo senso di sospensione: come quando la musica si ferma e poi ti rendi conto che non si è realmente fermata, che i bassi stanno ancora vibrando, sotto, ma sono una vibrazione che sostiene mentre tutti gli altri strumenti prendono fiato. Ecco: prendiamo fiato. 

    Mangiamo la piadina e le patatine, poi usciamo. Siamo stanchi morti, affaticati, tiriamo una tensione invisibile ma palpabile, di cui siamo consapevoli ma cui danziamo intorno cercando di scioglierla senza trovarne il capo. 

    Una volta in camper ci stendiamo tutti e tre insieme su un letto, stretti, abbracciati, in un calore che accolgo con gratitudine dopo il freddo umido dell’esterno. Ci rigiriamo. Io e lei forse cerchiamo di toccare solo te che sei in mezzo e non toccarci tra noi perché non sappiamo come fare, cosa fare, e nemmeno se lo vogliamo fare. 

    Poi, d’improvviso, spenta la luce, quella matassa di tensione che ci girava tra le mani si scioglie da sé: un groviglio che si dipana maneggiandolo, senza capire bene come abbiamo fatto. Restano dei nodi, ma è normale. Li accettiamo. La melodia fluisce. 

    Ci addormentiamo esausti alle 6.30 del mattino. 


    [continua] 

  • Il denial al tempo del coronavirus

    Che è un periodo strano, questo, qualcuno l’ha già detto? Tutte quelle frasi fatte (“se me l’avessero detto due mesi fa non ci avrei creduto”…) le ho dette tutte. Non si può non dirle: sono vere. E’ davvero tutto strano.
    In tutto questo, io sono in denial.

    Ero contenta di esserlo: il controllo mi fa stare bene. Poi: il lockdown.
    Ricordo soprattutto lo sconcerto, il rendersi conto che non è solo la mia ansia, non sono io paranoica o ipocondriaca, no no: è tutto vero. Il virus c’è, è pericoloso, è un casino, bisogna restare chiusi in casa. Distanti.

    La prima reazione del mio corpo è stata andare in risparmio energetico.
    Quando mi hanno impedito lo smart working che pure stavo già facendo e mi hanno messa in cassa integrazione, ancora di più: senza scopo, senza cose da fare, senza poter uscire.
    Mi sono spenta, chiusa. Risparmio energetico. Ho iniziato a restare in tuta; a dormire moltissimo ma male, con incubi, senza riposo, quando mi svegliavo ero più stanca di prima. Soprattutto: non provavo desiderio.

    Il denial è così diventato una condizione standard, era quasi (arrivo a dire) superfluo. L’ansia, la tensione, l’inedia: se non ho voglie, non ne soffro la mancanza. Ma se non soffro, che gusto c’è?

    Per un po’ è andata così. Malinconicamente.
    Ammetto: mi sono un po’ abbruttita. Ho avuto bisogno di toccare un qualche tipo di fondo, per poter risalire. Una mattina, ho deciso di mettermi i jeans, invece, e rimettermi il reggiseno.

    Ho così scoperto che i jeans che mi stavano stretti ora mi stanno giusti. Pure un po’ larghi.

    Ho fatto pace col mio corpo e ho scoperto che era ancora lì. Che era ancora tutto lì: subito sotto la superficie. Sotto la tuta, sotto i calzettoni, sotto la noia. Il desiderio, la voglia, il tendersi del corpo che anela al piacere e non lo può avere. C’era tutto. Anzi: non vedeva l’ora di riemergere.
    Ho avuto bisogno di questo chiudermi; sono andata in lockdown anche io. Per risparmiare energie, forse, capire come volevo impiegarle. Come fare a reindirizzarle in questa distanza forzata dal mio Padrone.

    E’ stato, forse, un lungo sub-drop.

    E poi… leggendo alcuni particolari messaggi, ascoltando la tua voce, ricordando certi toni, e molte altre cose, ho ripreso ad avere voglia. Ho ripreso a soffrire il denial, il contrarsi della mia carne che vuole essere toccata e non può, il desiderio di un orgasmo negato.

    E sono così grata a questa sofferenza, così grata. Così grata che me la infliggi. Perché di nuovo sento.

  • Sofferenza

    La sessione di venerdì sera è intensa, pesante. I colpi scendono senza pietà.
    Mi pento di avere mangiato quei due bocconi di cibo cinese: torna su tutto quando mi usa la bocca fino in gola, come gli piace, come fa sempre. Mi degrada e ne gode.

    Ho bevuto tanto, perché mi ha detto che vuole che faccia pipì in Sua presenza, cosa che ancora non sono riuscita a fare. Sento la vescica piena. Ma ho paura, sono tesa perché so che sarà difficile che riesca a farla: è più forte di me, è inconscio. Quindi aspetto, aspetto nella speranza che dopo mi scapperà in modo impossibile da controllare. La vescica piena mi fa sentire di più il dolore dei colpi. Mi fa sentire di più gli orgasmi forzati con la wand.

    Urlo, strillo, strepito come non mai.

    Quando mi penetra il culo col dildo mi fa un male atroce, oltre alla penetrazione sento la pressione nella pancia e infine dico “giallo”. Gli dico che mi scappa. Mi porta in bagno, mi minaccia di frustarmi se non piscio. Lo voglio fare, ho bisogno di farla, ma non riesco, lo sapevo, è più forte di me. Esce un microscopico, lento rivoletto… ma non sufficiente per la Sua pazienza.
    Mi richiama in stanza e mi dà 20 colpi di frusta, più altri 20 di riscaldamento. Li ho contati tutti, anche se quelli della punizione, contati ad alta voce, sono solo i secondi.

    Torno a casa scombussolata. La parte che ho sentito più in profondità è stata la frusta. Io odio la frusta, un dolore troppo tagliente. Ora vorrei prenderla di nuovo. Non ho erotizzato il dolore, ma l’Autorità del Padrone.

    Dopo – molto dopo, la sera dopo – Lui mi fa notare che ho sofferto troppo. Mi dice che ha ripensato alla sessione e ha capito che non ho erotizzato il dolore. Ha dovuto rallentare e fermarsi spesso e questo non gli è piaciuto. In quello che mi dice sento che mette in dubbio la relazione: qualcosa non funziona. Mi ricorda che gli avevo detto che se il dolore della sessione diventa sofferenza, vuol dire che qualcosa non va. Non va proprio.

    Lo so che non ha torto. Mi sento in colpa. Mi sento di avere sbagliato. Mi chiedo perché non ho erotizzato, o perché non ho erotizzato come le altre volte. Cerco delle giustificazioni ma non lo so, non lo so. Vado in panico. Sono le limitazioni? la gelosia? sto male? qualcosa è cambiato? Certo, qualcosa è cambiato. Non so trovare un motivo unico, un’unica spiegazione. Non lo so. Ho paura che in ogni caso non ci sia una spiegazione valida, una che placherà i dubbi.

    Dopo, col senno di poi, mi chiedo se sia io che non reggo o se non sia, piuttosto, che è Lui che ha la mano più pesante del solito. Che non abbia preso la mano sull’altra, che regge più di me, ed ora mi colpisca con l’intensità con cui è abituato con lei.

    Nei giorni seguenti le domande, le elucubrazioni proseguono incessanti.
    Ogni volta che mi dice “prendiamo tempo, riparliamone domani, riparliamone la settimana prossima”, ogni volta dopo due ore siamo di nuovo a parlarne. Ogni volta si aggiunge un tassello. Ogni volta è un nuovo dubbio, un’altra cosa che non va. E’ un chiodo fisso.

    Piango, ho paura, capisco bene cosa sta arrivando e non voglio essere io ad andarmene.

  • Dalla parte del manico

    Due ore dopo, girando su facebook, trovo una foto di coltelli in uno dei gruppi che seguo, con la didascalia che invita gli utenti ad esprimersi in merito all’edge play.

    Penso: è edge play, dunque? Non ci avevo pensato prima.

    Stesa supina sul divano ansimo pesantemente, gli occhi bendati, il corpo coperto di cera. Il dolore pungente della cera rovente mi permane addosso come disegno sulla pelle.
    Quando Lui torna sento lo scatto del coltello a serramanico. Mentre la sua presenza scende su di me, mi dice: ora stai ferma.
    Respiro a fondo, per placare il mio ansimare. Distendo i muscoli e resto ferma. Unici segni di agitazione, unici movimenti che mi concedo, le dita di mani e piedi che si contraggono.

    Il coltello mi scorre sulla pelle, scalzando la cera ormai fredda. Passa ovunque: sui seni, sulla pancia, sulle cosce, tra le gambe: la lama fredda mi accarezza la carne come una promessa di cosa potrebbe essere.
    Se Lui volesse, potrebbe incidermi, affondare quel coltello e tagliarmi.
    Inspiro, espiro, trattengo il fiato. Sento la punta del coltello addosso. Quando si allontana, respiro di nuovo.

    “Hai paura?”
    “Mi fido di Te, Padrone”
    “Ma ho un coltello in mano”, dice, e sento di nuovo la lama fredda su di me.
    Vorrebbe che avessi paura? Ho timore, sì, sento il rischio del coltello affilato, ma non la paura di chi non si fida.
    Chiudo gli occhi dietro la benda, ho il respiro affannoso, come il Suo; lo sento addosso, col corpo e col coltello, sento la Sua eccitazione, il Suo desiderio di incidere la mia carne inerme, eppure non ho paura di Lui. Mi fido, davvero, mi lascio fare e il punto è che in quel momento, forse, mi lascerei tagliare e fare a pezzi. Sono Sua e sono abbandonata a Lui; mi fido che sappia cosa fa di questa cosa Sua che sono io.

    Trattengo il fiato: sento la lama raschiarmi la pelle, la punta acuminata che punge e l’eccitazione fluida che mi scorre tra le gambe.

  • Quando ciò che è dentro esce fuori, anche l’anima si rovescia

    Sangue, lacrime.

    Quando questi liquidi scorrono vanno ascoltati; è anima che esce, che canta, che urla.

  • Fear play

    Mi abbraccia, mi stringe, mi tiene.
    Mi sento accolta, protetta, al sicuro.
    Nello stringermi mi affonda le unghie nella carne, eppure questo nulla toglie alla mia sensazione di protezione, anzi: è come se la sua cura si ancorasse ancora più a fondo in me. Mi abbandono senza timore alcuno, gemendo.
    Mi accompagna a terra, facendomi prima inginocchiare per poi farmi stendere.
    Di colpo i suoi movimenti si fanno bruschi. Mi gira, mi apre; aiutato da lei mi tiene ferme braccia e gambe. I colpi si fanno secchi, crudeli.
    Il cambiamento è repentino e drastico. Di colpo non sono più al sicuro.

    Non so come succede.

    Non so che mi succede.

    Già un’ora dopo la sessione non ricordo più esattamente cosa è accaduto o come. Lo ho rimosso? Non so.
    So che urlo. Non sono i miei soliti strilli di dolore misto a piacere. No: urlo di dolore e di paura.
    Mi gira, mi spinge, mi tira; le sue mani si abbattono con crudeltà. Grido, gli occhi bendati, il corpo dolorante dalla lunga sessione di sculacciate e graffi precedente. Questo è completamente diverso. E’ diversa l’intenzione, e ad occhi chiusi la percepisco con estrema, terrificante chiarezza.
    Per un attimo penso di gridare “ho paura!”, ma non lo faccio, anche se è la verità. Ho paura.
    Ogni fibra di me ha paura.
    Una parte di me capisce, in modo oscuro, che fa parte del gioco, sa che di certo è una cosa che lui sta facendo con coscienza, che ha provocato questa paura intenzionalmente. Ma ho paura davvero.
    Mi lascia andare con un gesto brusco, come a gettarmi via, e io mi rannicchio in posizione fetale, le braccia a proteggere la testa. Ansimo e tremo, non solo per il freddo del pavimento. Sento un suono secco e strillo, convinta di essere stata colpita – e subito dopo mi rendo conto che non è così, è stato solo un rumore. Un altro tonfo, più vicino alla mia testa: di nuovo salto e strillo, terrorizzata.
    Ho paura, ma sono paralizzata. Mi sale dalla gola un gemito lamentoso, continuo, il respiro corto. Non riuscirei a scappare nemmeno se mi venisse in mente di farlo. Ho solo paura e resto tremante a terra. Forse spero di diventare invisibile, che mi lasci stare, che vada via, via. Eppure non riesco a dire basta, né ad implorare pietà; forse è un effetto dell’abbandono di prima. Sono abbandonata anche nella paura.
    Quattro mani scendono ad accarezzarmi. Sobbalzo al tocco, prima di rendermi conto che non mi stanno facendo male. Sono restia a rilassarmi: temo che sia solo un trucco per farmi calmare e poi infierire ancora, a tradimento. Ma non riesco ad impedirmi di fidarmi, di aprirmi. Cerco di respirare più a fondo, di calmarmi, di smettere di tremare. Le carezze continuano, mi tolgono la benda dagli occhi e capisco che è finita davvero.
    Mi sollevano, mi avvolgono in una coperta e mi mettono a riposare.
    Torno al mio abbandono ed alla grata beatitudine della discesa da sensazioni tanto forti, intense e totalizzanti.

    Giorni dopo, realizzo che in quei momenti nemmeno per un attimo mi è passata per la testa la safeword.

    Ancora giorni dopo, torno da loro. Mi guardano in tralice, mi chiedono: ma, quello che hai scritto… era una licenza poetica?
    Resto perplessa: no, di cosa parlate?
    Si guardano. Mi guardano.
    Scopro così di non avere mai gridato né strillato: non un suono è uscito dalle mie labbra durante tutta la sessione. Solo qualche singulto, qualche respiro strozzato.
    Sgrano tanto d’occhi, ma non ho motivo di non crederci. L’intensità della sensazione ha bruciato le mie percezioni.

    Il cuore continua a battermi forte in petto.

  • Anedonia

    Ancora una volta nella mia vita, come sempre quando ci sono tensioni emotive, stress e decisioni, torno a pensare che l’unica cosa buona da fare sia chiudere tutti i rubinetti: della comunicazione, delle emozioni, della mia capacità di dare, dell’empatia, di tutto. Chiudo tutto, e lo chiudo in ogni aspetto della mia vita – perché a quanto pare non sono fatta a compartimenti stagni, ed il rubinetto è uno solo.
    Vegeto in divano, apatica; scelgo l’anedonia.
    Con gli altri affetto tranquilla serenità, normalità; è facile fingere di stare bene da dietro il piccolo monitor di un cellulare. :) :) :)
    E proprio quando ho quasi deciso di chiudere del tutto – ed in realtà mi dibatto per liberarmi da queste pastoie che mi imprigionano in un’inazione odiosa e appiccicosa – capisco che invece l’unica cosa davvero sensata da fare è aprirmi completamente. Accettare la totale vulnerabilità come vera armatura invincibile, arrendersi per continuare a combattere. Accettare di soffrire per poter sentire.
    E’ una cosa che continuo a scoprire, nella mia vita, perché continuo a dimenticarla: quando hai paura apri, non chiudere.
    Questo non fa passare la paura, ma placa il cuore in tumulto nella consapevolezza di avere, almeno, dato tutto quello che potevo dare. Quando sto male, è perché non ho dato abbastanza, non perché (come talvolta mi convinco) non ho ricevuto abbastanza.

  • Io/non io

    Mentre mi piego, mentre chiudo gli occhi, mentre la Sua mano mi colpisce, la mia mente è un turbine. Come aprire una finestra per errore durante una tempesta di vento.
    Fa male.
    Non sono io.
    Non sono io.
    Non sono io.
    Piango di dolore, di paura; faccio così fatica a entrare nel mood, a lasciar scorrere le endorfine: sono rigida, tesa, chiusa. Tutte le cose negative mi rimbombano dentro e non riesco a separarmene, mi sbattono intorno come uccelli impazziti, rinchiusi in uno spazio troppo stretto.
    Ci sono affezionata a tutte queste cose che mi fanno stare male.
    Non sono io.
    Non sono io.
    Non sono io.
    Non devo essere io.
    Quest’ultimo pensiero mi travolge: ecco, lascia andare. Lascia andare e basta, smetti di pensare che “io” sono così o così e non così.
    Mi tira a sé; mi piego sulla Sua gamba e tutti i muscoli mi si rilassano all’unisono: finamente smetto di essere tesa, di avere paura di deluderLo.
    Smetto di essere ipocrita. Di essere falsa, disobbediente: accetto di nuovo di essere Sua, di obbedire, di seguire con coerenza il mio ruolo nei confronti del Suo, così come ho scelto, così come ho deciso.
    Mi sottometto.
    Dopo, quando vado in bagno a risistemarmi i capelli, mi guardo e penso: che buffa persona che c’è nello specchio. Sono io? Non sono io?
    Non devo essere un “io” specifico. Posso essere io. Posso essere tutti gli io che sono.
    Torno ad accoccolarmi ai Suoi piedi, avvolta nel calore della sottomissione.