Fear play

Mi abbraccia, mi stringe, mi tiene.
Mi sento accolta, protetta, al sicuro.
Nello stringermi mi affonda le unghie nella carne, eppure questo nulla toglie alla mia sensazione di protezione, anzi: è come se la sua cura si ancorasse ancora più a fondo in me. Mi abbandono senza timore alcuno, gemendo.
Mi accompagna a terra, facendomi prima inginocchiare per poi farmi stendere.
Di colpo i suoi movimenti si fanno bruschi. Mi gira, mi apre; aiutato da lei mi tiene ferme braccia e gambe. I colpi si fanno secchi, crudeli.
Il cambiamento è repentino e drastico. Di colpo non sono più al sicuro.

Non so come succede.

Non so che mi succede.

Già un’ora dopo la sessione non ricordo più esattamente cosa è accaduto o come. Lo ho rimosso? Non so.
So che urlo. Non sono i miei soliti strilli di dolore misto a piacere. No: urlo di dolore e di paura.
Mi gira, mi spinge, mi tira; le sue mani si abbattono con crudeltà. Grido, gli occhi bendati, il corpo dolorante dalla lunga sessione di sculacciate e graffi precedente. Questo è completamente diverso. E’ diversa l’intenzione, e ad occhi chiusi la percepisco con estrema, terrificante chiarezza.
Per un attimo penso di gridare “ho paura!”, ma non lo faccio, anche se è la verità. Ho paura.
Ogni fibra di me ha paura.
Una parte di me capisce, in modo oscuro, che fa parte del gioco, sa che di certo è una cosa che lui sta facendo con coscienza, che ha provocato questa paura intenzionalmente. Ma ho paura davvero.
Mi lascia andare con un gesto brusco, come a gettarmi via, e io mi rannicchio in posizione fetale, le braccia a proteggere la testa. Ansimo e tremo, non solo per il freddo del pavimento. Sento un suono secco e strillo, convinta di essere stata colpita – e subito dopo mi rendo conto che non è così, è stato solo un rumore. Un altro tonfo, più vicino alla mia testa: di nuovo salto e strillo, terrorizzata.
Ho paura, ma sono paralizzata. Mi sale dalla gola un gemito lamentoso, continuo, il respiro corto. Non riuscirei a scappare nemmeno se mi venisse in mente di farlo. Ho solo paura e resto tremante a terra. Forse spero di diventare invisibile, che mi lasci stare, che vada via, via. Eppure non riesco a dire basta, né ad implorare pietà; forse è un effetto dell’abbandono di prima. Sono abbandonata anche nella paura.
Quattro mani scendono ad accarezzarmi. Sobbalzo al tocco, prima di rendermi conto che non mi stanno facendo male. Sono restia a rilassarmi: temo che sia solo un trucco per farmi calmare e poi infierire ancora, a tradimento. Ma non riesco ad impedirmi di fidarmi, di aprirmi. Cerco di respirare più a fondo, di calmarmi, di smettere di tremare. Le carezze continuano, mi tolgono la benda dagli occhi e capisco che è finita davvero.
Mi sollevano, mi avvolgono in una coperta e mi mettono a riposare.
Torno al mio abbandono ed alla grata beatitudine della discesa da sensazioni tanto forti, intense e totalizzanti.

Giorni dopo, realizzo che in quei momenti nemmeno per un attimo mi è passata per la testa la safeword.

Ancora giorni dopo, torno da loro. Mi guardano in tralice, mi chiedono: ma, quello che hai scritto… era una licenza poetica?
Resto perplessa: no, di cosa parlate?
Si guardano. Mi guardano.
Scopro così di non avere mai gridato né strillato: non un suono è uscito dalle mie labbra durante tutta la sessione. Solo qualche singulto, qualche respiro strozzato.
Sgrano tanto d’occhi, ma non ho motivo di non crederci. L’intensità della sensazione ha bruciato le mie percezioni.

Il cuore continua a battermi forte in petto.

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