Ematonil

“Può servire un master?”

Mi volto a guardarlo. “Mah, oddio, può sempre servire, non si sa mai!”, rido.
Solo il giorno dopo mi viene in mente che la frase di per sé contiene un assunto sbagliato: un master non serve, al massimo si fa servire. Ma non importa.

L’approccio non è dei migliori, forse, ma mi ha fatto ridere e in questo momento ci vuole proprio. Mi propone di giocare ma io non sono esattamente per la quale. Parliamo, propongo: conosciamoci. Mi racconta un po’ di sé, gli racconto un po’ di me; fuma una sigaretta, chiacchiera, sorride. Io rido, scherzo. Sembra simpatico, e ho addosso un mood strano.
Io, che di solito sono estremamente restia ad aprirmi, che valuto e soppeso, che attendo mesi di dialogo, conoscenza, messaggi, mail, che sono sempre sospettosa, impaurita, sto seriamente pensando di giocare con questo tipo, appena conosciuto ad un play party…?
Lo guardo. Mi stai dicendo la verità? Sarai davvero rispettoso dei miei limiti? Posso fidarmi?

Mentre mi inoltro con lui nella zona più buia mi chiedo se non sto facendo una cazzata, quali scappatoie ho, cosa fare se prova a fare qualcosa cui non ho acconsentito. Ma cionondimeno mi piego e mi faccio sculacciare.

Chi sta usando chi?
Si gioca sempre in due.

Mi dà una parola per chiamare basta; poi cala una mano estremamente pesante, che impatta alla perfezione esattamente dove mi piace di più: sul culo. Una chiappa, l’altra. Colpisce, mi risistema quando scivolo e scappo, colpisce ancora. La sua voce diventa più bassa, più morbida. Più minacciosa, anche. Entra in ruolo, ed io con lui.
Colpisce forte, urlo; dopo non so quanto chiamo la safeword per terminare il gioco, anche se so che ne potrei prendere ancora – ma ho timore di essere in subspace e di non saper valutare.
Si ferma. Posso fidarmi.
Fuma un’altra sigaretta. “Altre dieci, dai”, dico. Mi piega: “Facciamo quindici,” dice, “conta. Conta e ringrazia”.
Conto e ringrazio.

Quando mi rialzo ho la testa leggera e il culo dolente. Barcollo leggermente, stordita e sospesa, con un sorrisino che mi aleggia sulle labbra. “Adesso quando ti siedi mi pensi”, dice. Ne sono sicura.
Andiamo a bere una cosa e chiacchieriamo. Ho la gola riarsa dagli strilli e sono grata alla bevanda fredda.

Il giorno dopo ho il sedere rosso; alla sera, viola. Quando mi siedo lo sento. Il lunedì decido di andare in parafarmacia ad acquistare una crema per lenire i lividi, e ogni volta che la metto sorrido incredula: ho davvero giocato ad un play party con una persona conosciuta la sera stessa! Una parte di me insiste che dovrei sentirmi in colpa, o stare male; ma sono stata bene, e voglio che sia questo tutto ciò che conta.

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Toxicity

Piegata sulla cavallina, ricevo i colpi. Uno, due, dieci, mille. Chissà. Lui, lei: non lo so e non cerco di capirlo.
Scendo in un subspace talmente profondo che di colpo divento consapevole della musica di sottofondo; il mio cervello si sintonizza su quella e va in loop. I colpi che ricevo si confondono con la batteria, col basso che mi scava nelle budella. Sono da qualche altra parte, e inizio a cantare a bassa voce. E’ un basso mugolio, sorrido con gli occhi chiusi dalla benda e canto, godendo delle endorfine, del dolore, dell’intensità che vivo.

Disorder

Disoooordeeerrrr

Fear play

Mi abbraccia, mi stringe, mi tiene.
Mi sento accolta, protetta, al sicuro.
Nello stringermi mi affonda le unghie nella carne, eppure questo nulla toglie alla mia sensazione di protezione, anzi: è come se la sua cura si ancorasse ancora più a fondo in me. Mi abbandono senza timore alcuno, gemendo.
Mi accompagna a terra, facendomi prima inginocchiare per poi farmi stendere.
Di colpo i suoi movimenti si fanno bruschi. Mi gira, mi apre; aiutato da lei mi tiene ferme braccia e gambe. I colpi si fanno secchi, crudeli.
Il cambiamento è repentino e drastico. Di colpo non sono più al sicuro.

Non so come succede.

Non so che mi succede.

Già un’ora dopo la sessione non ricordo più esattamente cosa è accaduto o come. Lo ho rimosso? Non so.
So che urlo. Non sono i miei soliti strilli di dolore misto a piacere. No: urlo di dolore e di paura.
Mi gira, mi spinge, mi tira; le sue mani si abbattono con crudeltà. Grido, gli occhi bendati, il corpo dolorante dalla lunga sessione di sculacciate e graffi precedente. Questo è completamente diverso. E’ diversa l’intenzione, e ad occhi chiusi la percepisco con estrema, terrificante chiarezza.
Per un attimo penso di gridare “ho paura!”, ma non lo faccio, anche se è la verità. Ho paura.
Ogni fibra di me ha paura.
Una parte di me capisce, in modo oscuro, che fa parte del gioco, sa che di certo è una cosa che lui sta facendo con coscienza, che ha provocato questa paura intenzionalmente. Ma ho paura davvero.
Mi lascia andare con un gesto brusco, come a gettarmi via, e io mi rannicchio in posizione fetale, le braccia a proteggere la testa. Ansimo e tremo, non solo per il freddo del pavimento. Sento un suono secco e strillo, convinta di essere stata colpita – e subito dopo mi rendo conto che non è così, è stato solo un rumore. Un altro tonfo, più vicino alla mia testa: di nuovo salto e strillo, terrorizzata.
Ho paura, ma sono paralizzata. Mi sale dalla gola un gemito lamentoso, continuo, il respiro corto. Non riuscirei a scappare nemmeno se mi venisse in mente di farlo. Ho solo paura e resto tremante a terra. Forse spero di diventare invisibile, che mi lasci stare, che vada via, via. Eppure non riesco a dire basta, né ad implorare pietà; forse è un effetto dell’abbandono di prima. Sono abbandonata anche nella paura.
Quattro mani scendono ad accarezzarmi. Sobbalzo al tocco, prima di rendermi conto che non mi stanno facendo male. Sono restia a rilassarmi: temo che sia solo un trucco per farmi calmare e poi infierire ancora, a tradimento. Ma non riesco ad impedirmi di fidarmi, di aprirmi. Cerco di respirare più a fondo, di calmarmi, di smettere di tremare. Le carezze continuano, mi tolgono la benda dagli occhi e capisco che è finita davvero.
Mi sollevano, mi avvolgono in una coperta e mi mettono a riposare.
Torno al mio abbandono ed alla grata beatitudine della discesa da sensazioni tanto forti, intense e totalizzanti.

Giorni dopo, realizzo che in quei momenti nemmeno per un attimo mi è passata per la testa la safeword.

Ancora giorni dopo, torno da loro. Mi guardano in tralice, mi chiedono: ma, quello che hai scritto… era una licenza poetica?
Resto perplessa: no, di cosa parlate?
Si guardano. Mi guardano.
Scopro così di non avere mai gridato né strillato: non un suono è uscito dalle mie labbra durante tutta la sessione. Solo qualche singulto, qualche respiro strozzato.
Sgrano tanto d’occhi, ma non ho motivo di non crederci. L’intensità della sensazione ha bruciato le mie percezioni.

Il cuore continua a battermi forte in petto.

Descrivere

Altre volte, durante il gioco assaporavo una sensazione e immediatamente la descrivevo. Nella mia mente si formavano da sole le parole per descrivere poi, in un post, quello che stavo provando. 

Stavolta, no. 

Ci ho anche provato, per un attimo; ma subito l’intensità del gioco mi ha trascinato via. Non ho potuto pensarlo, solo sentirlo. 

Ed ora non ho le parole per descriverlo. Ma solo una calda sensazione che mi culla, e il dolore residuo che mi accompagna palpitante. 

Piano/forte

Sono stanca, terribilmente stanca. Ho dormito poco e fatto una mattina intensa di lavoro.
Mi dicono: faremo aghi. Subito penso: chissà se reggo. Sono così stanca, e gli aghi non sono proprio “la mia cosa”. Quante volte li avrò fatti? Due? Tre? Non abbastanza da essere tranquilla sulle sensazioni che possono darmi: so che possono darmi fastidio, invece che piacere.
Tuttavia intanto sto zitta, lo tengo per me. Mi dico: vediamo come sto quando iniziamo.
Quando iniziamo lo dico: sono stanca; non so come reagirò. Facciamo una cosa tranquilla, per favore – chiedo. Una cosa più estetica che dolorosa. Facciamo piano, per favore.
Mi siedo, scegliamo un disegno e cominciamo. Un ago alla volta, uno a sinistra, uno a destra.
Non li conto. Dopo forse una decina di aghi la testa comincia a farmisi confusa. Capisco che non capisco cosa mi succede. Alzo una mano: non voglio fermarmi, ma preferirei stendermi, perché forse svengo: sono stanca, e non capisco cos’è questa sensazione. Solo che la testa mi si fa pesante, e mi pare di cadere.
Così mi stendo. Gli aghi entrano: a sinistra sono dolorosi, a destra quasi non li sento, chissà perché. Ma un ago alla volta scendo in una sensazione calda. Come immergermi un gradino alla volta in una vasca di acqua bollente. Sento che è doloroso, ma anche rilassante.
Non so cosa glie lo abbia suggerito; forse intuito da Dominante, o capacità di leggere le sensazioni del sub, o semplice sadismo: mi passa le dita lungo gli aghi inseriti; e poi preme. Preme sugli aghi, sulla carne trafitta; preme forte e mi suona.
Sono così terribilmente stanca. La stanchezza mi diluisce il cervello, e le endorfine entrano da ogni dove. Ho un singulto, poi un altro, poi gemo. Mi rendo conto che emetto gli stessi versi rochi di quando godo, ed in effetti il dolore è intenso e potente come una scarica di piacere. No, non provo piacere in senso sessuale – provo il piacere del dolore. Me ne abbevero e vorrei che non smettesse, che mi precipitasse sempre più a fondo in questo pozzo bagnato e caldo, in quest’acqua torbida che mi lambisce e mi sommerge. La stanchezza gioca con Lui, diventa sua alleata e gli apre le porte del mio essere. Non posso opporre nessuna resistenza. Mi lascio affogare.

Rimango confusa per ore, dopo, a bearmi di questo abbandono, di questa inaspettata sessione di dolore che credevo di non essere in grado di sopportare.
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Needles Play for Sadists – The Piano from SadicaMente on Vimeo.

Top/bottom

“…ffnd…”, mugugno.
Li sento spostarsi verso di me all’unisono per un “EH?” che mi suona detto in un sorriso.
“…Affonda”, ripeto a voce più alta, scandendo.
“Cosa?”, chiede lei.
“Le unghie”, sorrido io.
Poi è come immergersi in una vasca di acqua bollente dopo una giornata terribile. Brucia ed è meraviglioso e liberatorio e azzera finalmente tutti quegli stupidi pensieri che mi ronzano in testa. Mi lascio sommergere dai graffi, unghie appuntite che affondano e mi rigano la pelle; i miei strilli si strozzano in singulti e mi appendo ai lacci, in punta di piedi, avanti e indietro per sfuggire e per sentire.

Non riesco a non dare loro del lei.
Non riesco a guardarli negli occhi, che tengo bassi quando non sono bendata.

Mi lascio andare alle sensazioni, serena; so di poter dire sì, no, più piano, più forte, e lo faccio. Mi permettono di scegliere gli strumenti e poi giocano, scambiandioli: il limite diventa solo un pretesto per la creatività.
Mi era mancato tutto questo: il dolore, la sorpresa, il flusso di sensazioni; il colpo improvviso che mi sospinge nel subspace, il colpo crudele che mi riporta giù. La carne che riceve, che si apre, che si bagna; il senso di abbandono, di arrendersi. Resto nuda in ogni senso possibile e mi sento al sicuro coi miei torturatori; al di là della benda che mi chiude gli occhi, sono due e sono uno: si muovono insieme, uniti sopra di me, complementari e armonici ed io gioisco della loro gioia, specchio di carne da martoriare.
Ad un certo punto penso di non farcela oltre, che non ci sia più margine per fare altro. Invece mi stendono e scopro di poter sentire ancora di più: la cera calda mi investe come un torrente in piena e mi trascina via con sé, sciogliendo anche la mia coscienza.

Rimane di me una polpetta di carne segnata e felice, scondinzolante di gratitudine.

Io, loro… lui

Uno dei miei limiti è il giocare insieme ad altre sottomesse. Sono consapevole che, purtroppo, in una tale occasione mi partirebbe un incontrollabile embolo di competizione. Preferirei di gran lunga che non accadesse e ci sto lavorando, ma finché non è risolto è e resta un limite: perché rovinare il gioco a me, ai Padroni e pure ad una terza persona? Meglio evitare.
Per questo nei giorni scorsi mi ha colpita con grande stupore un pensiero vagante: e se fosse un lui?
Pensando di giocare con un altro sottomesso maschio non mi parte alcuna gelosia, né senso di competizione. Non so perché. Non ci avevo nemmeno mai pensato, ma nel momento stesso in cui quell’idea mi ha attraversato la mente ho iniziato a fantasticare (dannata immaginazione).

Attraverso la porta ed entro nel dungeon: il dubstep che fa da colonna sonora batte dalle casse, le luci sono soffuse, rosse, smorzate dal soffitto nero; i miei occhi ci mettono qualche attimo ad adattarsi, ma lo vedo subito. E’ in ginocchio al centro della stanza, ha addosso solo un paio di slip neri – esattamente come me. Tiene le mani dietro la schiena e la sua bocca si apre in un atto spontaneo di stupore quando mi vede, e lo stesso fa la mia. Mi blocco e ci osserviamo.
E’ moro, coi capelli corti, sbarbato e depilato; un corpo solido, né grasso né scolpito. E’ un bel ragazzo.
Lady Rheja, dietro di lui, sorride. Il Padrone mi passa dietro la schiena e va a sedersi sul trono: anche lui sorride, sornione. “Sorpresa”, dice, non so se a me o a lui – forse ad entrambi.
Il cuore mi batte nel petto, è strano che ci sia anche un altro sottomesso.
Ci portano alla struttura e ci mettono uno accanto all’altra. Lui è, naturalmente, più alto di me. Ci osserviamo di sguincio, non riusciamo a dirci nulla: siamo pur sempre in presenza dei Padroni e non ci è permesso chiacchierare, siamo in gioco.
Il Padrone lega me e Lady Rheja lui: ci legano alla stessa maniera, le corde che ci passano intorno al torace, i polsi uniti dietro la schiena e poi sollevati in alto, assicurati alla struttura: lo strappado ci forza a chinarci in avanti, esponendoci. Barcolliamo per gli strattoni alle corde, per la posizione, ed ogni volta che per caso ci tocchiamo o ci sfioriamo sobbalziamo, come avessimo fatto qualcosa di sconcio. Lo guardo e vedo che anche lui arrossisce come me. Sorrido, e lui mi sorride in risposta.
Uno schiaffone fortissimo mi cala improvviso sul culo e mi strappa un grido; grida anche lui, colpito all’unisono. Il Padrone e Lady Rheja ci passano davanti portandosi alla nostra vista. Ridacchiano: “Allora, avete già iniziato a fare comunella?”, dicono; “Fate poco i furbi, occhi bassi e non toccatevi; ora ci divertiamo”, e tornano alle nostre spalle. Io e lui tremoliamo e ci mordiamo le labbra; abbassiamo gli occhi a terra senza più osare guardarci.
Il gioco inizia sommesso per farsi via via più intenso; i Padroni ci girano attorno, ci colpiscono, ci toccano, ci strizzano, ci spingono una contro l’altro e ridono del nostro imbarazzo, dello sforzo spasmodico ed inane di non guardarci né toccarci, appesi come siamo e tempestati dai flogger, dalle mani, dai frustini, da strumenti che non capiamo cosa siano ma fanno male, male, e ci gettano le menti in un deliquio liquido e sbavante.
Infine i Padroni ci sciolgono e ci spostano, ci mettono in ginocchio sul tappeto con le mani dietro la schiena; ci abbassano gli slip e si prendono gioco della nostra rispettiva eccitazione. Non riesco ad impedirmi di girare gli occhi a guardarlo ed è lì, evidente, dritto, duro, lucido e umido. Alzo gli occhi e incrocio il suo sguardo che risale dal lungo filo traslucido che collega il mio sesso alle mutande.
“Cosa stai guardando, eh?”, esclama il Padrone.
“La stai guardando in mezzo alle gambe, vero?”, rincara Lady Rheja.
Sia io che lui saltiamo, colti in flagrante, e giriamo subito la testa dall’altra parte. I Padroni ridono. La vergogna mi fa avvampare, ma sono bloccata dove sono, in ginocchio in mezzo alla stanza, nuda, bagnata, la pelle che sfoga il calore dei colpi subiti. Ho il respiro pesante.
“Bè – dice Lady Rheja – sembra che tutti e due abbiano una voglia disperata di venire!”
“Dici? Non si capiva”, commenta con pesante sarcasmo il Padrone.
“Dai – intercede lei – sono stati bravi. Glie lo lasciamo fare?”
Mi tendo come una corda. Oso guardare di sottecchi in direzione del trono, dove sono seduti, lei sulle ginocchia di lui, nella speranza che sia vero, che lui acconsenta; di colpo divento pienamente consapevole di quanto il sesso mi bruci e scotti, di quanto sia gonfio di voglia. Oh, per favore, per favore, penso.
“Mmm – fa lui, lasciando che il silenzio addensi il nostro desiderio – in effetti sono stati bravini, hai ragione”.
La tensione si fa palpabile. Sento anche quella di lui, accanto a me; un altro fugace sguardo – è più forte di me – e lo vedo che salta e si contrae, già sull’orlo dell’orgasmo. Vederlo mi carica ulteriore voglia.
“Allora li lasciamo venire?”, chiede lei con intenzione. In quel momento lo vedo arrivare, e capisco che c’è sotto qualcosa, che lo hanno già concordato, che quello scambio di battute non è affatto spontaneo, ma costruito per farci salire un’aspettativa da distruggere con calcolato sadismo.
“Bè – chiosa il Padrone con un ghigno – ne lasciamo venire uno dei due“.
Ci cala addosso un macigno. Il mio sguardo e quello del ragazzo si calamitano l’uno all’altra e poi si inchiodano a terra. Gli sguardi dei Padroni sono taglienti come lame, riesco a percepire quasi fisicamente il piacere che stanno traendo dall’osservare la nostra lotta interiore, il desiderio che ci dilania, la tensione che ci rende naufraghi nella stessa barca.
I Padroni si alzano e vengono ad incombere sopra di noi.
“Come decidiamo?” chiede lei.
“Tiriamo a sorte – risponde lui – Lui è tuo, e lei è mia. Cosa scegli: testa o croce?”
“Testa!”
Sento il tintinnio della moneta che salta dalla mano del Padrone, ed un attimo dopo la vedo atterrare ai loro piedi, davanti a noi. Io ed il ragazzo tiriamo il collo per guardare.
“Cosa è uscito, kat?”, chiede il Padrone.
Apro la bocca per rispondere, ma la scopro impastata. Mugugno qualcosa, deglutisco e rispondo: “Testa”.
“Non ho sentito”, fa lui.
Inspiro, chiudo gli occhi, deglutisco ancora e dichiaro ad alta voce: “Testa, Padrone”.
Il cuore mi batte all’impazzata, non so se di rabbia, delusione, voglia, tristezza, invidia, umiliazione o cosa. Sento il ragazzo sorridere di gioia, impaziente di poter accedere a questo inaspettato privilegio. Maledetto, penso, ma non ce l’ho davvero con lui.
“Fico, ho vinto!”, esclama Lady Rheja battendo le mani.
“Brava – sorride il Padrone – allora decidi come fare”.
Lei ci guarda. “kat, stenditi”, ordina. Io eseguo, stendendomi a terra a pancia in su. Da questa posizione vedo Lady Rheja girare intorno al ragazzo, bendarlo e girarlo verso di me. “Ora masturbati – gli ordina – kat, guardalo”.
Apro la bocca come per protestare, ma la richiudo senza emettere un suono. Alzo gli occhi a guardarlo prendersi in mano il pene e toccarsi; è paonazzo di vergogna in volto, ma è duro e lo capisco: la voglia supera l’imbarazzo, e l’imbarazzo aumenta la voglia. Io stessa sento le guance rosse e calde, stringo le cosce senza accorgermene mentre lo osservo tremare e contrarsi.
Il Padrone spegne la musica da sessione e l’unico suono che riempie la stanza è lo sciaguattare umido e ritmico del ragazzo, che rallenta nell’udirsi così chiaramente nel silenzio, ma riprende con maggior foga sotto sollecitazione di Lady Rheja.
Lei lo ha rivolto proprio a mio favore, quindi lo vedo perfettamente bene, e sento il getto caldo sul seno e la pancia. Mi si contraggono i muscoli e quasi sento il mio sesso urlare per la voglia insoddisfatta e feroce che ha. Lui ansima. I Padroni applaudono.

Mi risveglio da questa fantasia con gli occhi sgranati, il respiro grosso, un mezzo sorriso che mi tira le labbra e un forte calore nel basso ventre. Mi rigiro la sensazione tra le labbra e penso che stasera chiederò un permesso per masturbarmi.