Le mollette e lo spreader

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Mi vieni a prendere per i capelli e mi porti a stendermi per continuare in un modo diverso. Ti sono grata e torno a chiudere gli occhi per abbandonarmi al dolore.

Non so cosa accadrà, cosa mi farai ora, ed è parte di ciò che mi piace. Mi fido.

Stesa sulla schiena, armeggi e mi agganci le cavigliere allo spreader, mi fai piegare le gambe e con una corda leghi la barra all’anello del collare. In una parola: sono esposta. Ho ancora i polsi attaccati al collare da postura, quindi non ho alcun modo di difendermi, di proteggermi, di richiudermi su me stessa – qualora mai volessi farlo; ma non voglio.

Inizia lo schiaffeggiare rigido del gatto a nove code: le corte e dure lacinie di cuoio mi spazzano la carne in tutti i punti più delicati. Gemo e strillo, ansimo, aspetto i colpi e sobbalzo.

Quando mi agganci le mollette proprio lì, una, due, tre, quattro e forse cinque, ho un singulto e quasi un orgasmo.

Ti sento accanto a me, sopra di me; infine socchiudo un poco gli occhi per guardarti mentre mi guardi soffrire e contorcermi, mentre mi colpisci ancora, concentrato. Incroci il mio sguardo acquoso: mi metti una mano sulla faccia e io la lecco.

Una alla volta togli le mollette e il dolore è quasi più intenso di quando le hai messe: sento la carne distendersi, riprendere forma e sangue e il rilascio è una meravigliosa sofferenza. Poi, mi sleghi, mi sciogli, mi togli il collare da postura e mi liberi, stesa, abbandonata alle sensazioni della carne che sono anche dell’anima.

Ti stendi accanto a me. Appoggiata al tuo calore, mi addormento.

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