La schiava si usa

Ho sempre evitato di scopare con il Padrone; però l’ho sempre desiderato, sotto sotto, oscuramente.

Quello che per me era fondamentale era (è) sentire il Padrone.
Non volevo rischiare di trovare invece uno che voleva scoparmi. Così il sesso (l’uso sessuale) è stato un limite, in passato, per scremare i morti di figa… anche se, certo, il BDSM comunque rientra nella sfera della sessualità. Ma volevo prima di tutto il dolore, la sottomissione, il D/s, sentire la verticalità. Un’intimità troppo forte temevo avrebbe infranto quel distacco verticale che mi serve a sentire il Padrone.

Eppure, sentendo tanto il Padrone… ad un certo punto lo desidero. Fisicamente. Anche quando so che è vietato, che l’ho escluso io stessa, che non posso avanzare richieste né tantomeno pretese – proprio per questo mi sento attratta, legata.

Ma è Appartenenza, per me. Non voglio le coccole. Non voglio il moroso.
Un marito ce l’ho, lo amo, ci faccio l’amore ed è meraviglioso. E così come non riesco a prendere “le botte” da mio marito, non desidero ricevere “le coccole” dal mio Padrone.

Ed ora che l’ho sentito, l’ho provato, posso dire che confermo.
L’uso sessuale è USO. E’ piacere del Padrone. Lo apprezzo tanto più quanto più lo percepisco come uso; come abuso, anche. Quando inizia a piacermi come sesso… è strano. Non è brutto, ma è strano. Qualcosa si confonde in me. Ma la schiava si usa, in ogni caso: è a disposizione del Padrone. Anche per questo. L’intimità diventa un’altra parte di me che il Padrone si prende.

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Punto di rottura

cane vs culo

Quando l’intensità supera una certa soglia, il dolore diventa piacere profondo, viscerale, assoluto.

Il susseguirsi dei colpi è incessante, violento, crescente. Vedo il Padrone nel riflesso del vetro della libreria: seduto, poi in piedi, il braccio che si muove, il cane che sforbicia ferocemente l’aria e si abbatte sul mio culo, sempre più forte.

Agito le braccia cercando un appiglio che non c’è, urlo affondando la faccia nel cuscino. Il dolore cresce, cresce, il culo brucia, la mia voce si spezza in gola, diventa rauca, il dolore mi affonda nelle viscere e diventa piacere, terribile, assoluto piacere. Giro gli occhi all’indietro e gorgoglio. E’ un orgasmo della carne, del corpo, di tutto il mio essere che si dona al Padrone, che si fa poltiglia per Lui.

Forced orgasm

L’orgasmo forzato è una terribile, meravigliosa tortura.

Sembra stupendo, no? Come può essere una tortura una cosa favolosa come un orgasmo? Eppure.

Dopo avere goduto il corpo trema, desidera un po’ di tranquillità per assaporare il piacere provato; il clitoride ancora duro, sensibile, le labbra gonfie, l’interno che si contrae, il liquido denso che cola: dopo il primo orgasmo la figa si aspetta riposo. Dopo averne provati altri, inizia a chiedere tregua. Ad un certo punto, implora pietà.

Urlo che è troppo, vorrei che smettesse, che mi lasciasse stare: ho goduto, davvero, tanto, sono a posto. No, non è vero che sono a posto: la verità è che non ne posso più.

La vibrazione continua mi devasta. Sento tremare persino le ossa del bacino. Il clitoride, pure esausto, non riesce a smettere di godere, non diventa insensibile, anzi, diventa sempre più sensibile e mi fa impazzire. Mi sento pulsare e contrarre a vuoto, e ogni contrazione aumenta l’intensità dell’orgasmo, finché non faccio che urlare e sbavare, gli occhi girati all’indietro, la lingua di fuori. Mi aggrappo al bordo del letto, cerco persino di scappare, di sottrarmi a quell’aggeggio infernale che vibra, vibra e mi scuote fino nelle viscere. E intanto godo, senza scampo.

Sono solo corpo, solo fluidi che colano: il cervello è obliterato dal sentire continuo, intenso, inesorabile e devastante.

Marito

C’è afa. È luglio, dopotutto; torno a casa e mi tolgo subito di dosso questi vestiti appiccicosi, sudati, mi metto i tuoi pantaloncini corti, quelli del pigiama, che mi stanno enormi, e una canottiera con gli ananas. Mi spalmo sul divano, navigo su facebook e boccheggio alla calura estiva.

Torni a casa e sei caldo, sudato; ti togli subito di dosso quei vestiti appiccicosi, pesanti, da ufficio: via i jeans e la polo e torni in soggiorno anche tu in canottiera e pantaloni corti.

Allungo le mani verso di te e tu ti chini su di me. Sei caldo, sono calda, c’è afa. Ma ti tocco e mi piace toccarti. Seguo la linea del tuo tricipite, che mi piace così tanto: la pelle liscia, i peli iniziano sugli avambracci. Ti accarezzo, ti tiro a me. Affondo la faccia nella tua pancia, sei morbido e sodo, solido; ti mordo, piano, tu ridi, ti sposti.

La cunetta morbida dei tuoi capezzoli è dolce e mi attira, così perfettamente rotonda; allungo le labbra, succhio, sposto la canottiera con il naso, mi insinuo come una bestiolina, ti bacio e ti lecco. Ti sento sorridere, sornione, le tue mani mi scivolano sul seno, dentro la canotta.

Non sono sexy, non sei sexy, non ci siamo messi sexy. Eppure lo siamo, l’uno agli occhi dell’altra e viceversa, anche in canottiera e ciabatte ed è questo che mi piace: nella profondità del quotidiano ti guardo e mi batte il cuore, ti tocco e ti desidero.

“Andiamo di sopra”, mi dici, e io ti anticipo su per le scale perché desidero sentire le tue mani che si allungano a toccarmi il culo, le cosce, che si infilano in mezzo. Me lo aspetto sempre e sempre succede ed io – forse non lo vedi, o non lo sai, o non te ne accorgi – io sorrido sempre e questa cosa mi riempie di felicità. Mi fa sentire desiderata, amata, importante. Mi offro a te e spero di trasmetterti quanto anche io ti desidero, ti amo, quanto sei importante per me.

La camera ci accoglie con la sua penombra, due corpi accaldati e caldi, pieni di desiderio da riversare nell’altro.

Scavalcare

All’inizio è sempre troppo doloroso.
Mi colpisce senza riguardo, con forza, colpi secchi sul culo, mentre sono in ginocchio, o stesa a terra ai Suoi piedi. Mi trascina e mi sposta, mi mette comoda per Lui e colpisce. Io strillo, mi agito, stringo i denti e cerco di resistere.
All’inizio non mi piace, mi fa male, vorrei sottrarmi, scappare. Penso di dire la safeword, a volte.

Forse è perché facciamo sessione da me. In passato, ero io ad andare dal Padrone, lontano. Avevo il tempo del viaggio per entrare in uno stato mentale adatto.
Qui, da me, l’ambiente è familiare, quotidiano, anche se allestito diversamente; anche se mi preparo, mi manca quel distacco anche fisico dalla “normalità”.
Inoltre, appena arriva siamo già in sessione. Non ci sono convenevoli, io sono nuda e lui entra.
In passato c’era sempre un periodo più o meno breve di accoglienza, non ero istantaneamente proiettata a terra, al mio posto. Adesso, sì.

Per questo penso che questo sia un rapporto D/s maturo.
Non ci sono convenevoli, ammorbidimenti, approcci: sappiamo chi siamo l’uno per l’altra e lo siamo. Lo viviamo. Subito.

Il dolore è pungente, feroce, la Sua mano non esita un istante. La mia carne è fredda, impreparata (ma non vedo come potrebbe invece essere preparata). Mi tiene ferma e mi batte; mi frusta le piante dei piedi per farmeli tenere nella posizione che mi ha insegnato. Urlo.
Perché è così cattivo?, penso. Fa male. Fa male!

E poi scavalco.

Non so quale muro mentale io abbia dentro. Ma dopo poco lo scavalco.
Smetto di pensare, di lamentarmi (si fa per dire). Apro la bocca, offro il culo, tengo le mani dietro la schiena, i piedi distesi. Lui entra. Entra in me attraverso il dolore, attraverso la carne. Si fa spazio e mi obbliga a lasciarmi usare. Lacrimo, sbavo, strillo ma il dolore ora mi penetra in profondità e mi attraversa come un fiume in piena, mi travolge e mi porta via.
Giro gli occhi all’indietro e i miei strilli diventano grugniti di gola. Ansimo. Godo.

Godo del dolore, della pelle che si segna, della carne che si tende. Godo della sottomissione, dell’uso che Lui fa di me, dell’essere Sua.
Mi sta addosso, mi chiama in ogni modo ed ogni appellativo mi risuona dentro e mi scuote. Mi colpisce, mi tira, mi sposta, mi sbatte, mi gira: sono il Suo pupazzo. Sento la vergogna, l’umiliazione, il dolore; sento tutto e tutto mi vibra dentro. Sento Lui.

Quando ha finito mi chiama per nome e io sono un ammasso di carne martoriata e fradicia.
Sono la Sua schiava.

Sotto la pelle, dentro la carne

Sto volando. Le code di cuoio impattano con forza sulla mia carne e io batto le mani a ritmo, senza pensarci. Pausa; dondolo sul posto. Il Padrone viene da me, mi fa spostare dalla piccola cavallina, mi mette a sedere e mi dice se me la sento di fare aghi. Io plano dolcemente dal subspace, sorrido, annuisco. Sento la Sua presenza, mi accompagna giù dal mio volo e poi al tavolo coperto di cellophane, dove mi stendo fiduciosa a pancia in giù. Sorrido alla ragazza che si occuperà degli aghi.

Cosa sento di più: l’ago che fora la pelle o la mano del Padrone che stringe la mia?

Mugolo, gemo; non sono troppo dolorosi, ma li sento. Non li conto, lascio che entrino, che mi tengano aperta e sollevata la pelle. Il dolore persiste, sordo, si accumula e cresce ad ogni puntura. Gli ultimi due, in una posizione diversa, mi fanno strillare. La ragazza mi passa un dito sulla fila di aghi, lo sento, mi piace. Stringo la mano del mio Padrone, tengo gli occhi chiusi e lo sento lì, accanto a me, che osserva e partecipa.

Mi mette una mano su un braccio e mi passa addosso la rotellina. Boccheggio, gemo; le sensazioni iniziano a farsi confuse, sovrapposte. Il dolore è caldo, mi scorre dentro dagli aghi, mi colma fino al sesso. La rotella mi passa sulla carne trapassata dagli aghi: dolore che rinnova dolore che stimola dolore, un flusso che cancella ogni pensiero; sollevo il culo, il sesso mi si apre, scivola, sento il dolore che lo investe come un getto bollente e senz’altra stimolazione vengo.

Sono scossa da brividi, emetto versi gutturali e mi lascio godere. Una sensazione totale, completa, non focalizzata in un punto ma assoluta, un orgasmo che mi scuote completamente, arrivato da dentro, attraverso le terminazioni nervose in cortocircuito per il dolore, il volo, la presenza, tutto. Tutto.

Il mio Padrone mi sfila gli aghi, uno ad uno.
Sorrido e spero di sanguinare, di sanguinare tanto, che il mio sangue esca per Lui.

(S)piacevolezza

Quanto adoro l’espressione in questa foto.
Essere aperta dal Padrone – aprirsi al Padrone – non è solo un’esperienza piacevole. E’ dolorosa, faticosa, cattiva. Ed è questo che mi piace.

Sono stufa di tutte quelle immagini edulcorate, patinate, dolci, che mostrano il lato più tenero dell’Appartenenza. L’abbandono tra le Sue braccia, culi esposti ma senza un segno, volti distesi con le labbra dischiuse. Bellissimo, per carità: ma c’è ben altro.
Datemi l’espressione della sofferenza che precede l’abbraccio, la smorfia di dolore, le labbra arricciate, gli occhi strizzati e il senso di invasione che si prova a sentire il Padrone che entra nel proprio sé più profondo. Carne che si segna, che si apre, che urla, muscoli contratti e bava – espressione fisica di ciò che si vive, ma non è solo nel corpo che si sente.

Attraverso la carne è l’anima che si lacera e si apre. E ogni segno si richiude sopra l’abisso e diventa legame.