Graffi

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Mentre mi riga la schiena con le unghie, penso: non voglio far finta di dire di no, né arzigogolare richieste ossequiose; voglio dire davvero che ne voglio di più. Voglio ammetterlo, anche a me stessa. Più graffi, più profondi. Contatto con un corpo caldo, non con un freddo strumento; sentire che il calibrare della forza con cui mi viene inflitto dolore è totalmente alla volontà del Padrone. Non c’è errore, mira sbagliata, errata valutazione di traiettoria o carico. Non c’è puntura, impatto, sorpresa. C’è il brivido del solco, il lento avanzare del dolore nella mia carne, il crescendo.
Sono nelle Sue mani.

Dico: di più. Per favore. Di più.
Affonda.
Divento un fascio di carne e sensazione; esisto solo per essere graffiata, segnata, scavata, dilaniata.

Per fortuna ha Lui il controllo; perché in questo istante, se fosse solo per me, mi lascerei distruggere. Mi farei fare a brani: mi consegno a occhi chiusi al mio carnefice e spero solo che mi faccia sanguinare – tutto il resto scompare. Ma, per fortuna, il controllo lo ha Lui.

Mi lascia con la carne rossa e gonfia e la testa leggera, gli occhi socchiusi ed un mezzo sorriso incagliato sulle labbra.

Tris

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In spiaggia coi Padroni; felice di starmene sulla stuoia accanto alla Sua sdraio, giocattolo coi sassi. Ne raccolgo uno sottile, appuntito: mi solletica un pensiero e lo mostro al Padrone. Lui lo saggia con un dito, poi si allunga e me lo passa sulla pancia di taglio. Mi inarco per andargli incontro. Il sasso graffia: piacevole.
Tutto allegro il Padrone esclama: “Giochiamo a tris! Girati”
In quel momento penso: ecco, potevo anche non farmi solleticare da quel pensiero. Comunque.
Lady Rheja Lo raggiunge sulla sua sdraio battendo le mani mentre mi giro ed offro la schiena. Il Padrone mi affonda il sasso nella carne del culo, passandolo da sotto in su e da destra a sinistra, lasciando (immagino) degli evidenti segni rossi: due righe verticali e due orizzontali sulla chiappa destra. Sobbalzo e mi intima di stare ferma o non scrive bene. Cerco allora di restare immobile; soffoco gridolini in gola mentre mi incide col dannato sasso per disegnare la sua X nella casella. La mia Lady allora prende il sasso, incide e ricalca per fare il suo cerchietto. Ridacchiano.
Posso sentire gli sguardi dei vicini di ombrellone: occhi sollevati dal libro rimasto aperto in mano, pupille sgranate dietro gli occhiali da sole, sorrisetti stupefatti. Mi si arrossano le guance mentre il Padrone mi arrossa il culo. Mi accorgo che la mia reazione è quasi istantanea: sono già bagnata. Affondo la faccia nelle braccia incrociate per la vergogna.
Vince Lui, e Lady Rheja mi dà uno schiaffone sul sedere per lo smacco. Io salto.
A sera torno a casa in treno: il bruciore mi accompagna per tutto il viaggio e, prima di andare a letto, mi guardo nello specchio i segni rossi rimasti. Sorrido.
Non c’è niente come il relax in spiaggia per rigenerarti.

Ghiaccio e cera

La cera calda scivola ad avvolgermi come un abbraccio.
Il piacere lambisce le propaggini del dolore.
Freddo, caldo; ghiaccio, cera.
Le sensazioni contrastanti mi riportano indietro col ricordo: ho già provato questo gioco di opposti, anni fa, in altri contesti, con altre persone, con molta meno esperienza. Sarà forse perché la mia soglia del dolore si è alzata, o perché questa candela ha un punto di fusione basso, ma il contrasto mi pare più lieve, ora; il gioco meno intenso.
Ma è gioco, è sensazione di dolorepiacere, è sentirmi oggetto di attenzioni, è bello. Mi attanaglia una struggente sensazione di malinconia, di nostalgia. Come sempre quando passa del tempo, parecchio tempo tra una sessione e l’altra, riparto dal timore: non tanto del dolore, ma del non riuscire a goderne. E dalla voglia, imperiosa, furente, di volerne molto di più.
Riapro gli occhi e sorrido al sorriso della mia Lady, al brillare dei suoi occhi mentre mi passa le unghie sulla pancia e mi cola cera sui capezzoli.

Intensità – 26

A volte mi viene da pensare che sarebbe comodo sentire un po’ meno.
Un po’ meno emozioni, un po’ meno sentimenti, un po’ meno coinvolgimento emotivo. Vivere una vita meno intensa, più tiepida. Niente grandi sbalzi, niente caldo soffocante o freddo gelido, niente brividi e batticuori, niente patemi, ansie, paure.
Una vita tranquilla. Piatta. Senza andarsi a cercare sensazioni forti. Una vita ad accontentarsi.
Non fa per me.
Ogni tanto mi serve una pausa, certo: un attimo di quiete, di sospensione e riposo per tirare il fiato e recuperare energie.
Ma poi quelle energie le voglio spendere tutte. Tutte.

Intensità – 25

Mi piace mettere in ordine; alzarmi, prendere abiti ed oggetti sparsi per casa, piegarli, chiuderli e rimetterli al loro posto. Mi dà un senso di serenità, mi calma. Rimetto ordine il soggiorno come fosse la mia vita.
A volte non ci vorrebbe poi tanto, a mantenere ordinato: invece di posare questa cosa lì, per terra, di buttarla malamente sul divano, invece di appoggiarla sul tavolo potrei fare tre metri in più, aprire un cassetto e riporla al suo posto.
A volte quei tre metri in più sembrano impossibili da superare. Ma come, è tutto il giorno che fatico e vuoi che vada fin là?!
Così le cose fuori posto si accumulano, fino a che tutto non mi pare un caos terribile ed ingestibile.
Allora mi alzo e prendo il primo di questi oggetti; lo pacifico e pacifico me stessa nel riportarlo dove deve stare. Poco alla volta la casa si calma, e anch’io. 
Un’altra piccola, piacevole fatica.

Intensità – 19

Non voglio che il tempo per me stessa sia tempo perso.
Mi spiego.
Quando sono molto stanca mi spengo; comincio a guardare webcomic online, a scorrere facebook, a leggiucchiare riviste e fumetti già letti e riletti. Scendo in uno stato di apatia, da spettatore passivo. Quando mi riprendo mi resta addosso l’orribile, untuosa sensazione di avere perso tempo. Non mi sento riposata né soddisfatta, anzi, divento nervosa e mi sale l’ansia di aver sprecato tempo prezioso in cui avrei potuto fare qualcosa di bello, utile, significativo.
Vivendo una vita intensa, quello che ora desidero è sperimentare un riposo attivo. Immergermi in attività che mi stimolino, che mi diano soddisfazione, gusto, piacere, soprattutto mentale. Di modo che una volta fatte io abbia la percezione di pienezza data dal sapere di avere ottenuto qualcosa da quel tempo, qualcosa di significativo. Anche di piccolo, certo, ma nel suo piccolo importante: riposo, conoscenza, divertimento.
Allora davvero potrò sentirmi riposata del riposo del giusto.

Ali per volare

“Braccia in fuori”, mi dice.
“Braccia in fuori”, ripeto a mezza voce, mentre il mio cervello, rallentato dall’intensità dalle sensazioni, elabora il senso di quelle semplici parole. Allargo lenta le braccia.
Mi pizzica la carne sui lati del corpo, sotto le braccia: mi attacca mollette.
Resa cieca dalla benda, mi trasfiguro. Non sono più io: il Padrone mi trasforma in un meraviglioso uccello, le braccia come ali, le mollette piume che mi adornano.
Posso volare, lo sento.
Volo.
Il Padrone mi allarga di più le braccia, mi apre e spicco il volo. Le mollette appese ai seni, alla carne morbida del pube, alle braccia, ai fianchi non sono che piume meravigliose, che immagino colorate, superbe.
Il Padrone tira le mollette ed il dolore mi porta in alto, in alto: un volo vertiginoso che non cessa quando queste piume mollette mi vengono strappate di dosso, anzi mi avvita in un’ascensione folle.
Grida come stridii d’aquila mi salgono dalla gola mentre mi inarco in direzione opposta per facilitare lo strappo; vorrei che questo volo non finisse mai, anche se so che non potrei reggere per sempre una simile accelerazione.
Plano infine nella copertina di pile, la pelle accesa, la mente obnubilata.

Cedere

Quanto tempo sarà passato? Mezz’ora? Un’ora?
Bendata, legata e frustata perdo il senso del tempo; nella costrizione fisica sono libera dalle pastoie temporali.
So solo che le mollette che ho appese ai capezzoli sono lì da un tempo indicibile. Mi dolgono da impazzire, a stilettate che mi attraversano il costato; un dolore sordo, intenso, che mi arriva ad ondate. Mugolo e mi lamento sommessamente, increspando le labbra.
I colpi di bull che mi strappano grida, che si impongono su ogni altra sensazione con la loro ferocia, sono quasi un sollievo da quel tormento.
Pavento il momento – che infine arriva – in cui le Sue mani mi si appoggiano ai seni ed armeggiano per togliere le pinze. Il sangue ritrova spazio e si fa strada con cattiveria nella mia carne martoriata; ho un singulto, inghiotto aria ed annaspo. Tuttavia, passato il trauma, è un sollievo non sentire più quelle morse. Respiro a fondo per ritrovare equilibrio.
In quel momento, sento il calore umido delle bocche del mio Padrone e della mia Lady avventarsi sui miei capezzoli. Mi addentano con ferocia e non posso che urlare, lacerata, mentre schiaffi secchi mi massacrano tra le gambe. Tiro le corde che mi bloccano aperta, appesa: non mi reggo più.
Lascio che le mie gambe cedano, che la mia mente ceda; mi lascio cadere, restando appesa alla struttura, un pezzo di carne urlante senza più coscienza. Pura, profonda, soverchiante sensazione.

Ciò che si conquista con fatica

Mi sono resa conto che patisco molto la castità forzata; nel mio caso specifico, il divieto assoluto di toccarmi. Non posso chiedere, né implorare di poterlo fare. Posso solo aspettare e sperare (di solito invano) che il mio Padrone mi conceda di farlo di Sua spontanea volontà.
Di solito non succede; passo settimane senza potermi masturbare, io che lo facevo tutte le sere, tutte. Vado su per i muri dalla voglia, mi tocchiccio, divento irritabile e scontrosa, mangio, saltello e mi cambio le mutande spesso.
Ieri, un Suo breve messaggio mi illumina.
“Masturbati, te lo meriti”
Quasi piango di felicità, e mi accorgo che non è tanto per l’agognato permesso. Ciò che mi riempie di gioia è sapere che Lui è felice di me; che l’ho meritato.
So di non aver agito per ottenere qualcosa, di non aver tenuto un certo comportamento per ricavarne un guadagno: l’ho fatto e basta. Sono certa che anche il mio Padrone lo sa, e mi ha voluta premiare. Questo per me ha un valore immenso.
Rannicchiata sulla sedia, una mano tra le gambe, godo, colma di orgoglio e gratitudine per il riconoscimento che mi ha dato.

Play Party

All’inizio l’atmosfera è sempre sospesa.
Le persone si aggirano guardinghe lungo i muri, tirano sguardi timidi agli altri presenti; le mani nelle tasche o dietro la schiena, il passo dondolante, tutti sembrano in attesa di qualcosa.
Ci si aspetta forse l’arrivo di un qualche gran sacerdote, una figura autorevole, potente e immediatamente riconoscibile, che dia inizio ai giochi; che compia un rito, forse, che declami delle parole chiarificatrici: sì, la festa è iniziata, potete giocare.
Mi guardo anch’io intorno ma non appaiono né papi né alti prelati del BDSM; i dress sono sfavillanti, lucidi, ma nessuno è investito di una carica altisonante.
Ognuno è sacerdote di sé stesso e della festa.
Infine, in un angolino, qualcuno comincia ad attaccare mollette ad un seno, dall’altro lato della sala si ode lo schiocco deciso di un frustino; in silenzio, in sala clinical gli aghi vengono infilati nella carne ed il solo suono che si sente è quello, assordante, dell’emozione.
Pochi istanti dopo, il salone che appariva vuoto è pieno: tutti giocano, guardano, si eccitano; ognuno agisce la propria arte, il proprio desiderio. Sangue e cera colano su corpi vibranti; vi sono sguardi persi nel vuoto, respiri affannosi o profondi, chiacchiere, risate, mani, piedi, tacchi, cuoio e lattice.
Ancora pochi istanti dopo è l’alba, la notte è fuggita veloce, spazzata dal movimento delle fruste.
Mi siedo a terra, guardo il cielo che si rischiara e respiro l’aria fredda dell’aurora. Una festa meravigliosa.