Tutto sotto controllo

Le mie regole, non quelle comuni.

Il mio controllo, non uno esterno.

Abbiamo entrambi questo fetish del controllo.
Ogni giorno, in ogni momento, rincorriamo questo controllo. Della vita, del lavoro, della gestione delle cose; so bene l’ansia che ho se non ho tutto ben organizzato, preciso, pianificato: tutto sotto controllo.

Mi prendi in giro su questo. Ma anche tu lo fai.

Ti piace avere il controllo; e a me, poi, piace che il controllo di me lo prenda tu.
Quando è il momento, lascio andare questo controllo: lo poso nelle tue mani e lascio che le tue mani mi leghino, mi blocchino i movimenti, mi costringano in posizioni dolorose e scomode. In quel momento, dipendo da te. Faccio sempre fatica a lasciare andare; ma quando infine lo faccio, sospinta dal dolore, avvolta dalle corde, stretta dalle catene, isolata nel cappuccio, immobilizzata e vulnerabile, in quel momento respiro veramente libera.

L’interruzione del quotidiano

Come tutti, anche io ho una vita quotidiana che veleggia più o meno pacificamente nel corso dei giorni: lavoro, spostamenti in auto, cucinare, pulire casa, leggere, guardare video, cose del genere. Più o meno noiosa, più o meno interessante.

Come la maggior parte delle persone ho sempre con me il cellulare; quando sento suonare la suoneria personalizzata che ho impostato per il mio Padrone, mi attivo e corro a vedere. 

Ed ecco che, in alcuni momenti, irrompe nella mia quotidianità una sensazione altra

La routine si spezza ed entra un pensiero BDSM. Mi agito, mi emoziono: vengo mentalmente proiettata ai suoi piedi. 

Basta una frase, un accenno, anche una battuta: di colpo sono distratta dal banale presente e gettata in uno stato mentale ricettivo, sottomesso. La sensazione è breve, fuggevole: la realtà presente pretende poi la mia attenzione. Ma mi lascia un rimescolio dei visceri, un languore diffuso e un lieve sorriso che mi accompagna.

Aftercare

Mi dici: si chiama aftercare.
Rispondo: non l’ho mai fatto.

Farmi coccolare, abbracciare, mi mette a disagio. Quello che cerco è umiliazione, distacco. Come puoi farmi subire certe cose, pisciarmi e sputarmi, e poi stringermi tra le braccia?!
Qualcosa nella mia testa non torna. Non si possono fare entrambe le cose. …Si possono?

Il mio aftercare era venire stesa da qualche parte, con una coperta calda a coprirmi, e lasciata a tornare in me. Senza coccole, senza carezze; solo con la presenza del Padrone un po’ più in là. Oppure, preparare un caffè, e riordinare.

Mi andava bene: era un prolungamento della sessione.

Distacco, distanziamento, verticalità.
Il Padrone non si confonde con la schiava, non le sta vicino: c’è sempre quella dovuta distanza.

Quella distanza ha reso intensissime le pratiche che ho vissuto. Ma ha impedito altre cose. Contatto. Comunicazione. Empatia. Il limite imposto era il bello e anche il brutto. Ora lo vedo.

Deprivazione.
Depravazione.

Mentre una parte di me ha ancora nostalgia di quella distanza, di quell’intensità, un’altra parte mi mette una mano sulla testa e mi dice: non è necessario; riposa, ora. E mi abbandono in quell’abbraccio, ancora a fatica, ma con gratitudine.

Tremare

Mi prendi per l’anello del collare e mi porti di là; mi fai mettere in ginocchio, nella vasca. Cerco di mettermi in nadu, le ginocchia larghe; tengo lo sguardo basso.

Tremo.

Non c’è freddo. Ci sono 22 gradi in questa casa. Non ho freddo, credo. Ma tremo. Forse è il freddo della ceramica della vasca? Forse è altro. Vorrei non tremare. Ma tremo.

Alzo un poco gli occhi e ti vedo. Ti guardo. A questa altezza. Guardo che ti apri i pantaloni e aspetto. Tremo. Il getto è caldo. Tremo ancora, più forte. Boccheggio.

Mi dici di mettere le mani a coppa. Dirigi il getto sul mio petto, sulle mani, sulla pancia; la sento scorrere, calda, su tutto il corpo, tra le gambe. Tremo.

Quando capisco che hai finito, sempre tremando apro la bocca, tiro fuori la lingua e mi allungo. Ne sento il sapore in fondo al palato. Sbavo. Mi prendi per i capelli.

Mi tiri via. “Apri”. Il tuo sputo mi cola sulla lingua. Sempre tenendomi per i capelli mi spingi giù, nella vasca, in basso. In quel liquido giallo. Tremo.

Apro gli occhi e mi vedo, ti vedo: specchiati nel tappo cromato e convesso della vasca. Il mio volto vicinissimo, distorto, il trucco colato, la bocca aperta, ansimante. Tu dietro, in alto, mi guardi, gli occhi due fessure. Mi spingi più giù. Nel piscio e nello sputo. Tremo.

Armeggi con la cornetta della doccia, apri l’acqua, la saggi con la mano. Mi tiro un poco su. Penso: non lo farà; aspetterà che venga calda. Il getto ghiacciato mi investe all’improvviso. Urlo. L’acqua è gelida, mi sposti per pulirmi e me la fai passare su tutto il corpo. Tremo, tremo violentemente, è il freddo, certo, ma è anche altro.

Molto altro.

Tremo e strillo in singulti, l’acqua freddissima mi lava via tutto. Tutto.

Poi, aspetti davvero che venga calda e mi sciacqui ancora. La chiudi, mi fai uscire e mi avvolgi nell’enorme accappatoio rosa che hai lì. Mi massaggi per asciugarmi. Sento la tua presenza, la tua cura. Mi riporti a letto e mi metti, nuda, sotto le coperte.

Non tremo più.

 

Lamenti, non lamentele

“Mi sembra che tu ti stia lamentando”.

No, in verità no. Non sono lamentele quelle che senti, non sto protestando, non ho nulla da eccepire, non avanzo rimostranze.

Quelli che senti sono i miei lamenti.

Gemiti, singhiozzi, singulti, strilli, e anche “insomma” e “uffa” di vergogna. Suoni che emetto per esprimere il dolore, il colpo che arriva, l’umiliazione, la richiesta che mi imbarazza, la penetrazione improvvisa, il possesso che eserciti su di me.

Sì, mi sto lamentando… ma no, non mi sto lamentando.

Dimmi come posso essere brava per te

Rendimi brava. Giustificami.
Giustificami nel significato che aveva per Lutero: rendimi giusta.
Rendi giusto che io esista, che io sia qui, che le cose che faccio vanno bene. Che ho diritto di esistere.

Se non me lo dici, o se mi dici che non è necessario, che non devo “essere brava”, che vado già bene… non sai il tuffo al cuore; il terrore della perdita di quello che per me è un punto di riferimento, una pietra di paragone: avere chi valida la mia esistenza.

Perdere questo mi scompensa e allo stesso tempo mi colma di una gioia folle, dello slancio oltre la paura di una corsa sulle montagne russe: la faticosa cremagliera è superata e non c’è più spazio per preoccuparsi. Con il cuore nello stomaco assaporo questa corsa.

Ammettere di volere

Una schiava, si sa, non può dire “voglio”.

Si mette a disposizione, accoglie ciò che il Padrone le concede (o le impone), anela, supplica, ma non avanza richieste né esprime desideri. Una volta terminata la negoziazione e consegnato il proprio potere, all’interno dei limiti concordati, perde la possibilità di dichiarare la propria volontà. O meglio: smette di averne una. Deve smettere di averne una propria: la sua volontà diventa quella del Padrone.

Eppure.

Eppure, quando sono legata, per terra, nuda; mentre tremo e sbavo sul pavimento e attendo con trepidazione la prossima cosa che mi farai; e sono esattamente quella cosa molle e accogliente che anela e supplica e aspetta e non ha volontà se non quella del Padrone; in quel momento ti fermi e mi domandi “Cosa vuoi?”

Lo detesto, lo detesto con tutte le mie forze. Mi dibatto e spero che tu ci ripensi, che mi farai qualcos’altro e basta, che ti dimenticherai di avermi chiesto questa cosa inopportuna che mi inchioda ai miei desideri e mi umilia. E invece ripeti: “Cosa vuoi?”. Giro la testa, strizzo gli occhi, cerco di scomparire nel pavimento; ma è vero, è vero: voglio che tu mi faccia altre cose, ci sono cose che spero che mi farai. Ma detesto doverlo ammettere, dovermi fare carico di chiederlo, dover dire certe cose: mi vergogno, è umiliante; è tanto più comodo e deresponsabilizzante stare solo a subire senza dover lavorare, senza dovermi sforzare, senza dovermi esprimere se non a gemiti e strilli.

Nel suo senso più vero, mi sottometti: mi obblighi a fare una cosa che sono riluttante a fare, superi il mio limite e mi porti ad ammettere ciò che desidero, che sì, le voglio tutte quelle cose che faccio finta di non volere, che mi vergogno a chiedere. Mugolo e borbotto la mia risposta e puntualmente mi imponi di ripetere ad alta voce e io sprofondo sempre di più.

Nel dire “voglio” è il momento in cui mi sento più sottomessa.

 

Onirica VIII

C’è una situazione strana, post apocalittica, è successo qualcosa; non so esattamente cosa ma il mondo è diverso da come lo conoscevamo. Ci sono bande, combattimenti.

Sto cercando di ritrovare il mio Padrone, che non vedo da tempo, siamo rimasti separati quando è successo quel qualcosa; ho scoperto che lui ora è a capo di un gruppo, o una banda, o una cosa del genere. Devo raggiungere la loro enclave.
Mio marito mi accompagna in questa ricerca; sappiamo che dobbiamo trovare un modo per entrare, per incontrarlo, che non sarà semplice: dobbiamo trovare un trucco, inventare una storia, o potrebbe essere pericoloso. Guardo mio marito e capisco che ha un’idea, mi dice di fidarmi e di lasciare parlare lui.

Arriviamo ad una grande arena, una costruzione gigantesca di muratura, con archi e colonne, ed è il posto che cerchiamo; dentro, è come un altro mondo, c’è addirittura un clima diverso, desertico. Sembra Mad Max. Il terreno è sabbioso e dall’ingresso – un enorme arco aperto – si vedono anche gli appartenenti a quel mondo, a quel gruppo: uomini a petto nudo, con gonnellini e fibbie e harness da gladiatori. L’aria tremola per il caldo.

Mio marito mi guarda e mi dice: farà molto caldo e so quanto il caldo ti dà fastidio. Sei pronta?
Rispondo: sì, entriamo.

Attraversiamo l’arco ed entriamo in quell’arena di deserto. Andiamo ai piedi di una torre che si trova lungo le mura: in cima, c’è la terrazza del capo, con concubine e servi e guardie, cibo, bevande e panche per sdraiarsi. C’è un’aria da antica Roma.
Mio marito mi dà una leggera spinta sulle spalle e capisco che mi devo mettere in ginocchio, così lo faccio: mi metto in Nadu nella sabbia, ma un Nadu leggermente sbagliato, le gambe troppo chiuse, le mani non ben rivolte con le palme in alto: in qualche modo so che è un trucco anche questo, una specie di messaggio in codice per farmi riconoscere. Abbasso la testa e aspetto: ora devo lasciare che parli mio marito, che ci presenti con una storia inventata ma credibile per farci ricevere.

Dice:
“Sono un prete, vengo in visita; questa che mi è affidata era la schiava di San Francesco d’Assisi, pertanto vi è vietato di chiamarla con epiteti ingiuriosi. Potete darle il nome che preferite: Vangelo, Eva, Maria, quello che desiderate; ma non insulti. Mi è stata affidata dopo la morte del santo. Vengo per incontrare il capo di questa enclave”.

Come fosse un film, anche se sono nella sabbia con il capo chino, vedo anche che dall’alto il capo – che è il mio Padrone! è lui! – si sporge leggermente e ci osserva, con gli occhi socchiusi.
Sento la sua voce (ed è la voce del mio Padrone) che dice:
“Allora, la chiamerò Chiara, che mi pare appropriato visto che si parla di Francesco”.
E capisco che mi ha riconosciuta.

E poi aggiunge, in un bisbiglio per farsi sentire soltanto da me – e non conta che io sia sul terreno e lui in cima alla torre, funziona lo stesso perché è un sogno: “Guardami”.

Allora alzo lo sguardo, lentamente, lo guardo e annuisco, per fargli capire che l’ho sentito, che l’ho riconosciuto, e che ho capito che anche lui mi ha riconosciuta.
Ci guardiamo negli occhi e io vedo che è commosso di avermi ritrovato, e anche io lo sono.

Dà ordine alle guardie di portarci da lui. Mio marito mi guarda e annuisce: ha funzionato. Lo guardo con gratitudine e saliamo sulla torre.

Mi sveglio con ancora quella sensazione di commozione, di riconoscimento.

Collare

Il collare è un simbolo potente, un segno tangibile di appartenenza. E’ per me una conferma, un riconoscimento, un legame.

C’è stato un tempo, da ragazzina, che me n’ero comprato qualcuno; li mettevo alle feste tra amici, inconsapevole persino di cosa desiderassi, del perché mi attirasse un oggetto simile, del perché volessi indossarlo. Adesso non ne comprerei mai uno per conto mio (anche se talvolta ne vedo di stupendi), né ne indosserei uno a caso. Adesso per me non è solo un oggetto, ma rappresenta un sentire. Un sentire preciso, potente, speciale, legato al Padrone.

Indossandolo mi sento invincibile. Sono io, completa: di proprietà.

Ogni volta che ne ho ricevuto uno è stata un’emozione fortissima.
Nella mia vita ne ho ricevuti quattro, uno da ogni Padrone cui sono appartenuta. Gli altri tre ho potuto conservarli e sono al sicuro, in un mio luogo di memoria.
Ho ricevuto il collare una volta all’inizio dell’appartenenza come segno di legame, altre volte dopo mesi come segno di conferma. Ne ho ricevuti di comprati presso artigiani, e di comprati al negozio di animali.


Dopo un anno (compiuto a fine giugno 2020, per la verità) ho ricevuto dal mio Padrone JoyDiv il collare. E’ bianco e nero come i suoi colori. E’ ancora un prototipo: un collare fatto a mano, appositamente, non comprato già fatto in un negozio o in un laboratorio, ma progettato, elaborato, lavorato, è un oggetto che richiede tempo.

E’ bellissimo, ed averlo ricevuto mi ha riempita di una gioia indescrivibile, un’emozione viscerale e profonda. E’ la prima volta che ne ricevo uno non solo pensato, ma creato per me.

Privilegio. Gratitudine. Appartenenza.

Dove sto bene

Per quanto duro sia il predicament, per quanto scomoda sia la legatura, per quanto difficile sia restare in equilibrio su due dita di un piede solo; per quanto sia tagliente la dragon, per quanto sia secco il cane, per quanto sia rigida la paletta; per quanto sia doloroso ogni singolo colpo, per quanto sia umiliante ogni posizione, per quanto sia intensa ogni pratica.

Qui è dove sto bene.

Legata, bendata, appesa, costretta, battuta. Sto davvero bene.

Vivo un’intensità incredibile, profonda, sento tutto: ogni singolo millimetro della mia pelle scotta e urla e canta un canto di gola che mi fa ansimare e mi spezza il fiato in singulti e io lo sento. Affondo dentro di me al vibrare del dolore e sono felice.