Peer rope

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Andiamo al peer rope a Padova, tutti e tre: è la prima volta che io e lei ci vediamo, ed è la tua persona importante: sono emozionata, contenta, un po’ agitata. E anche lei. 

Svolgiamo il materassino, la coperta, tiri fuori le corde, parliamo di trattamenti con un altro amico, osserviamo un po’ gli altri, che sono così belli nelle loro sensazioni; sorrido al suono degli schiocchi dei flogger. 

Ti guardo fare corde con lei, concentrarti sul suo disagio, per farla rilassare. Io sto due passi indietro, vi lascio spazio, le lascio spazio perché si tranquillizzi, che capisca che va tutto bene, che siamo tra amici. Sono sorridente, tranquilla e ostento tranquillità.

Lei parla con te a bassa voce, ha bisogno del tuo contatto, della tua vicinanza, di sentirsi al sicuro in questo ambiente nuovo. 

La leghi a partire dalle gambe, intanto chiacchieri un poco, sbagli legatura e rifai, lei ridacchia; inizia il processo che conosco così bene anche io: il progressivo abbandonarsi nelle corde, nelle sensazioni fisiche, lasciare andare le tensioni mentali per sentire quelle della costrizione del corpo. Ritrovare pace in quell’abbraccio. 

E’ una lunga e bella legatura: la semi sospendi, la colpisci sul sedere. Io ti offro il gatto a nove code e glielo dai, leggero, sulla schiena; quando sei sotto il bambù con lei corro a portarti un’altra corda. Sono una service sub, dopotutto. Mi piace questa complicità. 

Mentre sei con lei io chiacchiero (senza perdere attenzione casomai servisse qualcos’altro), vado a pagare le quote del peer rope, piego i vestiti tolti per facilitare la legatura.

Dopo averla sciolta andate giù a fumare; quando torni mi fai cenno che tocca a me.

Io ne ho un bisogno disumano ma faccio quella tranquilla: ho già iniziato la mia razionalizzazione che se non facciamo corde non c’è problema, sto bene lo stesso (falso). Forse ho un po’ paura che non sarà liberatorio come vorrei, perché si è fatto tardi e sono molto stanca, e un poco mi sento di troppo, anche se è solo una mia sensazione che cerco di nascondere per non guastare la serata a me stessa e a voi.

Mi bendi gli occhi e mi chiudi dentro di me. 

Tutte le sensazioni si amplificano, tutti i pensieri iniziano a vorticare furiosamente come uno stormo di corvi. Mentre mi leghi passo dal rilassamento dell’abbandono nelle corde alla confusione dello strepitare dei corvi che ho in testa, al variare delle tensioni e del dolore che ne deriva. Mi stringi e mi graffi e non riesco a godermelo come vorrei. Sento lei che chiacchiera, il casino di tutti gli altri che scherzano tra loro, la musica. Lo sento che mi senti e che senti che sono strana.

E’ una legatura breve. Non riesco ad elaborare tutto. Non so nemmeno cosa sia, quel tutto da elaborare. Mi sento trattenuta. Vorrei abbandonarmi ma mi trattengo perché non voglio piangere e sento che potrei, ma di nuovo temo che sarebbe troppo; dopotutto siamo ad un peer rope, in mezzo a gente che ride e si diverte ed è serena. Non è il momento. Non sento che sia il momento.

Quando mi sleghi mi chiedi come sto e rispondo “non lo so”, ed è la verità. Aspetto che passi la serata e il tempo per ripensarci; intanto mi accarezzo i segni delle corde e sospiro. Il giorno dopo, con mia grande sorpresa, mi troverò dei piccoli segni rossi sulle braccia, dove hai fatto passare il TK, e ne sarò felice.

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