Peer rope (Bologna)

Il detto “fai attenzione a ciò che desideri: potresti ottenerlo” si rivela sempre estremamente corretto.

Vado all’inaugurazione del nuovo spazio del BDSM Bologna Project per il peer rope.
Trovo una vecchia (si fa per dire) conoscenza: Agata Grop. La saluto mentre partecipa ad un bell’esercizio di scambio e comunicazione insieme ad altri rigger e rope bottom: si lega la persona che si ha sotto in un minuto e la si slega in un minuto – e in questo tempo si prova a trasmettere qualcosa. Poi i rigger ruotano, e legano la persona accanto, fino a completare il giro. Mentre osservo i volti, le corde, le mani, mi pento di non avere partecipato.
Dopo, le chiedo se ha piacere di legarmi. Mi appende per le braccia ad uno dei bambù appesi al soffitto; chiudo gli occhi e respiro per sentire, per abbandonarmi all’abbraccio delle corde. Ero tesa; inizio a lasciarmi andare, a sentirmi al sicuro.

Dopo, faccio delle chiacchiere con lei e la Cavia; lui dice: “vorrei provare a farmi legare da quella persona… durante l’esercizio è stato proprio bello, perché ti stringe con le mani” e si spalpugna le braccia per spiegare. Penso: mmm.
Poco dopo, osservo quella persona legare un’altra ragazza. Una volta legata, la gira e la rigira, colpendola sulle cosce, sul sedere, la stringe e la pizzica. La ragazza geme e strizza gli occhi. Penso: mmmmmmm.

Mi faccio coraggio e, come una ragazzina, vado da questa persona che ha *almeno* dieci anni meno di me e le chiedo se ha piacere di legarmi e giocare con me. Lei, Cater,  è subito entusiasta, prende il fagotto con le sue corde e troviamo un angolino libero. Le spiego come sto, cosa non voglio e cosa, invece, mi piacerebbe: se avesse piacere non solo di legarmi ma anche di colpirmi, un po’. Annuisce e si raccomanda che parli subito se qualcosa non va.

Mi immobilizza le braccia dietro la schiena, e stringe le corde intorno al mio torace. Respiro di pancia, inizio ad immergermi in quel mondo altro che è il gioco. Mi prende per i capelli, prima con una carezza, e poi stringe. Mi tira a terra, mi rigira e inizia a colpirmi. Schiaffi secchi, duri. Lancio qualche strillo. E poi fa quella sua cosa.

Mi affonda le mani nella carne.
Spinge le dita di forza, pizzica, strizza, stringe. Non è un graffio ma un solcare coi polpastrelli, dita dure come l’acciaio, una volontà sadica cristallina e potente.

Mentre mi affonda nelle braccia giro gli occhi all’indietro e affogo in un dolore che mi soffoca e mi inebria. Poi troppo: urlo, cerco di sottrarmi, chiedo di fare più piano. Lei mi carezza, mi raddrizza e inizia a sciogliermi, tirando le corde per farle grattare. Io boccheggio, la testa ciondoloni, il cervello in pappa.

Quanto tempo avremo giocato? 10 minuti? 15? Non lo so, mi sembra poco, eppure sono stravolta.
Lei mi parla, io tento di articolare. Le dico che mi è piaciuto un sacco, anche se non me l’aspettavo così intenso. Sorride, si sincera più volte che sia tutto ok, visto che era la prima volta che ci vedavamo in vita nostra. Chiacchieriamo e poi attacco il buffet offerto dall’organizzazione, scoprendomi famelica.

Giocare con uno sconosciuto ha per me degli strani risvolti. Da una parte mi spaventa sempre, ovviamente, ma la negoziazione iniziale e il feedback della comunità mi avevano rassicurata. Dall’altra parte, con una persona mai vista sono meno propensa a fermare alla prima difficoltà; cerco sempre di resistere, di tenere un po’ duro. Non troppo, ché non ho remore a chiedere di fermare, s’intende: ma un po’. Un po’ mi spingo oltre la mia zona di comfort.

Nei giorni successivi, il risultato mi resta evidente addosso.

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Puntini di sospensione 

È sempre sulle braccia che mi segno. 

Il giorno dopo essere stata legata, trovo piccoli segni rossi subito sotto i deltoidi. Sono come puntini di sospensione – ed è un termine invero appropriato. Tratteggi curvi appoggiati sulle mie braccia, ricordo di un abbraccio ruvido, stretto, nel quale mi sono abbandonata a peso morto. 

Un tempo farmi legare non mi interessava granché. Ora invece mi coinvolge, mi fa spegnere la testa; chiudo gli occhi e non sono più lì – e ci sono ad un livello tale che non sono raggiungibile. Sento i suoni esterni ovattati, lontani; non mi riguardano. Ansimo, sospiro. Mi piace sentire la scomodità della posizione, il segare della juta, il tocco del rigger che mi sposta e mi avvolge in queste spire. 

Mi lascio appendere e semi-sospendere. Mi abbandono sicura di non cadere. Tiro per il puro piacere di sentire la rigidezza delle corde che grattano e mi si incidono nella carne. Il senso di costrizione mi fa sentire libera e protetta. 

Il giorno dopo mi guardo le braccia, accarezzo quei lievi tratteggi e sorrido. 

Peer rope

A metà marzo vado a Roma una settimana per un corso di formazione.
Sono contenta, adoro fare corsi e Roma è grande, solare, caotica e stupenda. La mattina vado al corso, mangio seduta al sole in cortile, e nel pomeriggio mi resta tempo per girare per la città eterna.
E scopro che giovedì sera c’è il peer rope al MBDStudio, lo studio di MaestroBD. Lui non c’è, ma c’è Ishara Gabri, che ho conosciuto ad una serata del Decadence.
Chiedo il permesso al Padrone di andarci, e di potermi fare legare. Il permesso viene accordato, così il giovedì affronto 45 minuti di autobus per raggiungere lo studio.
La sera è tiepida, l’aria sa di nuovo, di inusuale. Cammino con un sorriso stampato in faccia, felice anche solo dell’essere in giro da sola; senso di libertà, di possibilità.
Allo studio non ho nulla di adatto, come abbigliamento; così me ne resto in culottes e mi sento stranamente a mio agio. Inizio a farmi legare, mentre di fronte a me un’altra coppia vive una bellissima e complicata legatura. Un po’ li guardo, un po’ mi concentro sulle ‘mie’ corde, un po’ rido delle battute che vengono dette – c’è una bella musica ambient, ma l’atmosfera è davvero informale e si chiacchiera, si ride, si scherza.
Mi lascio legare e la legatura viene fuori strana, un po’ storta, da una parte duole più che dall’altra, ma non è male. Ishara, che mi lega, mi aggancia alla struttura, pur senza sospendermi, cosa che non mi fido di farmi fare, con la mia schiena malandata. Sono comunque sempre un po’ sulle mie, un po’ timorosa.
Poi, lei tira le corde e mi fa dondolare.
Di colpo, tutto cambia.
Chiudo gli occhi, sento le corde che segano la carne, il laccio che mi tiene appesa all’anello sopra di me. Posso lasciarmi andare e lo faccio, finalmente. Inizio a respirare, a sentire ad un livello più profondo.
Lei mi passa accanto e mi sfiora, per caso o per controllo, non so; ma scopro di essere sensibilissima. La richiamo indietro: “Ehi, um, potresti, sai, le corde qui sul fianco sinistro mi hanno resa sensibile”.
Lei accorre: “Certo, dove ti fa male? Allento?”, e armeggia per darmi sollievo.
“No, no – dico io – In realtà… vorrei solo che mi toccassi. Che mi accarezzassi”. Mi vergogno quasi a chiederlo, ma la sensazione era così bella che non voglio lasciarmela sfuggire, voglio sentirla ancora, assaporarla.
Lei sorride sorniona, ora che ha capito. Mi passa le mani sui fianchi, sulle costole, sulle braccia. Le corde hanno stretto, e sento il minimo tocco amplificato. Ho brividi di piacere. Sorrido.
Infine mi scioglie e mi lascio andare alle coccole sul tappeto.
Costretta tra quei legacci, per quindici minuti ho potuto spegnere me stessa e riposare, serena, sulla dolce culla della percezione fisica.

peer rope Roma

Giocare da brat

“Perché lo scopo del legare è tenere fermo… se tu già stai ferma, il mio lavoro diventa pleonastico!” Ride.
Rido anch’io. Non so se mi colpisce di più il ragionamento (giustissimo) o il fatto che abbia usato davvero la parola ‘pleonastico’ in una conversazione.
Ogre, il rigger con cui sto parlando prima dell’inizio della festa, trova più interessante legare davvero per tenere ferma la persona, piuttosto che per uno scopo meramente artistico, di legatura, o di ropespace. Ed è esattamente quello che sto cercando: un’esperienza di gioco nuova: provare a fare resistenza, a dire di no, a lottare, che è una cosa che mi intriga e mi eccita – ma che alla fine non faccio mai, o, se la faccio, è troppo simulata per sembrare vera. Fare la brat, la peste, quella che risponde, che si sottrae. A lui si illuminano gli occhi.
Sono al Regina Nera, a Venezia, e ho voglia di divertirmi, di giocare, di farlo con un rigger esperto, di cui mi possa fidare. Stasera, sarà Ogre.

Il tempo scivola via come fosse di burro, in una serata estiva ma fresca (fuori: dentro fa caldo). Si fanno le tre del mattino, mentre i rigger si alternano alla struttura. Infine, lui mi fa un cenno e io vado a prepararmi lì accanto: mi tolgo le scarpe, i bracciali, tutto ciò che può intrigare. Concordiamo una safeword e una comunicazione utile al check-in, al controllo che tutto stia andando bene al di là della simulata mancanza di consenso.
Mi siedo a terra davanti a lui, ridacchiando come faccio sempre quando non so cosa fare, piena di aspettativa ma senza sapere cosa aspettarmi.
Inizia all’improvviso, prima che me lo aspetti, senza un segnale. Cosa mi aspettavo, una sigla di apertura? Non so.
Mi afferra e mi gira, e io subito contraggo la faccia in una smorfia. In un attimo sono calata nel gioco.
Non devo fingere nulla. Tiro, strattono e sbuffo e lui mi trattiene, mi lega, mi sfotte. Mi tocca. Non faccio finta di lottare: è vero. Lui sembra non fare nessuna fatica. Provo a ricordare cosa ho imparato quando facevo lotta, ma non mi viene in mente nulla, nessuna tecnica, niente.
Faccio una fatica della madonna. Sono senza fiato dopo cinque minuti, mentre lui, placido, mi prende in giro e mi lega. Sento le corde stringere e tirare e graffiare. Adoro quella sensazione, ma è quasi soffocata dalla fatica della lotta.
Sento la testa che mi gira; ansimo, più per lo sforzo che per altro. Da una parte vorrei essere più forte, potermi liberare. Dall’altra voglio proprio soccombere, lasciarmi andare e basta.
Resto ferma un po’ a riprendere fiato. Lui lega. Mi dice, con tono irritante: “Oh, ti sei già arresa?”
Di colpo scatto in piedi e scappo via.
Lui mi tiene per il capo della corda, mi fa cadere e mi riporta a terra, da lui.
L’ho fatto a sorpresa. Volevo davvero scappare? Se ci fossi riuscita, cosa avrei pensato? Ci sarei rimasta male, credo. Volevo vedere se mi riprendeva. C’è riuscito.
Non riesco più a lottare. Mi lega i seni – una legatura che, quando la vedo in foto, su tumblr, mi angoscia: questi seni a palloncino, viola, mi inquietano. Ma non dico nulla, mi lascio legare: i miei seni diventano ipersensibili. Li schiaffeggia e inizia a giocare con le mollette.
Mi dice: “Guardami negli occhi”, con un tono basso, caldo, rassicurante. Alzo lo sguardo piena di fiducia. Quando le nostre pupille si incrociano, strappa una molletta. Il dolore è lacerante tanto quanto il tradimento. Il piacere sadico che glie ne deriva è talmente intenso da risultare palpabile, lo riesco a sentire e ne apprezzo l’altra estremità, quella masochista.
Poi, il dolore delle corde si fa faticoso da sopportare. Mi pare di spegnermi. Non sento più. Balbetto. Ho la testa piena di rumore bianco. Non so più chi sono, cosa voglio, se mi sta piacendo o meno. Mi attacca due mollette e sono dolorosissime; mi dice di nuovo ‘guardami negli occhi’, ed io non riesco ad alzare la testa: ho troppa paura del dolore, adesso.
Mugugno che è ora di basta, sono al limite. Ma lui l’ha già capito e sta iniziando a liberarmi.
Mi viene da scusarmi per non aver saputo resistere di più, ma non ha senso. Gioco nuovo, e io sono, per dire così, fuori allenamento. Sia di fiato che di forze che di masochismo.
Dopo, me ne resto a leccarmi le ferite e a riprendermi accucciata lì vicino, riprendendo a poco a poco contatto con me stessa. Le altre ragazze mi sorridono, mi dicono brava che ho lottato tanto, se era la prima volta. Era la prima volta. Sono stremata. Bevo acqua e ascolto Ogre che mi spiega, che mi racconta, che si rammarica di avermi lasciato un segno, sotto la spalla destra, che non aveva intenzione di lasciare. Controlla che stia bene ed io sorrido: sto bene.
Nei giorni successivi, mi alzo le maniche della maglietta per guardare i segni e sorrido.

Sospesa

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Inizio a respirare con la pancia; il petto è compresso, stretto dalle mie stesse braccia che mi abbracciano, legate dalle corde. Con il cambio di respirazione, mi rilasso. Mi lascio andare.
Ad un certo punto sono sospesa a testa in giù; inspiro, rilasso il collo e lascio andare la testa. Le corde mi sostengono, appesa. Mi accorgo di sorridere; tengo gli occhi chiusi e lascio spazio alle sensazioni.
Le sapienti mani di Davide La Greca (alias Maestro BD, eccellente bondager) mi sfiorano; fanno scorrere le corde intorno al mio corpo, avvolgendomi la carne. Sento il suo profumo quando quasi mi abbraccia per far passare le corde: è un tocco delicato, gentile eppure sicuro, preciso.
Il mio Padrone SadicaMente e Sua moglie Lady Rheja osservano, anche loro emozionati dal momento. La musica ci avvolge, le luci soffuse sospendono il tempo.
Il bondage non è un mio fetish; eppure ora, lontano dal caos di una festa, nella tranquillità di un Dungeon privato, capisco quanto sia meraviglioso lasciarsi legare.
Sentirsi costretta, immobilizzata; fidarsi, e divenire libera. Volo appesa a questa struttura; oscillo, respiro, mi abbraccio mentre mi abbracciano le corde; mi sento in pace, al sicuro. Non ho più paura.