Per il tuo divertimento

Rinchiusa nella gabbia, polsiere e cavigliere agganciate alle sbarre che mi bloccano, il gancio fissato che mi tiene col culo in alto, aperta, le mollette durissime che mi martoriano i capezzoli, le dita che annaspano nel vuoto: ansimo e gemo affannosamente, il dolore è tremendo e non accenna a calare, non posso sfuggirvi. 

Con la coda dell’occhio ti vedo accomodarti sul divano con la tua sigaretta. 

Ecco: sono qui dove mi hai messa per il tuo divertimento, per il tuo sguardo, per il tuo piacere. La mia sofferenza è per te. 

Questo non placa il dolore; anzi, forse lo rende più intenso, più significativo. Sento la pelle incresparsi sotto il tuo sguardo. Mi sento osservata e spero che ciò che osservi ti piaccia, che il mio dolore sia bello per te. Questa sensazione così forte che tu mi hai inflitto ora mi permea, ci galleggio dentro, vado sotto, riemergo, mi lascio trascinare dalla sua corrente, felice di esservi immersa e di sopportarla per te. 

Sempre più forte sento di essere al mio posto. 

Cosa vedi?

Quando ti fermi e mi guardi; quando mi sposti i capelli da davanti al viso; quando ti siedi e mi osservi dopo avermi messa in una posizione dolorosa: che cosa vedi? 

Cosa vedi di me, dentro di me, esposto sulla mia pelle, nei miei occhi che tengo bassi? 

Come mi vedi? 

Cosa leggi nelle mie espressioni, nella lingua che esce dalla bocca aperta, nelle cosce che cercano di stringersi? 

Mi sento così nuda sotto il tuo sguardo. Così nuda.

Aftercare

Mi dici: si chiama aftercare.
Rispondo: non l’ho mai fatto.

Farmi coccolare, abbracciare, mi mette a disagio. Quello che cerco è umiliazione, distacco. Come puoi farmi subire certe cose, pisciarmi e sputarmi, e poi stringermi tra le braccia?!
Qualcosa nella mia testa non torna. Non si possono fare entrambe le cose. …Si possono?

Il mio aftercare era venire stesa da qualche parte, con una coperta calda a coprirmi, e lasciata a tornare in me. Senza coccole, senza carezze; solo con la presenza del Padrone un po’ più in là. Oppure, preparare un caffè, e riordinare.

Mi andava bene: era un prolungamento della sessione.

Distacco, distanziamento, verticalità.
Il Padrone non si confonde con la schiava, non le sta vicino: c’è sempre quella dovuta distanza.

Quella distanza ha reso intensissime le pratiche che ho vissuto. Ma ha impedito altre cose. Contatto. Comunicazione. Empatia. Il limite imposto era il bello e anche il brutto. Ora lo vedo.

Deprivazione.
Depravazione.

Mentre una parte di me ha ancora nostalgia di quella distanza, di quell’intensità, un’altra parte mi mette una mano sulla testa e mi dice: non è necessario; riposa, ora. E mi abbandono in quell’abbraccio, ancora a fatica, ma con gratitudine.

Tremare

Mi prendi per l’anello del collare e mi porti di là; mi fai mettere in ginocchio, nella vasca. Cerco di mettermi in nadu, le ginocchia larghe; tengo lo sguardo basso.

Tremo.

Non c’è freddo. Ci sono 22 gradi in questa casa. Non ho freddo, credo. Ma tremo. Forse è il freddo della ceramica della vasca? Forse è altro. Vorrei non tremare. Ma tremo.

Alzo un poco gli occhi e ti vedo. Ti guardo. A questa altezza. Guardo che ti apri i pantaloni e aspetto. Tremo. Il getto è caldo. Tremo ancora, più forte. Boccheggio.

Mi dici di mettere le mani a coppa. Dirigi il getto sul mio petto, sulle mani, sulla pancia; la sento scorrere, calda, su tutto il corpo, tra le gambe. Tremo.

Quando capisco che hai finito, sempre tremando apro la bocca, tiro fuori la lingua e mi allungo. Ne sento il sapore in fondo al palato. Sbavo. Mi prendi per i capelli.

Mi tiri via. “Apri”. Il tuo sputo mi cola sulla lingua. Sempre tenendomi per i capelli mi spingi giù, nella vasca, in basso. In quel liquido giallo. Tremo.

Apro gli occhi e mi vedo, ti vedo: specchiati nel tappo cromato e convesso della vasca. Il mio volto vicinissimo, distorto, il trucco colato, la bocca aperta, ansimante. Tu dietro, in alto, mi guardi, gli occhi due fessure. Mi spingi più giù. Nel piscio e nello sputo. Tremo.

Armeggi con la cornetta della doccia, apri l’acqua, la saggi con la mano. Mi tiro un poco su. Penso: non lo farà; aspetterà che venga calda. Il getto ghiacciato mi investe all’improvviso. Urlo. L’acqua è gelida, mi sposti per pulirmi e me la fai passare su tutto il corpo. Tremo, tremo violentemente, è il freddo, certo, ma è anche altro.

Molto altro.

Tremo e strillo in singulti, l’acqua freddissima mi lava via tutto. Tutto.

Poi, aspetti davvero che venga calda e mi sciacqui ancora. La chiudi, mi fai uscire e mi avvolgi nell’enorme accappatoio rosa che hai lì. Mi massaggi per asciugarmi. Sento la tua presenza, la tua cura. Mi riporti a letto e mi metti, nuda, sotto le coperte.

Non tremo più.

 

Dove sto bene

Per quanto duro sia il predicament, per quanto scomoda sia la legatura, per quanto difficile sia restare in equilibrio su due dita di un piede solo; per quanto sia tagliente la dragon, per quanto sia secco il cane, per quanto sia rigida la paletta; per quanto sia doloroso ogni singolo colpo, per quanto sia umiliante ogni posizione, per quanto sia intensa ogni pratica.

Qui è dove sto bene.

Legata, bendata, appesa, costretta, battuta. Sto davvero bene.

Vivo un’intensità incredibile, profonda, sento tutto: ogni singolo millimetro della mia pelle scotta e urla e canta un canto di gola che mi fa ansimare e mi spezza il fiato in singulti e io lo sento. Affondo dentro di me al vibrare del dolore e sono felice.

Sguardo rubato

Stesa a terra, le cosce legate, una appesa al bambù, in alto, l’altra allargata sul pavimento, aperta; mi metti un piede tra le gambe, premi, e la sensazione di essere calpestata mi arriva amplificata.

Non sono bendata, ma tengo gli occhi chiusi, o giro la testa per tenere lo sguardo basso, spostato: evito di guardarti perché, insomma, non si guarda il Padrone, no?

Invece, ad un certo punto, oso.

Apro gli occhi e alzo lo sguardo: cedo al desiderio, alla curiosità di vederti ora, in questo momento, mentre in piedi sopra di me tendi le corde, mi calpesti, mi apri. Per osservarti mentre mi fai male, scoprire come sei. Così oso guardare.

Hai gli occhi aperti, attenti, così scuri e intensi; tu che li tieni sempre quasi socchiusi, una sottile fessura da cui guardi il mondo senza prenderlo troppo sul serio. Adesso sono così grandi: osservi. E’ attenzione quella che vedo? Cura, precisione, controllo, potere; ma anche piacere, soddisfazione: uno sguardo che non si lascia sfuggire nulla, attento a gestire quello che succede e a farlo succedere, ma anche che si gode ogni dettaglio della tua schiava legata che ansima e geme, il corpo segnato ed esposto. Hai un’espressione così seria, intenta, la bocca socchiusa e le pupille dilatate. Emani intensità.

Giro di nuovo lo sguardo prima che tu veda che ti sto guardando; rubo questa immagine di te che mi emoziona per la forza che trasmetti.

Sound of Silence

Mi sleghi e sento la testa che gira; sto fluttuando in un altro posto che non è qui dove c’è il mio corpo. Mi richiami ai tuoi piedi e arranco a quattro zampe fino al divano; mi accuccio lì con gli occhi socchiusi. Mi metti un piede sulla schiena e uno sotto la faccia. Lecco.

E d’improvviso lo sento.

Un silenzio perfetto.
Nessun rumore, nessun suono, nulla. Non so da quanto sono lì sotto i tuoi piedi, ma il silenzio mi raggiunge come un’improvvisa consapevolezza.

Il leggero cigolio del collare di cuoio che si piega al muoversi della mia testa mentre lecco il tuo piede, lentamente. Un tintinnio sordo dell’anello del collare che si sposta. Il suono umido della mia lingua che cola saliva. Suoni infinitesimali che sento adesso che il silenzio è perfetto.

Mi ronzano le orecchie. Questo silenzio è reale? E’ l’effetto della profondità in cui sono immersa? Mi sento in una bolla, galleggio abbandonata in una pace perfetta dopo le corde, i colpi, gli strilli, il contrarsi dei muscoli, la tensione. Sono qui, in questo momento; chiudo gli occhi, respiro, lecco, sento il silenzio che mi abbraccia e mi culla.

La mia realtà inizia e termina ai tuoi piedi.

Pensieri improvvisi

Mi spingi a terra; prendi due corde, mi tiri in ginocchio prendendomi per i capelli e inizi a farmi girare la corda intorno al corpo. La corda ad un certo punto si ingarbuglia, o forse c’è un giro sbagliato: disfi con gesti nervosi. Mi scappa da ridere e mi schiaffeggi. Allora mi zittisco e mi concentro, in ascolto. Stringi con forza.

Mi fai alzare e mi appendi al bambù, il corpo costretto nel tk. Tiri e sono obbligata a stare in punta di piedi. Mi leghi un’altra corda in vita, la passi tra le gambe e la leghi di nuovo in alto; mi sento tagliare in due, preme dove sono sensibile. Ti vedo chinarti davanti a me e so che mi legherai le gambe unite, rendendo ancora più difficile stare in punta di piedi, aggiungendo difficoltà al dolore e dolore alla difficoltà. Unisco già le gambe e infatti me le leghi insieme, stringi subito sopra le ginocchia. (Anche se me l’aspettavo, è dura lo stesso). Ansimo, cerco di mantenere una parvenza di equilibrio, sento la corda che tira sulle braccia, in vita, tra le gambe e ora sulle cosce.

Avvolgi la corda restante dalla legatura alle gambe e la porti in alto, veloce me la giri ancora intorno alla pancia, sui fianchi, mi stringi la carne dove era già stretta, mi obblighi a stare piegata.

Penso: ma sei stronzo.

Il pensiero mi attraversa la mente di colpo, senza che lo abbia voluto pensare, mi sale spontaneo dal dolore e dalla scomodità di questa legatura. Fino adesso quello che mi stavi facendo me lo aspettavo; questo no. Ed è proprio una cosa stronza.

Ti siedi ad ammirare la tua opera e mi spingi coi piedi per farmi dondolare.

Io ansimo, gemo, la bocca aperta ad annaspare un’aria che fatica ad entrare nel mio corpo compresso, costretto. Chinata in avanti, tirata in direzioni contrapposte, mi vedo: appesa, in punta di piedi, la carne solcata dalle corde, piegata e obbligata in una posizione scomoda, dolorosa, difficile. Mi sento vibrare e so di essere bagnata.

Sono spaventosamente consapevole di ogni centimetro teso e dolorante del mio corpo nudo e so che questo corpo lo hai disposto per te.

Serata

Quando arrivo stai riposando; vengo da te a salutarti, bacio la mano che mi porgi e vado a preparare la cena. Sorrido mentre preparo: servirti mi dà un senso di pace, di ogni-cosa-al-suo-posto.

Durante la cena e dopo, parliamo: parliamo di lavoro, di BDSM, di aneddoti, di tutto. Mi piace parlare con te, mi piace ascoltarti, ridere insieme sul divano.

Si fa tardi e inizio ad essere davvero molto stanca; dopotutto, mi sono svegliata alle 6.30 e sono ormai le 23.30. Sento gli occhi che mi si chiudono. Eppure, quando mi tiri a te e mi fai stendere sulle tue ginocchia, d’improvviso la stanchezza non conta più nulla. Mi abbassi i leggings e gli slip e ridi; anche io rido, tra l’imbarazzo e il desiderio. Impiego un attimo a scendere e a cambiare registro.

La prima sculacciata è rivelatoria: mi svela quanto incredibilmente la desideri. Non rido più, il respiro mi si fa affannoso. Non voglio che tu ti trattenga, né che iniziamo piano, né niente: non strillo (e lo sai che sono una che strilla) ma gemo. Sporgo il culo per ricevere le tue mani.

Mi sculacci forte, rapido, nel punto dove la coscia si unisce al culo: un punto sensibile, tenero, più doloroso del gluteo. Mi piace da morire. Assaporo il dolore.

Mi spogli con gesti bruschi e mi getti a terra a leccarti i piedi. Mi fai rotolare, mi calpesti e mi sputi; gli schiaffi mi prendono come sempre alla sprovvista, piego il viso per seguire la tua mano e chiudo gli occhi. Mi consegno a te.

Mentre ti lecco ancora i piedi, nuda, per terra, il viso sul pavimento e il sedere alto, smetto di ansimare, di gemere, di contorcermi: inaspettata mi riempie una calma profonda. Ecco, penso, qui sono abbastanza. Qui sono brava. Qui va tutto bene, davvero. Galleggio placida in questa sensazione, piena di stupore.

Quando mi penetri urlo. Con entrambi i pollici mi apri dietro. Mi vieti di venire. Con le mani annaspo ad afferrare il tappeto, il divano, o forse qualcosa di inafferrabile: la voglia, il dolore, il piacere, il divieto del piacere, il mio essere, l’emozione che provo: non so. Ansimo e grido e alla fine crollo, esausta, usata, felice.

Riconoscersi

In piedi, con il cappuccio in testa che mi blocca dentro me stessa, le sensazioni che mi rimbalzano dentro senza che possa vedere, la pinza sulla lingua che mi fa sbavare dolorosamente, le mollette addosso che mi fanno gemere, le mani bloccate dietro la schiena, le caviglie legate insieme, nuda, con le mutande a mezza coscia, davanti a te.
Ti sento, sento il suono di te che ti sposti, di te che mi guardi, in queste condizioni, davanti a te.

Nel rumore bianco che sempre invade il mio cervello quando scendo nel modo migliore dentro me stessa attraverso il bdsm, un pensiero si forma: ecco, mi piace. Sono una persona a cui piace tutto questo: il dolore, l’umiliazione, essere legata e bendata alla mercé di un uomo che mi fa questo.

E’, forse, un’epifania.

E’ vero: mi piace. Lo cerco. Posso goderlo. Posso, davvero? Posso, Padrone? …Posso, davvero.

Aggiungi una, due mollette tra le mie cosce: ho un singulto e sento il calore attraversarmi, sciogliermi e colare da dentro di me, tra le mie gambe. So che mi toccherai e troverai la prova che mi sta piacendo, che mi piace il dolore della carne pizzicata, mi piace l’umiliazione della bava che cola, mi piace la sensazione di essere inerme, bloccata, aperta, vulnerabile, a tua disposizione.

Oggi non lo combatto: lo abbraccio.
Oggi non penso che il modo giusto per goderlo sia viverlo attraverso un velo di sensi di colpa, di vergogna. Oggi lo riconosco, riconosco me stessa in questo, fino in fondo. Oggi lo dico, oggi lo grido. Oggi lo accetto. Anche la vergogna, certo. Sì, sono io.