Lamenti, non lamentele

“Mi sembra che tu ti stia lamentando”.

No, in verità no. Non sono lamentele quelle che senti, non sto protestando, non ho nulla da eccepire, non avanzo rimostranze.

Quelli che senti sono i miei lamenti.

Gemiti, singhiozzi, singulti, strilli, e anche “insomma” e “uffa” di vergogna. Suoni che emetto per esprimere il dolore, il colpo che arriva, l’umiliazione, la richiesta che mi imbarazza, la penetrazione improvvisa, il possesso che eserciti su di me.

Sì, mi sto lamentando… ma no, non mi sto lamentando.

Dove sto bene

Per quanto duro sia il predicament, per quanto scomoda sia la legatura, per quanto difficile sia restare in equilibrio su due dita di un piede solo; per quanto sia tagliente la dragon, per quanto sia secco il cane, per quanto sia rigida la paletta; per quanto sia doloroso ogni singolo colpo, per quanto sia umiliante ogni posizione, per quanto sia intensa ogni pratica.

Qui è dove sto bene.

Legata, bendata, appesa, costretta, battuta. Sto davvero bene.

Vivo un’intensità incredibile, profonda, sento tutto: ogni singolo millimetro della mia pelle scotta e urla e canta un canto di gola che mi fa ansimare e mi spezza il fiato in singulti e io lo sento. Affondo dentro di me al vibrare del dolore e sono felice.

Pensieri improvvisi

Mi spingi a terra; prendi due corde, mi tiri in ginocchio prendendomi per i capelli e inizi a farmi girare la corda intorno al corpo. La corda ad un certo punto si ingarbuglia, o forse c’è un giro sbagliato: disfi con gesti nervosi. Mi scappa da ridere e mi schiaffeggi. Allora mi zittisco e mi concentro, in ascolto. Stringi con forza.

Mi fai alzare e mi appendi al bambù, il corpo costretto nel tk. Tiri e sono obbligata a stare in punta di piedi. Mi leghi un’altra corda in vita, la passi tra le gambe e la leghi di nuovo in alto; mi sento tagliare in due, preme dove sono sensibile. Ti vedo chinarti davanti a me e so che mi legherai le gambe unite, rendendo ancora più difficile stare in punta di piedi, aggiungendo difficoltà al dolore e dolore alla difficoltà. Unisco già le gambe e infatti me le leghi insieme, stringi subito sopra le ginocchia. (Anche se me l’aspettavo, è dura lo stesso). Ansimo, cerco di mantenere una parvenza di equilibrio, sento la corda che tira sulle braccia, in vita, tra le gambe e ora sulle cosce.

Avvolgi la corda restante dalla legatura alle gambe e la porti in alto, veloce me la giri ancora intorno alla pancia, sui fianchi, mi stringi la carne dove era già stretta, mi obblighi a stare piegata.

Penso: ma sei stronzo.

Il pensiero mi attraversa la mente di colpo, senza che lo abbia voluto pensare, mi sale spontaneo dal dolore e dalla scomodità di questa legatura. Fino adesso quello che mi stavi facendo me lo aspettavo; questo no. Ed è proprio una cosa stronza.

Ti siedi ad ammirare la tua opera e mi spingi coi piedi per farmi dondolare.

Io ansimo, gemo, la bocca aperta ad annaspare un’aria che fatica ad entrare nel mio corpo compresso, costretto. Chinata in avanti, tirata in direzioni contrapposte, mi vedo: appesa, in punta di piedi, la carne solcata dalle corde, piegata e obbligata in una posizione scomoda, dolorosa, difficile. Mi sento vibrare e so di essere bagnata.

Sono spaventosamente consapevole di ogni centimetro teso e dolorante del mio corpo nudo e so che questo corpo lo hai disposto per te.

Un passo più in là

Sono tredici anni che vivo il BDSM.
Ho esplorato: all’inizio avevo più o meno idea di cosa potesse piacermi, ho letto libri (saggi e romanzi), ho provato, ho posto limiti. Ho fatto cose. Parecchie cose.

Dopo così tanto tempo, ho perduto quella sensazione di novità, il brivido di provare qualcosa di incredibile, di mai fatto, di mai pensato.
O meglio: credo di averla perduta. La maggior parte del tempo pratico pratiche che conosco, che ho già fatto, che so come funzionano su di me. Anche se, certo: ogni volta è un viaggio nuovo; solo perché conosco la strada, non vuol dire che non mi goda il viaggio. Ma non c’è più quel vuoto allo stomaco, quel senso di salto nell’ignoto che mi faceva scoprire una nuova sfaccettatura di me, che toglieva un velo che magari nemmeno pensavo ci fosse.

E poi.

E poi c’è sempre un passo ulteriore. Una pratica nuova. Un’esperienza diversa. Una cosa che avevo detto che non avrei mai fatto, che pensavo fosse troppo o che non facesse per me. Una cosa a cui non avevo mai pensato. Una cosa di cui avevo visto una foto porno da adolescente e che era rimasta in un cassetto impolverato della mia mente. Una cosa che no. E poi succede.

E mi travolge.

Lo stomaco in gola, il cuore nello stomaco. Il cervello soverchiato, incapace di pensare. Quell’emozione così forte perché inaspettata. Le viscere che si contraggono: mi bagno, ansimo e godo di un piacere torbido, rimescolato, dell’anima più che del corpo.

Giù

Mi tocca qualche corda profonda che mi porti in cantina e mi incateni, che mi tieni nuda per terra, nello sporco. Mi sento schiava, prigioniera, indifesa; scendo in uno stato mentale animale. Istinto, sensazioni fisiche, allerta: i pensieri vengono quasi cancellati. Quasi. Ma lo sento che potrei scendere ancora più in profondità; che dentro di me c’è l’abisso.

In cantina sento di essere rinchiusa, prigioniera, alla tua mercé. Bendata, incatenata: puoi farmi quello che vuoi e non vedo, non posso oppormi. Tutto il mio corpo è vigile e attento, sento ogni spostamento, ogni tocco, e più è rude più mi manda scariche di adrenalina in tutto il corpo e al cervello, svuotandolo, facendomi ancora di più sentire solo quello che sento col corpo.

Ci sono sovrapposizioni, concomitanze, non sono divisa in compartimenti. Sono sempre io in un posto in fondo a me stessa, dove arriva poca luce ma si sta bene.

Sono felice che mi rinchiudi qui.

Catarsi

Le corde tirano. Tengo gli occhi chiusi. Voglio sentire, voglio lasciarmi andare, ho bisogno di lasciarmi andare; ma ancora non vado. Sento il chiacchiericcio degli altri partecipanti al peer rope, le risate, la musica di sottofondo. Le corde scorrono, passano, disegnano uno schema e mi bloccano le braccia dietro la schiena. Salgono e lo strappado va in tensione, facendomi chinare in avanti; appoggio la testa al tappeto.

Cater, dietro di me, mi abbassa i leggings e mi scopre il culo. Brivido: non me l’aspettavo.

Il primo tocco della rotellina già mi dà una sensazione fortissima. Passa alla base del culo, verso l’interno, e il mio sesso si contrae.

Cater mette mano al frustino, poi allo slapper, mi strizza le chiappe, mi passa la rotellina ovunque, premendo, dal culo alle cosce alla pianta dei piedi. Strillo. Ma tengo anche gli occhi chiusi e sento. Ascolto il dolore, lascio che si sostituisca ai miei pensieri.

Pausa. Mi si avvicina e mi chiede se va tutto bene. Mi stringe.

Vorrei annuire, dire che va tutto bene, che mi sta piacendo. Invece. Il contatto, il dolore che ha tolto i miei filtri, gli innumerevoli pensieri che mi hanno occupato la testa negli ultimi giorni, le emozioni compresse, tutto arriva ad esplodere in quell’abbraccio. Lo sento arrivare e desidero che esca. Affondo la faccia nel suo braccio e piango.

Lo sapevo di essere in uno stato emotivo complicato. In un momento di grande consapevolezza poche ore prima glielo avevo detto, che avrei potuto piangere. L’ho preparat* a gestirmi.

Cater mi tiene, mi stringe. Lascia che pianga. Poi riprende a strizzarmi, mi afferra la carne tra le dita e stringe, contorce e io torno a strillare di dolore. Il dolore si sovrappone alle lacrime, si interseca: la testa vola, non penso più. Cater mi solleva la maglietta e mi scopre i seni, ci attacca le pinzette e tira.

Boccheggio, urlo, le lacrime scorrono sul viso, il sesso mi si contrae, grido e godo. Un orgasmo feroce, affamato, che si abbevera al dolore che sento e se ne disseta. Tremo, travolta da una catarsi di cui avevo un terribile bisogno.

kat e Cater

Auguri di buone feste

Famiglie, parenti, lavoro, amici, cene con clienti, cene aziendali, acquisti. Il periodo non è dei migliori. Il tempo scarseggia ed è già tutto pianificato.

Vedersi solo un’ora, in un parcheggio, per scambiarsi gli auguri, è già un dono di per sé. E sono auguri che mi restano addosso e mi accompagnano, col bruciore della vergogna e del dolore, per tutte le feste.

Frusta

Sento il sibilo leggero della frusta che rotea nella mano del Padrone.
Ad ogni sibilo corrisponde una riga dolorosa che mi segna il culo.

Gemo, il viso affondato nel lenzuolo: non voglio gridare, non voglio che si fermi.

Il dolore pungente della frusta non mi è più così insopportabile come un tempo; lo accolgo, lo sento. Il dolore mi attraversa la carne e mi fa vibrare le viscere, annebbiare la testa.

Un gesto brusco mi fa allargare le gambe, l’improvviso ronzio della wand mi fa sobbalzare. “No”, imploro. La vibrazione sulla figa è insopportabile: rifiuterei un orgasmo? Sì, lo rifiuto, non lo voglio, ciò che desidero ora è il dolore. Tutta la mia percezione era proiettata lì, sul dolore: questa sensazione violenta in mezzo alle gambe ora mi distrae, mi distoglie da quel piacere, mi deruba del masochismo per impormi un altro piacere.

“No, no!”, imploro ancora, mentre la vibrazione mi apre in due e non posso fare altro che godere.

“Godo, Padrone”
“Godi, troia”

Grido un orgasmo violento, doloroso, feroce, non voluto, che mi sconquassa le carni.

Quando la frusta scende di nuovo sibilando, strillo e mi agito, la pelle resa più sensibile dal piacere provato. Non la reggo più.

Punto di rottura

cane vs culo

Quando l’intensità supera una certa soglia, il dolore diventa piacere profondo, viscerale, assoluto.

Il susseguirsi dei colpi è incessante, violento, crescente. Vedo il Padrone nel riflesso del vetro della libreria: seduto, poi in piedi, il braccio che si muove, il cane che sforbicia ferocemente l’aria e si abbatte sul mio culo, sempre più forte.

Agito le braccia cercando un appiglio che non c’è, urlo affondando la faccia nel cuscino. Il dolore cresce, cresce, il culo brucia, la mia voce si spezza in gola, diventa rauca, il dolore mi affonda nelle viscere e diventa piacere, terribile, assoluto piacere. Giro gli occhi all’indietro e gorgoglio. E’ un orgasmo della carne, del corpo, di tutto il mio essere che si dona al Padrone, che si fa poltiglia per Lui.

Atroce, violento, perfetto

Il sottile bastoncino di rattan ticchetta e colpisce, costante.
Sobbalzo ad ogni colpo, il culo sempre più dolorante e, immagino, arrossato. Non vedo nulla, tengo gli occhi chiusi dietro la benda: ascolto il colpire, la Sua mano che cala il cane senza stancarsi, senza pause; ascolto il dolore che sale.
Mi mette dentro un dito, due forse. Scivola: so come il mio corpo reagisce a questo dolore, e la vergogna che provo non fa che aumentare il bagnato.
Mentre mi colpisce mi penetra, sento il piacere salire, artiglio l’aria con le mani.

“Godo, Padrone”
“Godi, troia”

Gemo e strillo, l’orgasmo mi si espande nelle viscere. Sollevo la testa, boccheggio. Continuo a godere, la sensazione persiste, mi scava dentro. Di colpo mi rendo conto che il Padrone non mi sta più toccando. C’è solo il cane, che scende implacabile. Com’è possibile…? Sento ancora… nelle viscere.
Non connetto più, non capisco, non riesco più a pensare. Resta solo la carne, il sentire, il bruciare del dolore, il cane che colpisce sempre più forte.

Sollevo il culo, incontro al dolore. Godo di nuovo. Ho gli occhi sgranati dietro la benda, incredula io stessa dell’intensità che mi attraversa la carne, incredula di godere del solo dolore, grata che diventi ancora più forte, più violento, più pesante, che mi faccia gridare e gemere di gola, in versi gutturali che denunciano la sensazione che provo – un dolore perfetto.