Toxicity

Piegata sulla cavallina, ricevo i colpi. Uno, due, dieci, mille. Chissà. Lui, lei: non lo so e non cerco di capirlo.
Scendo in un subspace talmente profondo che di colpo divento consapevole della musica di sottofondo; il mio cervello si sintonizza su quella e va in loop. I colpi che ricevo si confondono con la batteria, col basso che mi scava nelle budella. Sono da qualche altra parte, e inizio a cantare a bassa voce. E’ un basso mugolio, sorrido con gli occhi chiusi dalla benda e canto, godendo delle endorfine, del dolore, dell’intensità che vivo.

Disorder

Disoooordeeerrrr

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Regina Nera – 13 gennaio

rn-13-gen-2017

Attraversare il ponte sopra la stazione con già addosso i Monet Demonia (gli stivali con il taccone e la zeppona che ho scelto per il play party), prendere il pullman per arrivare a Roveri, attraversare a passo svelto il sottopassaggio surreale e deserto e arrivare al Red quando la serata non è ancora iniziata.
Sfilarsi i leggings e il maglioncino e restare in body e calze a rete a maglia larga. Sono ingrassata tanto, eppure ho deciso questa mise e non mi vergogno. Bere di nascosto la Monster Assault (nuova! provo sempre gli energy drink nuovi) che mi sono portata imboscata nella borsa, versandola nel bicchiere ormai vuoto del primo drink (rigorosamente analcolico).

Fare tappezzeria in sala clinical, osservando piercing e incisioni. Girare nel salone, guardando i giochi col latex, così lucidi e distanti dal mio interesse; chiacchiere sugli sgabelli, sguardo che vaga, ogni tanto il cellulare in mano. Parlare, guardare: persone bellissime nell’intimità silenziosa del gioco che fanno in un pubblico che è assolutamente privato, in un modo privato che è un privilegio poter osservare in pubblico. Gratitudine. Occhi chiusi, teste che si reclinano, il suono secco dell’impatto sulla carne che è una musica che canta di fiducia, piacere, dolore, scambio, appartenenza.

Venire riaccompagnata all’albergo da una coppia fidata che lungo il tragitto cita Bauman e se ne compiace, e me ne compiaccio anch’io. Risalire le scale fino al letto con un sorriso tra il divertito ed il malinconico, rammaricarsi di avere dimenticato lo struccante, dormire.

Fear play

Mi abbraccia, mi stringe, mi tiene.
Mi sento accolta, protetta, al sicuro.
Nello stringermi mi affonda le unghie nella carne, eppure questo nulla toglie alla mia sensazione di protezione, anzi: è come se la sua cura si ancorasse ancora più a fondo in me. Mi abbandono senza timore alcuno, gemendo.
Mi accompagna a terra, facendomi prima inginocchiare per poi farmi stendere.
Di colpo i suoi movimenti si fanno bruschi. Mi gira, mi apre; aiutato da lei mi tiene ferme braccia e gambe. I colpi si fanno secchi, crudeli.
Il cambiamento è repentino e drastico. Di colpo non sono più al sicuro.

Non so come succede.

Non so che mi succede.

Già un’ora dopo la sessione non ricordo più esattamente cosa è accaduto o come. Lo ho rimosso? Non so.
So che urlo. Non sono i miei soliti strilli di dolore misto a piacere. No: urlo di dolore e di paura.
Mi gira, mi spinge, mi tira; le sue mani si abbattono con crudeltà. Grido, gli occhi bendati, il corpo dolorante dalla lunga sessione di sculacciate e graffi precedente. Questo è completamente diverso. E’ diversa l’intenzione, e ad occhi chiusi la percepisco con estrema, terrificante chiarezza.
Per un attimo penso di gridare “ho paura!”, ma non lo faccio, anche se è la verità. Ho paura.
Ogni fibra di me ha paura.
Una parte di me capisce, in modo oscuro, che fa parte del gioco, sa che di certo è una cosa che lui sta facendo con coscienza, che ha provocato questa paura intenzionalmente. Ma ho paura davvero.
Mi lascia andare con un gesto brusco, come a gettarmi via, e io mi rannicchio in posizione fetale, le braccia a proteggere la testa. Ansimo e tremo, non solo per il freddo del pavimento. Sento un suono secco e strillo, convinta di essere stata colpita – e subito dopo mi rendo conto che non è così, è stato solo un rumore. Un altro tonfo, più vicino alla mia testa: di nuovo salto e strillo, terrorizzata.
Ho paura, ma sono paralizzata. Mi sale dalla gola un gemito lamentoso, continuo, il respiro corto. Non riuscirei a scappare nemmeno se mi venisse in mente di farlo. Ho solo paura e resto tremante a terra. Forse spero di diventare invisibile, che mi lasci stare, che vada via, via. Eppure non riesco a dire basta, né ad implorare pietà; forse è un effetto dell’abbandono di prima. Sono abbandonata anche nella paura.
Quattro mani scendono ad accarezzarmi. Sobbalzo al tocco, prima di rendermi conto che non mi stanno facendo male. Sono restia a rilassarmi: temo che sia solo un trucco per farmi calmare e poi infierire ancora, a tradimento. Ma non riesco ad impedirmi di fidarmi, di aprirmi. Cerco di respirare più a fondo, di calmarmi, di smettere di tremare. Le carezze continuano, mi tolgono la benda dagli occhi e capisco che è finita davvero.
Mi sollevano, mi avvolgono in una coperta e mi mettono a riposare.
Torno al mio abbandono ed alla grata beatitudine della discesa da sensazioni tanto forti, intense e totalizzanti.

Giorni dopo, realizzo che in quei momenti nemmeno per un attimo mi è passata per la testa la safeword.

Ancora giorni dopo, torno da loro. Mi guardano in tralice, mi chiedono: ma, quello che hai scritto… era una licenza poetica?
Resto perplessa: no, di cosa parlate?
Si guardano. Mi guardano.
Scopro così di non avere mai gridato né strillato: non un suono è uscito dalle mie labbra durante tutta la sessione. Solo qualche singulto, qualche respiro strozzato.
Sgrano tanto d’occhi, ma non ho motivo di non crederci. L’intensità della sensazione ha bruciato le mie percezioni.

Il cuore continua a battermi forte in petto.

Descrivere

Altre volte, durante il gioco assaporavo una sensazione e immediatamente la descrivevo. Nella mia mente si formavano da sole le parole per descrivere poi, in un post, quello che stavo provando. 

Stavolta, no. 

Ci ho anche provato, per un attimo; ma subito l’intensità del gioco mi ha trascinato via. Non ho potuto pensarlo, solo sentirlo. 

Ed ora non ho le parole per descriverlo. Ma solo una calda sensazione che mi culla, e il dolore residuo che mi accompagna palpitante. 

Complemento di luogo

Scorro il feed di Facebook del mio profilo vanilla e trovo un post carino di un’amica che propone un gioco: “Scrivi nei commenti ‘per Natale vorrei’ e poi completa la frase con la parola centrale suggerita dal completamento automatico del tuo telefono”. 

Seguono commenti sgrammaticati, buffi. Sorrido e decido di partecipare. Il mio telefono così suggerisce riferimenti a cene di lavoro, a clienti e… “a Mestre”. 

Non posso evitare che mi salti il cuore nel petto, ed osservo quelle parole con uno strano senso di emozione, nostalgia, desiderio e con un mezzo sorriso sulle labbra. 
Resto col dito a mezz’aria, titubante se pubblicare il commento, come se il solo nome del luogo potesse in qualche modo essere rivelatorio per tutti di ciò che significa per me. 

Piano/forte

Sono stanca, terribilmente stanca. Ho dormito poco e fatto una mattina intensa di lavoro.
Mi dicono: faremo aghi. Subito penso: chissà se reggo. Sono così stanca, e gli aghi non sono proprio “la mia cosa”. Quante volte li avrò fatti? Due? Tre? Non abbastanza da essere tranquilla sulle sensazioni che possono darmi: so che possono darmi fastidio, invece che piacere.
Tuttavia intanto sto zitta, lo tengo per me. Mi dico: vediamo come sto quando iniziamo.
Quando iniziamo lo dico: sono stanca; non so come reagirò. Facciamo una cosa tranquilla, per favore – chiedo. Una cosa più estetica che dolorosa. Facciamo piano, per favore.
Mi siedo, scegliamo un disegno e cominciamo. Un ago alla volta, uno a sinistra, uno a destra.
Non li conto. Dopo forse una decina di aghi la testa comincia a farmisi confusa. Capisco che non capisco cosa mi succede. Alzo una mano: non voglio fermarmi, ma preferirei stendermi, perché forse svengo: sono stanca, e non capisco cos’è questa sensazione. Solo che la testa mi si fa pesante, e mi pare di cadere.
Così mi stendo. Gli aghi entrano: a sinistra sono dolorosi, a destra quasi non li sento, chissà perché. Ma un ago alla volta scendo in una sensazione calda. Come immergermi un gradino alla volta in una vasca di acqua bollente. Sento che è doloroso, ma anche rilassante.
Non so cosa glie lo abbia suggerito; forse intuito da Dominante, o capacità di leggere le sensazioni del sub, o semplice sadismo: mi passa le dita lungo gli aghi inseriti; e poi preme. Preme sugli aghi, sulla carne trafitta; preme forte e mi suona.
Sono così terribilmente stanca. La stanchezza mi diluisce il cervello, e le endorfine entrano da ogni dove. Ho un singulto, poi un altro, poi gemo. Mi rendo conto che emetto gli stessi versi rochi di quando godo, ed in effetti il dolore è intenso e potente come una scarica di piacere. No, non provo piacere in senso sessuale – provo il piacere del dolore. Me ne abbevero e vorrei che non smettesse, che mi precipitasse sempre più a fondo in questo pozzo bagnato e caldo, in quest’acqua torbida che mi lambisce e mi sommerge. La stanchezza gioca con Lui, diventa sua alleata e gli apre le porte del mio essere. Non posso opporre nessuna resistenza. Mi lascio affogare.

Rimango confusa per ore, dopo, a bearmi di questo abbandono, di questa inaspettata sessione di dolore che credevo di non essere in grado di sopportare.
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Needles Play for Sadists – The Piano from SadicaMente on Vimeo.

Consapevolezza

A giochi finiti, con le luci accese e la normalità che sta riprendendo piano piano possesso di me, Lui copre in due passi la distanza che ci separa e con un ghigno feroce viene col viso a un centimetro dal mio, incombendo su di me che mi sento ancora più piccola.
Dice: “Perché sei…?”
Sobbalzo, arrossisco, abbasso la testa e chiudo gli occhi. Il cuore mi salta in gola e vorrei che la terra mi inghiottisse. Boccheggio, ma raccolgo la voce per rispondere:
“…cagna”.
Lui si rialza, mi dà una brusca carezza sulla testa, sorride e si allontana soddisfatto.
E nonostante sia umiliante e mi vergogni da morire, non riesco a fare a meno di sorridere e di pensare che adoro essere chiamata (e trattata) così.