Profondità

Dentro di me si nascondono profondità. Nella mente, nel cuore, nelle viscere: un intero mondo nascosto dalla luce del sole, freddo eppure caldo, ostile eppure accogliente.

Quelle profondità non lasciano andare via facilmente: ci si innamora del buio, dei riflessi delle acque torbide, dei coralli e di tutto ciò che vive in quegli abissi. Creature oscuramente familiari, che si nascondono negli anfratti e si desidera invece scovare, fare uscire, far respirare; così simili eppure così diverse dal sé che si conosce in superficie.

Sento sempre il richiamo di quelle profondità. Il desiderio di immergermi dentro me stessa, di scendere giù, cambiare prospettiva, percezione. I suoni diventano ovattati, le sensazioni pervasive, scorrono su tutto il corpo come immersi in un liquido denso. Tutto diventa meravigliosamente, curiosamente distorto.

Sono profondità in cui ci si può perdere; luoghi da cui si può non volere o non riuscire a tornare.

Risalire da certe profondità in modo repentino e brusco provoca embolia e dolore. Bisogna risalire lentamente, dolcemente. Lasciare scorrere le acque perché tornino placide nell’abisso, pronte ad accoglierti di nuovo, la prossima volta: un luogo sicuro in cui rifugiarsi.

Umiliazione come emozione

Viene dallo sguardo, o dalle parole.

Succede quando sento quello sguardo su di me, uno sguardo specifico, particolare: lo sguardo che mi denuda, che mi apre, che mette in evidenza la mia vergogna. Me lo sento scorrere addosso, quello sguardo, mi ricopre di una patina umida, calda, che mi rende consapevole di ogni millimetro di pelle esposta.

Succede quando sento certe parole, pronunciate con un certo tono: parole ed epiteti che mi inchiodano nell’imbarazzo, che sottolineano i miei desideri osceni. Quelle parole mi schiaffeggiano e mi strappano i vestiti di dosso, mi spogliano del mio aspetto rispettabile, mi gettano nel fango e mi ci fanno rotolare.

In quei momenti l’emozione che provo è assoluta: mi getta il cuore nello stomaco, mi fa cedere le gambe e bagnare il sesso, le viscere mi si contraggono e la pelle si increspa.

Quella emozione è l’umiliazione.

Si può obiettare che l’umiliazione non è un’emozione; eppure per me lo è. Quell’umiliazione che mi arriva in quel modo, in quel contesto, naturalmente; un’umiliazione proiettata al corpo, alle sensazioni che provo. Essere messa in mezzo ed esposta. Diventa allora un’emozione fisica: sorge dalla carne e nella carne mi fa affondare, mi rende consapevole delle mie cavità, mi immerge nel momento presente, nel sentire materiale che si trasforma in brividi e cuore che accelera, in contrazioni interne e desiderio, in capezzoli duri e sottomissione.

Sguardo rubato

Stesa a terra, le cosce legate, una appesa al bambù, in alto, l’altra allargata sul pavimento, aperta; mi metti un piede tra le gambe, premi, e la sensazione di essere calpestata mi arriva amplificata.

Non sono bendata, ma tengo gli occhi chiusi, o giro la testa per tenere lo sguardo basso, spostato: evito di guardarti perché, insomma, non si guarda il Padrone, no?

Invece, ad un certo punto, oso.

Apro gli occhi e alzo lo sguardo: cedo al desiderio, alla curiosità di vederti ora, in questo momento, mentre in piedi sopra di me tendi le corde, mi calpesti, mi apri. Per osservarti mentre mi fai male, scoprire come sei. Così oso guardare.

Hai gli occhi aperti, attenti, così scuri e intensi; tu che li tieni sempre quasi socchiusi, una sottile fessura da cui guardi il mondo senza prenderlo troppo sul serio. Adesso sono così grandi: osservi. E’ attenzione quella che vedo? Cura, precisione, controllo, potere; ma anche piacere, soddisfazione: uno sguardo che non si lascia sfuggire nulla, attento a gestire quello che succede e a farlo succedere, ma anche che si gode ogni dettaglio della tua schiava legata che ansima e geme, il corpo segnato ed esposto. Hai un’espressione così seria, intenta, la bocca socchiusa e le pupille dilatate. Emani intensità.

Giro di nuovo lo sguardo prima che tu veda che ti sto guardando; rubo questa immagine di te che mi emoziona per la forza che trasmetti.

Pensieri improvvisi

Mi spingi a terra; prendi due corde, mi tiri in ginocchio prendendomi per i capelli e inizi a farmi girare la corda intorno al corpo. La corda ad un certo punto si ingarbuglia, o forse c’è un giro sbagliato: disfi con gesti nervosi. Mi scappa da ridere e mi schiaffeggi. Allora mi zittisco e mi concentro, in ascolto. Stringi con forza.

Mi fai alzare e mi appendi al bambù, il corpo costretto nel tk. Tiri e sono obbligata a stare in punta di piedi. Mi leghi un’altra corda in vita, la passi tra le gambe e la leghi di nuovo in alto; mi sento tagliare in due, preme dove sono sensibile. Ti vedo chinarti davanti a me e so che mi legherai le gambe unite, rendendo ancora più difficile stare in punta di piedi, aggiungendo difficoltà al dolore e dolore alla difficoltà. Unisco già le gambe e infatti me le leghi insieme, stringi subito sopra le ginocchia. (Anche se me l’aspettavo, è dura lo stesso). Ansimo, cerco di mantenere una parvenza di equilibrio, sento la corda che tira sulle braccia, in vita, tra le gambe e ora sulle cosce.

Avvolgi la corda restante dalla legatura alle gambe e la porti in alto, veloce me la giri ancora intorno alla pancia, sui fianchi, mi stringi la carne dove era già stretta, mi obblighi a stare piegata.

Penso: ma sei stronzo.

Il pensiero mi attraversa la mente di colpo, senza che lo abbia voluto pensare, mi sale spontaneo dal dolore e dalla scomodità di questa legatura. Fino adesso quello che mi stavi facendo me lo aspettavo; questo no. Ed è proprio una cosa stronza.

Ti siedi ad ammirare la tua opera e mi spingi coi piedi per farmi dondolare.

Io ansimo, gemo, la bocca aperta ad annaspare un’aria che fatica ad entrare nel mio corpo compresso, costretto. Chinata in avanti, tirata in direzioni contrapposte, mi vedo: appesa, in punta di piedi, la carne solcata dalle corde, piegata e obbligata in una posizione scomoda, dolorosa, difficile. Mi sento vibrare e so di essere bagnata.

Sono spaventosamente consapevole di ogni centimetro teso e dolorante del mio corpo nudo e so che questo corpo lo hai disposto per te.

Le ferite che ci infliggiamo

In seguito ad incontri e confronti che ho avuto nella community poli e bdsm mi è sorta questa riflessione, che ho impiegato parecchio a mettere in ordine nella mia testa e a scrivere.

Una delle basi imprescindibili di un rapporto D/s (come di ogni altro, ma qui è enfatizzato) è il consenso: le parti entrano in un rapporto di scambio di potere previo consenso libero, informato, entusiasta, come si dice. La parte sottomessa acconsente liberamente a cedere alla parte Dominante il proprio potere, ovvero la propria libertà, volontà, capacità decisionale, entro i limiti concordati, che possono essere più o meno ampi, conformemente a quanto viene negoziato prima dell’inizio del rapporto.
Poi, nel corso della relazione, sarebbe bene rinegoziare, ogni tanto. Verificare che tutto stia andando bene, che i limiti siano ancora quelli giusti (in caso stringere o allargare), eccetera.

Sono queste cose risapute, condivise, anche se non sempre così bene applicate; perché si sa, sulla teoria siamo tutti ferratissimi, ma nella pratica talvolta alcune cose scivolano, perché sono noiose, lunghe, ovvie, ne abbiamo già discusso, non serve parlarne.
In questo caso è (relativamente) facile accorgersi che qualcosa non va come dovrebbe. Se uno dei due sente che c’è una cosa di cui si dovrebbe parlare, perché stona, o non torna, o semplicemente sente di averne bisogno, bisognerebbe appunto parlarne, e se la controparte si scansa, beh, è una red flag, come si dice in gergo: un segnale di pericolo.

Ci sono altre situazioni, però. Meno facili da individuare, meno chiare, meno nette; più liminali, sottili. Le bandiere non sono rosse, qui; forse ci sono ma sono di altri colori e non si individuano così facilmente; o forse non ci sono, perché non ci sono persone che si comportano male o con malizia.

Succede allora che ci infliggiamo ferite e non sappiamo come.

Una volta entrati nelle profondità del D/s ci si trova in un mondo caldo, liquido. Un mondo sotterraneo di desideri, sensazioni, emozioni viscerali.
Una volta ceduto il potere ci si sente meravigliosamente; ci si sente al proprio posto, accompagnate, protette, gestite: senza responsabilità. L’unico obiettivo diventa soddisfare il Padrone, ed è molto bello.
Allora, però, dove va a finire la negoziazione? Se si parla, si riesce a parlare? Si riesce a comunicare chiaramente, sinceramente? Intendo: si riesce a dire la propria verità senza che questa venga sovrascritta dal compiacere il Padrone?
(Avevo anche tradotto e pubblicato qui un articolo che ne parlava, su come comunicare mantenendosi sottomessi.)

Nella mia esperienza, in passato, ho vissuto alcuni momenti in cui, estremamente coinvolta nel D/s, profondamente sottomessa, nella comunicazione io non ho dato un consenso entusiasta, quanto piuttosto un’obbedienza entusiasta.

Le due cose si assomigliano molto, a un livello di percezione. Ero convinta del mio sì. Nessuno mi ha forzata né manipolata. Ma in me ardeva un desiderio feroce di soddisfare il Padrone; dunque, il mio consenso era libero, visto che io non lo ero?
Vivendo il D/s con così tanta forza, questa questione diventa spinosa, liminale, complessa. Ovviamente non si applica ad ogni relazione in ambito BDSM. Ma per chi lo vive con un coinvolgimento molto forte, può diventare un problema.

In tutto questo, che responsabilità può avere la parte Dominante? Come si dice spesso: un Dom, per quanto bravo, non può leggere nel pensiero, ed è vero. Se chiede consenso e questo viene dato, quali strumenti ha per capire se è sincero o no? O meglio: per capire se è libero o guidato dall’obbedienza? Perché quanto a sincerità, essa è indubbia; ma nella testa del sub l’obbedienza è una forza trainante, potente, che sovrascrive ogni altra. Non si può affermare né che la sub abbia mentito nel dare il consenso, né che il Dom lo abbia estorto. E’ la dinamica stessa in cui vivono a complicare la questione. Però, questa sovrapposizione può portare, soprattutto a posteriori, a dispiaceri, sensazioni di tradimento, ostilità, recriminazioni. Da una parte come dall’altra.

Io so di avere dato talvolta un’obbedienza sincera invece che un consenso sincero. Ma so che ero sincera. Ho sofferto? Sì. Posso dare colpe al Padrone? No.

Credo che ci voglia una consapevolezza immensa: di sé, della controparte, della dinamica e dei suoi anfratti, e quindi dei suoi pericoli – non solo quelli fisici, legati alle pratiche, ma soprattutto quelli emotivi, legati alla relazione. Parlare di sicurezza in relazione alle pratiche è facile; alle emozioni, difficilissimo. E’ una discussione da fare anche a livello di community, sicuramente.
Non sono sicura che si possa evitare del tutto questo pericolo, questa confusione tra consenso ed obbedienza; ma sarebbe meglio esserne consapevoli e riuscire a creare uno spazio di comunicazione il più possibile sicuro e paritario anche nel D/s più verticale.

E questo non significa solo responsabilità da parte del Dom di accogliere questa comunicazione, ma anche responsabilità del sub di darla, di conoscere il proprio desiderio di compiacere, soddisfare, obbedire e non farsene guidare in questi momenti.

Riconoscersi

In piedi, con il cappuccio in testa che mi blocca dentro me stessa, le sensazioni che mi rimbalzano dentro senza che possa vedere, la pinza sulla lingua che mi fa sbavare dolorosamente, le mollette addosso che mi fanno gemere, le mani bloccate dietro la schiena, le caviglie legate insieme, nuda, con le mutande a mezza coscia, davanti a te.
Ti sento, sento il suono di te che ti sposti, di te che mi guardi, in queste condizioni, davanti a te.

Nel rumore bianco che sempre invade il mio cervello quando scendo nel modo migliore dentro me stessa attraverso il bdsm, un pensiero si forma: ecco, mi piace. Sono una persona a cui piace tutto questo: il dolore, l’umiliazione, essere legata e bendata alla mercé di un uomo che mi fa questo.

E’, forse, un’epifania.

E’ vero: mi piace. Lo cerco. Posso goderlo. Posso, davvero? Posso, Padrone? …Posso, davvero.

Aggiungi una, due mollette tra le mie cosce: ho un singulto e sento il calore attraversarmi, sciogliermi e colare da dentro di me, tra le mie gambe. So che mi toccherai e troverai la prova che mi sta piacendo, che mi piace il dolore della carne pizzicata, mi piace l’umiliazione della bava che cola, mi piace la sensazione di essere inerme, bloccata, aperta, vulnerabile, a tua disposizione.

Oggi non lo combatto: lo abbraccio.
Oggi non penso che il modo giusto per goderlo sia viverlo attraverso un velo di sensi di colpa, di vergogna. Oggi lo riconosco, riconosco me stessa in questo, fino in fondo. Oggi lo dico, oggi lo grido. Oggi lo accetto. Anche la vergogna, certo. Sì, sono io.

Un passo più in là

Sono tredici anni che vivo il BDSM.
Ho esplorato: all’inizio avevo più o meno idea di cosa potesse piacermi, ho letto libri (saggi e romanzi), ho provato, ho posto limiti. Ho fatto cose. Parecchie cose.

Dopo così tanto tempo, ho perduto quella sensazione di novità, il brivido di provare qualcosa di incredibile, di mai fatto, di mai pensato.
O meglio: credo di averla perduta. La maggior parte del tempo pratico pratiche che conosco, che ho già fatto, che so come funzionano su di me. Anche se, certo: ogni volta è un viaggio nuovo; solo perché conosco la strada, non vuol dire che non mi goda il viaggio. Ma non c’è più quel vuoto allo stomaco, quel senso di salto nell’ignoto che mi faceva scoprire una nuova sfaccettatura di me, che toglieva un velo che magari nemmeno pensavo ci fosse.

E poi.

E poi c’è sempre un passo ulteriore. Una pratica nuova. Un’esperienza diversa. Una cosa che avevo detto che non avrei mai fatto, che pensavo fosse troppo o che non facesse per me. Una cosa a cui non avevo mai pensato. Una cosa di cui avevo visto una foto porno da adolescente e che era rimasta in un cassetto impolverato della mia mente. Una cosa che no. E poi succede.

E mi travolge.

Lo stomaco in gola, il cuore nello stomaco. Il cervello soverchiato, incapace di pensare. Quell’emozione così forte perché inaspettata. Le viscere che si contraggono: mi bagno, ansimo e godo di un piacere torbido, rimescolato, dell’anima più che del corpo.

A viso scoperto

Mentre sto sbavando e leccando mi sfili il cappuccio e sono infinite maschere quelle che mi togli.

Mi osservi con i tuoi occhi a fessura e anche se sono quasi chiusi li sento che mi scrutano. Sento il tuo sguardo penetrante che mi entra dentro e vede tutto di me. Tutto.

Mentre ho il cappuccio sono dentro di me: sento con il corpo e non posso più pensare; divento cosa, divento animale, divento oggetto, divento schiava, divento tua. Ma, nel momento in cui mi hai tolto quel cappuccio, quell’ultima difesa, mi sono trovata ad essere ancora più nuda. Tutto di me è rimasto esposto: tutte le sensazioni evidenti sul mio volto. Ti ho sentito guardarle e abbeverartene.

Sono diventata ancora più tua.

Dentro

Sto ansimando.
Sto ansimando? E’ il mio respiro il suono che mi rimbomba nelle orecchie? Sì, è il mio stesso respiro.

Dove sono?
Sono chiusa dentro. Chiusa dentro me stessa.
Sto scendendo in un posto scuro, nell’abisso che è in me.

Prima, la camicia di forza. E’ calda, mi trattiene abbracciata a me stessa.
Poi, il gancio, che agganci alla cinghia in vita. Lo sento, dentro, ogni volta che inspiro.
Poi, la maschera da cane in neoprene. Mi ovatta i suoni e amplifica il suono del mio respiro.
Poi, la cinghia intorno alle cosce. Mi stringe e mi immobilizza.

Ansimo. Mi sento stretta, chiusa. Sempre di più.

Poi, le cavigliere legate coi moschettoni. Non posso più muovere i piedi.
Poi, il collare da postura. Mi costringe in posizione.
Poi, la ball gag. Non posso più deglutire.
Poi, la benda sugli occhi. Buio.

Rilasso i muscoli e sono nel vuoto. Il mio respiro si calma.
Non vedo nulla. Non sento suoni. Non posso fare nulla. Galleggio.

Non succede nulla, eppure succede tutto. Sono nelle tue mani. Immobilizzata, chiusa, bloccata, inerme; la testa si fa leggera, si svuota di ogni pensiero. Sono solo corpo: un bozzolo. Sento ogni centimetro di carne: quella nuda e quella coperta di lacci, quella esterna e quella interna.

Sono qui dentro e mi ci hai messa tu.
Grazie.

Giù

Mi tocca qualche corda profonda che mi porti in cantina e mi incateni, che mi tieni nuda per terra, nello sporco. Mi sento schiava, prigioniera, indifesa; scendo in uno stato mentale animale. Istinto, sensazioni fisiche, allerta: i pensieri vengono quasi cancellati. Quasi. Ma lo sento che potrei scendere ancora più in profondità; che dentro di me c’è l’abisso.

In cantina sento di essere rinchiusa, prigioniera, alla tua mercé. Bendata, incatenata: puoi farmi quello che vuoi e non vedo, non posso oppormi. Tutto il mio corpo è vigile e attento, sento ogni spostamento, ogni tocco, e più è rude più mi manda scariche di adrenalina in tutto il corpo e al cervello, svuotandolo, facendomi ancora di più sentire solo quello che sento col corpo.

Ci sono sovrapposizioni, concomitanze, non sono divisa in compartimenti. Sono sempre io in un posto in fondo a me stessa, dove arriva poca luce ma si sta bene.

Sono felice che mi rinchiudi qui.