subservientspace

for this is what I feel

Tag: safeword

  • Arrotare

    La “r” di “rosso” che tremola tra la lingua e i denti; produce bollicine sul palato ma non esce.

    Ho goduto?
    Non lo so. Troppe sensazioni, piacere, dolore. Il vibratore sulla figa, i colpi sul culo.
    Forse ho goduto: i colpi successivi fanno estremamente male, sono più sensibile.
    Forse no: la tensione non si allevia anche se il clitoride ormai mi duole e basta; anche il piacere è diventato una tortura.
    So solo che strillo e salto.
    E quando il cane cala per l’ennesima volta, sulla coscia stavolta, urlo un urlo di gola, di dolore che morde atroce e crudele e in quel momento lo sento: sento il Suo piacere sadico nell’infliggermi quel dolore che è solo terribile dolore – e non dico la safeword. Aspetto il colpo gemello sull’altra coscia (che non tarda ad arrivare) e mi contorco.
    Una parte di me si dispera: perché mi odia? perché mi fa questo? Ma un’altra parte sa: questo è quello che ho scelto, questo è quello che voglio. Mettermi al servizio del Suo piacere, abbandonare il mio solo desiderio egoista e lasciare che Lui si diverta. Il mio piacere non sia più solo il rumore bianco di un orgasmo devastante che annebbia il cervello, ma sia il faticoso assaporare di riflesso ciò che Lo rende felice.

    Aspetto ancora qualche attimo, la safeword arrotolata sulla punta della lingua, abbarbicata e pronta; comunque non posso, non potrei proseguire, non ce la posso fare più. Ma Lui posa gli strumenti.
    Mi accarezza, mi passa le mani calde sulle cosce martoriate. Ha finito, capisco che ha finito. Mi rassicura, mi blandisce senza dire una parola; solo le sue mani addosso, a contatto, delicate ora.
    Non mi sta davvero accarezzando; non sono propriamente coccole. Mi passa le mani sui segni e so che apprezza i solchi in rilievo lasciati dal cane. Il suo gesto è deciso, forte senza essere duro. E’ sempre la mano del Padrone, solo di diversa qualità.
    Mi morde, sento il sentore umido della Sua bocca, i denti che mi stringono la carne. Penso: mi divori, Padrone; non lasci nulla di me.
    In quel momento smetto di singhiozzare ed il respiro mi si fa più calmo, lento e profondo. Lentamente, ritorno.
    Mi fa alzare e mi accompagna a stendermi alla mia cuccia; barcollo e crollo distesa. Mi accarezza la testa e mi stende addosso una coperta di pile azzurro; ne assaporo il tepore.

    Senza quasi accorgermene, scivolo in un confuso dormiveglia fatto di immagini della sessione appena conclusa, delle voci dei Padroni che chiacchierano, del bruciore dei segni sulla carne che struscia sulla stoffa.
    Mi lascio avvolgere in quell’oblio, e riapro gli occhi solo per guardarLo.

  • Intensità

    E poi c’è un momento in cui scavalco.
    Non credevo ci sarebbe stato, né che avrebbe potuto esserci.
    Urlo e gemo, l’intensità del dolore a un livello tale che faccio fatica a sopportarlo. I capezzoli stritolati nella morsa delle mollette, tirati dai cordini, la cera che cola e il flogger che colpisce. Tutto insieme. Si aggiungono il vibratore grosso, e gli schiaffi sulle cosce, il mio punto più sensibile.
    Ho un singulto e scavalco.
    Sulla ripidissima china della soglia del mio dolore, mentre scivolo all’indietro lambita dalle fiamme, d’improvviso trovo un appiglio, o mi arriva una spinta, e vado oltre. Supero la cima della collina e volo giù per il dirupo, dall’altro lato; resto sospesa, come appesa a un paracadute.
    La sensazione è simile all’essere appena uscita da un concerto dopo essere stata accanto alle casse. Ho come un fischio nelle orecchie, tutto è ovattato e il mio cervello fluttua nella bambagia.
    Il dolore continua, ma mi pervade; non resta più sulla mia superficie. Dalla pelle affonda i suoi artigli nella carne, si espande come un liquido rovente e mi colma.
    Sto strillando? Sto piangendo? Un gemito acuto mi sale dalla gola. I miei occhi sono aperti ma non so cosa vedono. I miei muscoli tremano, stravolti dalla tensione.
    Da questa bolla sospesa, infine, esco esplodendo di nuovo in un grido di dolore. Stringo i denti e sto per dire la safeword, quando penso: ma mi piace. Già. Mi piace. Mi immergo ancora nella bolla: in apnea, sento talmente tanto che non penso più; tutto il mio essere è percorso da brividi, nel corpo e nell’anima.

    Pietosamente, il Padrone cala intensità e mi scioglie, facendomi riposare. Ansimo e tremo, raccogliendo i pezzi del mio sé, facendoli di nuovo scivolare insieme, come da bambina giocavo col mercurio dei termometri che si rompevano.

  • Una parola di troppo?

    Ci sono volte che vorresti rimangiarti quello che hai appena detto; parole scappate perché eri arrabbiato, o stanco, o triste.
    Altre volte invece ti penti di non aver detto qualcosa. Persa l’occasione, chissà se si ripresenterà mai la possibilità di dire quello che pensavi in quel momento.
    In entrambi in casi il rovello del detto/non detto ti mangia da dentro.

    Questo non dovrebbe mai capitare con la safeword.

    Da discussioni con altri ho visto che c’è poca chiarezza sul termine; per me è una parola (o un segnale) di sicurezza, che il Dom o il sub possono utilizzare per interrompere una scena o una sessione per qualsivoglia motivo, dal crampo al flashback emotivo al dolore troppo intenso. C’è chi ne ha di due livelli, una per interrompere momentaneamente e una per interrompere del tutto. Per me vale averne una sola, che interrompe sul momento, permettendo di parlarsi, spiegare che succede e vedere se proseguire o cosa fare a seconda del motivo per cui si è interrotto.

    Alcuni, invece, la considerano l’estremo baluardo da non raggiungere mai, perché farlo significa superare le colonne d’Ercole oltre le quali non vi può essere ritorno. Ovvero, si chiude baracca e burattini e non si gioca mai più.
    Altri ancora la reputano una sfida: picchiami ma non la dirò mai, costi quello che costi.

    Stante che c’è chi la considera così, diverse persone mi hanno detto di considerarla superflua, se non addirittura pericolosa: il Dom gioca fidandosi del fatto che il sub dirà la safeword in caso di bisogno, quest’ultimo invece tiene duro (per motivi suoi) all’infinito… e si arriva a provocare dei danni non auspicabili. La safeword diventa pericolosa perché è un mezzo di sicurezza che può non venire usato.
    Per me equivale a dire che un guard-rail è pericoloso perché può esserci chi ci va addosso apposta per vedere se tiene, e magari finisce nel dirupo. Ovvero, viene considerato pericoloso il mezzo e non il comportamento di chi lo usa (o lo dovrebbe usare). Togliere il guard-rail per me non è una soluzione, perché allora il dirupo è più facilmente accessibile anche a chi non vorrebbe avvicinarcisi troppo.

    Si dice: ma un bravo Dom capisce se il sub sta male, perché lo sente empaticamente e sa leggere i messaggi non verbali. Ora. Una cosa è l’empatia, un’altra la telepatia. Per quanto ami anch’io pensare al mio Padrone come a un essere soprannaturale che tutto può, non è così: è un essere umano tale e quale a me. Soggetto a sbagliare, anche nelle condizioni migliori possibili.
    Per questo c’è (ci dovrebbe essere) la safeword: per passare una parte di responsabilità al sub. Chiaro che la parte più consistente di responsabilità sul buon andamento della sessione rimane al Dom – che è quello con la frusta in mano, quello che non è né legato né imbavagliato e quello che ha il controllo della situazione. Dare la responsabilità della safeword al sub non significa deresponsabilizzare completamente il Dom che allora può pensare “gioco a cazzo di cane, ‘ndo cojo cojo, alla peggio mi dice la safeword”.

    Si gioca in due. Chi si affida ha il dovere (verso se stesso e verso l’altro) di affidarsi responsabilmente. Perché senza assunzione di responsabilità anche la consensualità comincia ad avere dei confini labili: posso consegnare consensualmente solo ciò su cui ho giurisdizione; se non sono responsabile di me, quale responsabilità sto donando al Dom?