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Tag: sarcasmo

  • Quarantenne

    Leggo Arrivederci amore, ciao di Massimo Carlotto. 

    All’inizio del libro, il protagonista giovane, bello e criminale ha fatto un’arte di sedurre le quarantenni per approfittarsi del loro denaro, o meglio di quello del loro marito ignaro. 

    Mi rendo conto d’improvviso che parla delle “quarantenni” come di una specifica categoria di donne le cui peculiari caratteristiche non vengono esplicitate ma sono autoevidenti: già solo dire “quarantenni” le inquadra molto bene, le rende riconoscibili: annoiate, parcheggiate in un matrimonio di comodo, ma estremamente vogliose e desiderose di andare a letto con un ventenne aitante. 

    Leggo e realizzo: io sono una quarantenne. 

    Di colpo questa categoria di cui leggo mi appartiene: parlano di me. O meglio, non proprio di me: di una generalizzazione in cui rientro, a nessun altro titolo se non l’età. 

    Faccio parte davvero di questa categorizzazione? Non quella anagrafica cui per forza di cose appartengo, s’intende, ma quella implicita. Corrispondo a questo stereotipo? 

    (Spoiler: no)

    E’ sempre curioso accorgersi di rientrare in una categoria stereotipata. Si pensa sempre che i modelli siano applicabili agli altri, una cosa in cui incasellare le altre persone, non se stessi: noi siamo sempre unici e distinguibili, ai nostri propri occhi, poiché conosciamo tutte le infinite sfaccettature che ci caratterizzano e che impediscono le generalizzazioni. Eppure, per gli altri non abbiamo la medesima empatia. Così, trovo divertente accorgermi di rientrare, ad occhi altrui, in un modello, solo sulla base dell’età, che si porta dietro altre caratteristiche. E’ sempre interessante riuscire a guardarsi da fuori. 

  • Brat

    In ginocchio, passo la spugna sul pavimento. Quando alzo gli occhi, vedo che il Padrone mi sta osservando; abbasso subito lo sguardo e frego con più solerzia. Lui ridacchia.
    “Sai qual è la cosa divertente?”, chiede, rivolto a Sua moglie; “Che non ha ancora capito una cosa. Intanto, io mi diverto”
    Rialzo lo sguardo. Stava parlando di me, certo; giro gli occhi attorno, sperando di cogliere un indizio di ciò che avrei dovuto capire, ma non ne ho idea. Lui sogghigna.
    “Be’, ma, sa, Padrone”, esordisco, “io sono felice che lei si diverta, quindi ci metto tanto a capire”. Le parole mi escono senza che riesca a fermarle, la faccia mi si tira in un sorrisetto furbastro. Rimango stupita di me stessa.
    Lui sbuffa una risata: “Ma tu guarda che faccia da culo”, ride.
    Io ritorno a concentrarmi sul pavimento.
    Sono stranamente euforica, non riesco a smettere di ridacchiare tra me. Mi sento una peste. Non sono mai stata una peste; o forse sì. Solo non sapevo di esserlo. Sono linguacciuta e pungente, faccio battutine sarcastiche e taglienti; mi vengono spontanee. Mi vien da sé fare la facciadaculo.
    Pensavo di essere più docile, più sottomessa; invece, mentre non è in dubbio la mia indole sub, mi comporto in modo pestifero, qualche volta. In alcuni momenti mi sorgono le battutine ma mi trattengo, per decenza, conscia che non è nel mio ruolo dire certe cose – non dovrei nemmeno pensarle, forse! Ma in altri mi scappano. Poi, mi stringo nelle spalle e mi faccio piccola piccola, sperando di far ridere, di ricevere un’occhiataccia o uno sculaccione che mi facciano piacere, che mi “puniscano” tra mille virgolette per la mia sfacciataggine.

    In quei momenti torno indietro alle scuole medie, quando punzecchiavo il sedere della mia compagna di banco con la punta del compasso perché si arrabbiasse, mi saltasse su e mi insultasse. Era un gioco, non c’era nessuna vera rabbia; era un primissimo, larvale, inconscio rapporto Dom/sub. Torno a quelle risate, a quelle finte botte, al suo sguardo fiammeggiante e al suo sogghigno nel potermi punire della mia provocazione.
    Mi batte ancora forte il cuore.

  • Serva

    Questo mio rapporto attuale è decisamente diverso dal precedente, che pure è stato importante, intenso e fondamentale per me.
    Quello è stato un rapporto fondato sulla crescita, l’educazione; il mio Padrone è stato un vero Mentore e mi ha permesso di conoscermi, accettarmi, arrivare ad una consapevolezza di me basilare per poter stare bene e procedere oltre.
    Adesso inizio a sentirmi libera di giocare.
    Come una serva che in cucina ruba una fetta di pane tagliandola sottile perché i Padroni non se ne accorgano, anche io ora rubo parole, attenzioni, gesti. Mi permetto una sfrontatezza che non mi conoscevo, ma che con evidenza si impone alla mia (e Loro) attenzione con la spontaneità che solo le attitudini innate e connaturate alla propria essenza sanno essere.
    Lo faccio anche perché questo rapporto, mi pare, concede un po’ di margine al divertimento.
    Il mio errore è stato considerare che dovesse essere identico al precedente, o almeno molto simile, ed ho faticato a comprendere il mio fastidio quando se ne discostava – pur essendo consapevole, o così credevo, che non potesse essere uguale.
    Ma il mio Padrone SadicaMente ha scelto per sé un nome assolutamente corretto: è un sadico, non un mentore; un educatore all’inglese con in mano un paddle, non un libro. Gioca con me come il gatto col topo; non ha impostato un rapporto terribilmente serioso in cui i ruoli siano gotici, vittoriani, rigidi e paurosi. Mi educa ad essere ciò che Lui desidera, che è il meglio che io possa dare, certo: ma gioca. Con cattiveria ed intelligenza.
    Ed io mi sento “autorizzata” ad essere un po’ SAM, quel famoso Smart Ass Masochist.
    Sto imparando molte cose.

  • La mamma è sempre la mamma

    Forse, alla fine dei conti, dovrei persino ringraziare mia madre. Dopotutto, volendo fare un po’ di psicologia da quattro soldi, è anche merito del rapporto disturbato che abbiamo sempre avuto se da grande sono diventata la persona masochista e sottomessa che sono. Se ora posso godermi certe emozioni ed esperienze così forti ed intense, è anche grazie a lei. Forse.

    In ogni caso, preferisco avere incontri SSC con un Padrone che mi umilia e mi frusta facendomi godere, piuttosto che andare a pranzo da lei a subire sensi di colpa e lamentele che non mi provocano alcun piacere.
    Masochista sì, scema no.
    Sono cresciuta, mamma; non sono più la tua bambina.