subservientspace

for this is what I feel

Tag: sottomessa

  • Disclaimer

    Quello che io scrivo qui sono mie sensazioni, mie riflessioni, mie impressioni. Sono esperienze, emozioni, desideri. Questo blog è un contenitore per una parte della mia vita – quella che voglio raccontare. La esprimo in un modo che sia coerente con ciò che sento, che sia sincero e che sia (spero) piacevole da leggere, anche per chi non vive/condivide questa mia vita.

    Quello che questo blog non è, è una lista della spesa di richieste sottintese al mio Padrone.

    Il fatto di scrivere di ciò che scrivo non è un modo di tirare per la giacca il mio Padrone per farmi fare quello che voglio. Non ci sono pretese, solo sensazioni.

    Piuttosto è vero il contrario: se scrivo che desidero qualcosa, è più facile che non l’otterrò mai. Perché svelandomi qui apertamente consegno nelle mani del mio Padrone tutte le mie debolezze, tutte le leve su cui lavorare su di me, tutta la verità del mio cuore esposto.
    Rivelare un desiderio credo sia ben diverso dal sottintendere una richiesta.

    Qualora la mia scrittura rivelasse una richiesta implicita, preferirei io stessa di gran lunga che non venisse soddisfatta. Perché sarebbe un comportamento indegno di una schiava; sarebbe manipolatorio e subdolo e disonesto, ed io mai nella vita vorrei comportarmi così. Se lo facessi (di certo inconsciamente) allora vorrei essere rieducata e corretta, non accontentata.
    E io confido e so che il mio Padrone sappia bene come gestirmi.

  • Pavlov

    Una volta il Dubstep proprio non mi piaceva. Anzi, prima ancora di averlo mai ascoltato, lo conoscevo di fama attraverso i meme di internet come una musica per adolescenti che se la tiravano o una cosa del genere; ero quindi molto prevenuta.
    La prima volta che ho sentito un pezzo di Skrillex ho pensato che fosse un po’ troppo pesante; tuttavia, Aphex Twin mi è invece sempre piaciuto, e non è che sia molto più leggero.
    Adesso, in ogni caso, ho cambiato completamente punto di vista.
    Essendo il Dubstep la musica preferita del mio Padrone, l’ho ascoltata mille volte da Lui. Così ora non solo mi piace, ma mi provoca una reazione pavloviana.
    Quando la sento, mi immergo nella Sua presenza; mi eccito, mi emoziono e comincio a tremare. Lo vedo battere il tempo, inclinare la testa. Inizio a sognare, a sentire quasi le fruste che mi danzano sul corpo, che si abbattono e mi segnano. Sento addosso il Suo sguardo, il Suo tocco brusco, forte, potente. Mi lascio avvolgere da questi suoni bassi, martellanti, dalle sensazioni viscerali che mi scuotono dentro, di desiderio e sottomissione.
    Alzo il volume, dischiudo le labbra e ansimo.

  • Bolla

    Il tempo, durante una sessione, si dilata. Scorre più lento ed insieme più veloce; passano ore senza che me ne renda conto, eppure ogni istante è pregno e vischioso. Non si calcola più in minuti, ma in colpi.
    Il tempo diventa allora un’immensa bolla di liquido denso che si ingrossa e mi ingloba; fluttuo al suo interno, lasciandomi trasportare dalle correnti, dagli spostamenti dati dalle sculacciate, dalle frustate; ogni colpo mi scuote, mi rovescia. Mi sento capovolta, perdo sensibilità alle estremità.
    Entro in subspace e nemmeno me ne rendo conto.
    Mi lascio portare, sbattere, spingere, galleggiare. Lui mi afferra e mi sposta a Suo piacere, riportandomi a galla per prendere fiato e rigettandomi nell’abisso. Divinità di questo mare nero in cui desidero affogare.
    Infine mi trascina sulla battigia della mia coscienza, tramortita, semincosciente, scossa e felice. Collasso sul bagnasciuga, inconsapevole di dove mi trovi, solo grata per essere stata in balia dell’oceano ed essere stata riportata a riva, naufraga di me stessa.

  • Bau

    Venire ridotta a non poter parlare; legata e immobilizzata in una posizione scomoda; posta in un angolo a giocare con ossi di gomma, una ciotola d’acqua a fianco. Ricevere bocconi di cibo dalla mano del Padrone.
    La mia mente che non smette mai di elucubrare, immaginare, arrovellarsi, finalmente viene zittita. Cessa di pensare e inizia a sentire e basta. Inizio allora a vivere ad uno stadio molto elementare, senza più pensieri né preoccupazioni. Le mie emozioni sono amplificate; impazzisco di gioia per una carezza sulla testa.
    Anche la scomodità dei lacci, anche l’umiliazione di essere trattata come un animale e non più come una persona, contribuiscono a donarmi uno stato di pace mentale che provo di rado.
    Sono il Suo cane, e scodinzolo di felicità.

  • Serva

    Questo mio rapporto attuale è decisamente diverso dal precedente, che pure è stato importante, intenso e fondamentale per me.
    Quello è stato un rapporto fondato sulla crescita, l’educazione; il mio Padrone è stato un vero Mentore e mi ha permesso di conoscermi, accettarmi, arrivare ad una consapevolezza di me basilare per poter stare bene e procedere oltre.
    Adesso inizio a sentirmi libera di giocare.
    Come una serva che in cucina ruba una fetta di pane tagliandola sottile perché i Padroni non se ne accorgano, anche io ora rubo parole, attenzioni, gesti. Mi permetto una sfrontatezza che non mi conoscevo, ma che con evidenza si impone alla mia (e Loro) attenzione con la spontaneità che solo le attitudini innate e connaturate alla propria essenza sanno essere.
    Lo faccio anche perché questo rapporto, mi pare, concede un po’ di margine al divertimento.
    Il mio errore è stato considerare che dovesse essere identico al precedente, o almeno molto simile, ed ho faticato a comprendere il mio fastidio quando se ne discostava – pur essendo consapevole, o così credevo, che non potesse essere uguale.
    Ma il mio Padrone SadicaMente ha scelto per sé un nome assolutamente corretto: è un sadico, non un mentore; un educatore all’inglese con in mano un paddle, non un libro. Gioca con me come il gatto col topo; non ha impostato un rapporto terribilmente serioso in cui i ruoli siano gotici, vittoriani, rigidi e paurosi. Mi educa ad essere ciò che Lui desidera, che è il meglio che io possa dare, certo: ma gioca. Con cattiveria ed intelligenza.
    Ed io mi sento “autorizzata” ad essere un po’ SAM, quel famoso Smart Ass Masochist.
    Sto imparando molte cose.

  • Lo penso ma non lo dico

    Ho un compito da eseguire, uno di molti, con una scadenza ravvicinata; un ordine del Padrone. Un compito che richiede tempo, impegno, concentrazione.
    Sono però anche molto presa col lavoro, restando in ufficio tutti i giorni oltre l’orario corretto, e sarò via tutto il weekend.
    Pensandoci, trovo un escamotage per completare il mio compito senza doverci impiegare troppo tempo. Lo so che è un trucco, e che probabilmente non è del tutto corretto rispetto all’intenzione del Padrone.
    Così, piuttosto che farla sporca e farlo e basta, chiedo il permesso al Padrone. Sperando che questa mia pretesa onestà mi ripaghi con un assenso ed un sollievo dal compito.
    E Lui mi risponde – ovviamente, prevedibilmente, conoscendolo – che vede il mio trucco e non lo considera valido. Se possibile, aggiunge carico al mio compito.

    In quel momento, mi vengono alla mente molte parole, molti titoli. Una parola con la S; una parola con la B. Parole che non superano la barriera delle mie labbra.
    In fondo, so quanto sia orgoglioso di essere tale.

    La mia rabbia in un attimo azzera tutte le belle parole, le forti intenzioni pronunciate sinora: sottomissione, accettare la Sua volontà, eccetera. Bla bla bla.
    Sono incazzata nera, anche perché so di essermi fregata da sola – perché sapevo che era un trucco, un escamotage, e sono andata a consegnarglielo di persona nelle Sue mani.
    Cosa speravo? Che facesse uno strappo? che mi concedesse di aggirare le Sue stesse disposizioni?
    Questa rabbia mi fa pestare i piedi, bambina capricciosa che strilla il suo antipatico UFFA. E’ una rabbia vuota e so che sbollirà, facendomi tornare a cuccia bastonata; ma finché dura, mille pensieri di ripicca, di offesa, di capriccio mi si accavallano in testa – senza che esca una sola parola.

    La prossima volta – forse – la farò sporca.
    Forse – perché dentro di me lo so che barare in questo modo annulla il senso profondo di tutto ciò che è importante in un rapporto come questo. Ed ogni volta che dico “solo per questa volta” spiano la strada alla volta successiva.
    Ancora fatico a chinare il capo e procedere; ma lo faccio, cercando di imparare.

  • Bianca

    Cammino come instupidita, anestetizzata. Galleggio dentro la mia testa, pilota inesperta del mio stesso corpo.
    Quando finalmente esco, alzo la testa nel sole e laggiù, dietro le case, gli alberi, brillano candide le montagne; di colpo inspiro, respiro di nuovo.
    Tutta la pioggia che è caduta ieri, quella pioggia fitta, insistente, gelida, triste, sotto la quale ho camminato senza aver voglia di sbrigarmi, tutta quella pioggia in montagna è divenuta neve. In un altro posto, nello stesso momento, quella tristezza era meraviglia.
    Ed ecco che capisco che anche se sto male non è senza scopo. Quella fatica, quel dolore, si mutano in qualcosa di bello.
    Voglio essere lì: in mezzo alla distesa candida della neve, al freddo. Perché quel freddo mi svegli, mi dia la forza di accettarlo e accoglierlo. Perché la sofferenza non è nulla davanti all’immensità della perenne gelida distesa dei monti innevati. Se anche soffro, vengo ripagata con le stesse lacrime di sangue del mio cuore; sanguino volentieri e con gioia perché allo stesso tempo percepisco il mio petto dilatarsi, espandersi e raggiungere nuove vette di consapevolezza.

    Ascolto dubstep a palla ed è quasi come essere con Lui. Annego i pensieri in quella musica così poco musicale, ma così forte da travolgermi e lasciarmi tramortita e felice.
    La tensione si sfoga, esplode da in mezzo alle mie gambe; resto placata per un po’ e poi torno a tendermi, non più storta ma diritta, affusolata. Mi inarco verso di Lui, per Lui, e spero che vorrà presto giocare ancora con le mie corde, far scattare quest’arco.

  • La percezione della punizione II

    Ho letto un articolo interessante sull’esistenza di un’esperienza che viene chiamata slavespace. Si tratta di una cosa molto diversa dal più noto subspace.
    Quando un sub va in subspace, è interamente concentrato su sé stesso. Io, infatti, mi perdo in una sensazione soffusa e allo stesso tempo dilatata, in cui sento moltissimo ed insieme ho una soglia del dolore molto più alta; fluttuo dentro me stessa ed attorno allo spazio circostante, assorbendo ogni stimolazione.
    Lo slavespace invece si impara a conoscere più facilmente durante una punizione, non durante il gioco, ed è una percezione amplificata ma proiettata verso fuori di sé, verso il Padrone. Inizia con lo smettere di lamentarsi della punizione e con l’accettare interamente, senza più riserve, il proprio ruolo. Poi, cresce a diventare una consapevolezza di sé, del ruolo, che si può presentare anche al di fuori della punizione.

    Scrive l’autrice dell’articolo: “Il subspace è un posto estremamente piacevole dove stare; lì, non considero affatto il mio Padrone, ma ogni mia energia è rivolta al mantenermi in quello stato alterato di percezione di piacere.
    Nello slavespace, al contrario, non sono affatto concentrata su me stessa, ma ogni attenzione è rivolta al Padrone. E’ un luogo dove posso obbedire e servire con un senso di soddisfazione mentale pari a quella fisica del subspace, ma senza l’egoismo del subspace”.

    Incorro in una cosa scritta dal mio Padrone: la mia punizione consiste nel privarmi del gioco; ma, nel punirmi, anche Lui si priva del gioco. Così, la mia punizione è doppia, perché devo portare il peso anche della Sua mancata soddisfazione.
    Rimango un attimo ferma a rileggere quelle righe. Ancora, lo slavespace è un luogo distante da me: non avevo pensato al fastidio del Padrone nel non giocare; ero rimasta compresa nel mio dispiacermi per me stessa per essere punita e a bocca asciutta. C’è un passo ulteriore che devo fare, che ancora non ho fatto, che vedo ma che non mi appartiene completamente.
    Abbandonare me stessa in Lui.

  • 24/7

    Quando vivo qualche giorno (ma anche qualche ora) dai Padroni, in ruolo in ogni momento, poi non vorrei mai tornare indietro. Vorrei vivere sempre in 24/7.
    Pensandoci, però, posso farlo. Anche senza farlo davvero.
    Nel mio rapporto con il Padrone, alla fine, io sono sempre in ruolo. Non è che se non sono in Sua presenza, ad esempio in settimana mentre sono a casa e lo sento via messaggi, io non sia la sua slave. Non è che gli mandi messaggi tipo “ué vecchio come butta?”. Nella mia appartenenza, nel mio rapporto con Lui (e con la Lady), sono sempre sottomessa.
    Ho degli ordini da seguire; degli obiettivi da mantenere; delle indicazioni di comportamento. Posso sentirmi in 24/7 nel vivere questi aspetti quotidiani, diciamo in un certo senso ridotti, del mio essere slave.
    Certo non vado in ufficio nuda col collare, né in pizzeria in dress.
    Ma nello scegliere il cibo da mangiare, nell’accomordarmi al collo la catena che è il mio collare quotidiano, nello scrivere a Lui, nel chiedergli un permesso, nell’addormentarmi senza potermi masturbare… io sono sempre in ruolo. E’ un sentire interiore. Più sottile del codice di comportamento che devo tenere in Sua presenza, ma non per questo meno forte.
    Certo, in Sua assenza ho momenti di debolezza. Patisco la distanza. Rimpiango di non essere là. Ma cerco di sentirmi là con l’anima.

  • Boicottarsi

    Serata di chiacchiere al pub tra taralli, noccioline e una birra; io (sub/slave), due Dom, una switch. Tra loro, iniziano a parlare di come gestire un sottomesso qualora esso si riveli pieno di ansie, paure, paranoie.
    D’improvviso, mi rendo conto che non voglio più saperne niente; non vorrei più sentirli. Mi sembra di vedere un mago che svela i suoi trucchi, rovinandomi la magia.
    E poi penso: sono anche io patetica nel modo in cui dicono possa esserlo uno schiavo nelle sue seghe mentali, nei suoi complessi? Con angoscia, mi accorgo di combaciare con le loro descrizioni, tanto che per un attimo penso stiano parlando di me come se non fossi presente.
    Sono anche io come dicono: mi auto boicotto per fallire nei miei compiti, per dimostrare a me stessa e al mondo (e al Padrone) che non posso farcela, che sono la fallita che sono convinta di essere, e che per questo non merito che di essere abbandonata.
    Ecco dunque spiegata la mia fame nervosa. Mangio compulsivamente per ingrassare, per dimostrare che non posso essere magra e bella perché non lo merito, devo essere intrinsecamente brutta e grassa; prendo peso per fallire la prova della bilancia dal Padrone,  per essere punita per aver pensato di poter essere degna.
    Una parte di me mi odia e fa di tutto per farmi del male.
    Guardo i miei amici; li ascolto confrontarsi, concordare nell’interpretazione di questo comportamento: uno si auto boicotta per paura, paura di un rapporto intenso e coinvolgente nella convinzione autolesionista di non meritarlo, nella bassissima autostima di non meritare nulla. Paura di lasciare il controllo.
    “Che stress – commentano – dover togliere spazio al gioco per delle paturnie; non sarebbe meglio lasciarsi andare, affidarsi e divertirsi?”
    Li osservo inorridita: sono anche io così. Così facile da capire, così banale nei miei processi psicologici, così prevedibile nell’agire le mie ansie. Così stressante.

    Da una parte, mi sento una merda.
    Dall’altra, voglio assolutamente smettere di sentirmi una merda a questo modo, per non essere più commiserata da alcun Dom, per non infliggere più una simile menata infinita di seghe mentali e paranoie al mio Padrone.