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Tag: umiliazione

  • Lamenti, non lamentele

    “Mi sembra che tu ti stia lamentando”.

    No, in verità no. Non sono lamentele quelle che senti, non sto protestando, non ho nulla da eccepire, non avanzo rimostranze.

    Quelli che senti sono i miei lamenti.

    Gemiti, singhiozzi, singulti, strilli, e anche “insomma” e “uffa” di vergogna. Suoni che emetto per esprimere il dolore, il colpo che arriva, l’umiliazione, la richiesta che mi imbarazza, la penetrazione improvvisa, il possesso che eserciti su di me.

    Sì, mi sto lamentando… ma no, non mi sto lamentando.

  • Ammettere di volere

    Una schiava, si sa, non può dire “voglio”.

    Si mette a disposizione, accoglie ciò che il Padrone le concede (o le impone), anela, supplica, ma non avanza richieste né esprime desideri. Una volta terminata la negoziazione e consegnato il proprio potere, all’interno dei limiti concordati, perde la possibilità di dichiarare la propria volontà. O meglio: smette di averne una. Deve smettere di averne una propria: la sua volontà diventa quella del Padrone.

    Eppure.

    Eppure, quando sono legata, per terra, nuda; mentre tremo e sbavo sul pavimento e attendo con trepidazione la prossima cosa che mi farai; e sono esattamente quella cosa molle e accogliente che anela e supplica e aspetta e non ha volontà se non quella del Padrone; in quel momento ti fermi e mi domandi “Cosa vuoi?”

    Lo detesto, lo detesto con tutte le mie forze. Mi dibatto e spero che tu ci ripensi, che mi farai qualcos’altro e basta, che ti dimenticherai di avermi chiesto questa cosa inopportuna che mi inchioda ai miei desideri e mi umilia. E invece ripeti: “Cosa vuoi?”. Giro la testa, strizzo gli occhi, cerco di scomparire nel pavimento; ma è vero, è vero: voglio che tu mi faccia altre cose, ci sono cose che spero che mi farai. Ma detesto doverlo ammettere, dovermi fare carico di chiederlo, dover dire certe cose: mi vergogno, è umiliante; è tanto più comodo e deresponsabilizzante stare solo a subire senza dover lavorare, senza dovermi sforzare, senza dovermi esprimere se non a gemiti e strilli.

    Nel suo senso più vero, mi sottometti: mi obblighi a fare una cosa che sono riluttante a fare, superi il mio limite e mi porti ad ammettere ciò che desidero, che sì, le voglio tutte quelle cose che faccio finta di non volere, che mi vergogno a chiedere. Mugolo e borbotto la mia risposta e puntualmente mi imponi di ripetere ad alta voce e io sprofondo sempre di più.

    Nel dire “voglio” è il momento in cui mi sento più sottomessa.

     

  • Umiliazione come emozione

    Viene dallo sguardo, o dalle parole.

    Succede quando sento quello sguardo su di me, uno sguardo specifico, particolare: lo sguardo che mi denuda, che mi apre, che mette in evidenza la mia vergogna. Me lo sento scorrere addosso, quello sguardo, mi ricopre di una patina umida, calda, che mi rende consapevole di ogni millimetro di pelle esposta.

    Succede quando sento certe parole, pronunciate con un certo tono: parole ed epiteti che mi inchiodano nell’imbarazzo, che sottolineano i miei desideri osceni. Quelle parole mi schiaffeggiano e mi strappano i vestiti di dosso, mi spogliano del mio aspetto rispettabile, mi gettano nel fango e mi ci fanno rotolare.

    In quei momenti l’emozione che provo è assoluta: mi getta il cuore nello stomaco, mi fa cedere le gambe e bagnare il sesso, le viscere mi si contraggono e la pelle si increspa.

    Quella emozione è l’umiliazione.

    Si può obiettare che l’umiliazione non è un’emozione; eppure per me lo è. Quell’umiliazione che mi arriva in quel modo, in quel contesto, naturalmente; un’umiliazione proiettata al corpo, alle sensazioni che provo. Essere messa in mezzo ed esposta. Diventa allora un’emozione fisica: sorge dalla carne e nella carne mi fa affondare, mi rende consapevole delle mie cavità, mi immerge nel momento presente, nel sentire materiale che si trasforma in brividi e cuore che accelera, in contrazioni interne e desiderio, in capezzoli duri e sottomissione.

  • A viso scoperto

    Mentre sto sbavando e leccando mi sfili il cappuccio e sono infinite maschere quelle che mi togli.

    Mi osservi con i tuoi occhi a fessura e anche se sono quasi chiusi li sento che mi scrutano. Sento il tuo sguardo penetrante che mi entra dentro e vede tutto di me. Tutto.

    Mentre ho il cappuccio sono dentro di me: sento con il corpo e non posso più pensare; divento cosa, divento animale, divento oggetto, divento schiava, divento tua. Ma, nel momento in cui mi hai tolto quel cappuccio, quell’ultima difesa, mi sono trovata ad essere ancora più nuda. Tutto di me è rimasto esposto: tutte le sensazioni evidenti sul mio volto. Ti ho sentito guardarle e abbeverartene.

    Sono diventata ancora più tua.

  • Giù

    Mi tocca qualche corda profonda che mi porti in cantina e mi incateni, che mi tieni nuda per terra, nello sporco. Mi sento schiava, prigioniera, indifesa; scendo in uno stato mentale animale. Istinto, sensazioni fisiche, allerta: i pensieri vengono quasi cancellati. Quasi. Ma lo sento che potrei scendere ancora più in profondità; che dentro di me c’è l’abisso.

    In cantina sento di essere rinchiusa, prigioniera, alla tua mercé. Bendata, incatenata: puoi farmi quello che vuoi e non vedo, non posso oppormi. Tutto il mio corpo è vigile e attento, sento ogni spostamento, ogni tocco, e più è rude più mi manda scariche di adrenalina in tutto il corpo e al cervello, svuotandolo, facendomi ancora di più sentire solo quello che sento col corpo.

    Ci sono sovrapposizioni, concomitanze, non sono divisa in compartimenti. Sono sempre io in un posto in fondo a me stessa, dove arriva poca luce ma si sta bene.

    Sono felice che mi rinchiudi qui.

  • Come un torrente in piena

    Quando mi dici “usciamo” faccio un colpo. Non me l’aspettavo. È già tardi… Non ho pensato che volessi le cose nello zaino per questo.
    Mi vesto e finisco per sentirmi già vergognosa uscendo, perché il vestitino è tanto scollato.

    In auto mi bendi e mi metti la ball gag. Inizio a respirare pesantemente, sento salire la tensione. Mi distraggo cercando di mettere le polsiere, cosa non facile senza vedere; mi concentro sul compito, cerco ancora di essere brava.
    In pochissimo tempo siamo arrivati, e finisci tu di mettermele. Sento i gesti bruschi, anche quando mi sfili le infradito. Mi sembra davvero come se venissi rapita, portata via. Un po’ è paura reale, un po’ la sento parte della situazione.

    I piedi nudi sul terreno freddo e bagnato, ruvido; sassolini. Scesa dall’auto sono fuori, non sono più al sicuro. Posso solo sentire senza vedere, senza poter parlare.
    Mi togli il vestito e sono nuda, mi sento terribilmente nuda. Respiro, cerco di sentire il freddo, la natura, di amalgamarmi nella sensazione fisica, allontanare la paura.
    Quando parte la ventola dell’auto penso che sia una moto che si avvicina, tremo al pensiero di essere vista ed è un brivido misto di timore e di desiderio.
    Ti allontani. Sono sola. Cerco di sentirti, ascolto se fai rumore, ma sento solo lo scrosciare del torrente. Ho il terrore che mi arrivi una scudisciata a freddo, non so come dirti di non farlo, che sarebbe troppo.

    Poi, suono di catene, eccoti.
    Quando mi metti il collare e la catena, che è fredda, ho un brivido improvviso, tremo incontrollabilmente. Mi leghi le mani dietro la schiena e non posso più proteggermi. Mi sembra di gelare, il disagio fisico amplifica la paura.
    Mi tiri e ho paura di cadere, non vedo dove vado ma cerco lo stesso di avanzare. Sento i sassi sotto i piedi, l’umido, l’aria fredda. Sento la bava che mi cola dalla bocca e mi sento un animale. Non penso, non penso a niente, non riesco a pensare.

    Mi fai girare e mi porti indietro, forse. Metto i piedi in una pozzanghera: bagnato. Il freddo che sento cala.

    Sei vicino ora. Mi chiedi se voglio viverlo fino in fondo. Mi fai mettere giù, a quattro zampe. Le mani sul terreno, freddo, umido, sassi; sono animale. Non rabbrividisco più, la schiena non mi fa più male, ma temo i colpi, ho paura che sarebbe troppo e finirei per interrompere e invece voglio andare avanti; riesco a dirtelo. Sento le tue mani addosso e quasi ci ripenso.

    Umiliazione; sono nuda, sono esposta, non vedo niente anche se ho gli occhi aperti. Sbavo. Non ho controllo di nulla. Sono bagnata, in tutti i sensi. Il torrente scroscia dentro di me.

    Quando mi riporti indietro è un viaggio di migliaia di chilometri, da un luogo distantissimo che è dentro di me, o di te, o di entrambi. Sento il bagnato e lo sporco addosso e va tutto bene.

  • La poesia dello sputo

    Osservo quelle magnifiche immagini patinate, rigorosamente in bianco e nero, con sottomesse nude, lisce, magre, con gli occhi chiusi e il capo reclinato, e dominanti in giacca e cravatta, le mani nelle tasche, le spalle larghe e la testa spesso tagliata dall’inquadratura. Rappresentazioni dell’appartenenza come un qualcosa di impalpabile, rarefatto, emozionale come una seduta di cromoterapia al centro termale.

    Certo: appartenere è profondità, connessione, emozione e abbandonarsi all’altro.

    Ma quell’abbandono non è l’inizio: è l’arrivo.
    Il percorso per arrivare a quella profondità si declina e si sviluppa attraverso sensazioni fisiche, carnali, niente affatto auliche; anzi. Arriva attraverso lo sputo, il colare della saliva, lo strisciare per terra sotto i piedi del Padrone; leccare, odorare, aprirsi e lasciarsi usare.

    Sono bellissime quelle immagini patinate; anche a me piacciono, le guardo, le ribloggo su tumblr. E poi invece seguo tumblr a colori, con gif sporche, esplicite, pornografiche in ogni senso. Io so cosa c’è dietro quella patina lucida: una patina lurida. Attraverso lo sporco, il basso, l’inferiorità, lo schifo, striscio e mi abbandono, svuotata di tutto, ai piedi del Padrone, il mio posto, davvero. E nella nullità della schiavitù, mi sento rifulgere di quella luce, quella che poi riconosco rappresentata in quelle immagini rarefatte.

  • Weekend perfetto di appartenenza

    Domenica mattina. Mi giro verso di Lui.
    Lui allunga il braccio verso di me; io mi accosto, sorrido, penso che mi voglia abbracciare, stringere a sé.
    Invece, mi afferra di colpo per i capelli e mi spinge con forza la testa in basso, me lo fa prendere in bocca.

    Un tuffo al cuore; la sensazione è di sogno infranto. Mi aspettavo tenerezza, invece sono stata usata.
    Ed è una sensazione bellissima: sono Sua, sono una cosa, sono lì per servirlo, sono a Sua disposizione per quello che vuole. Gli appartengo. La frattura improvvisa, violenta, tra la mia aspettativa e il Suo agire mi dà i brividi: brividi che scorrono in me in profondità, brividi che riconosco. Lo sento.

    Mi muove su e giù, poi mi sbatte via. “Questo sì che è un buongiorno, kat”, dice.
    Io annuisco e vado a preparare il primo caffé.

    Cammino a mezzo metro da terra, felice come mai, nel vivere questo weekend con il mio Padrone.

  • La potenza delle parole

    L’ho immaginato così tante volte. Ore passate ad immaginare, fantasticare; a guardare gif e filmati e immagini porno aggiungendo nella mia mente il parlato, con quelle parole che tornavano, ripetute, ossessive.

    E ora le sento. Le leggo. Mi vengono dette. Ripetute.
    Non è più solo nella mia testa, non dipende più da me. Non è una qualche figura immaginaria a dirle.

    Ogni volta è un tuffo al cuore, visceri che si rimescolano e il sesso che si contrae.
    Mi sono auto-educata a reagire a quelle parole – o forse sono parole che mi hanno sempre fatto reagire, perché parlano al mio sé più profondo e nascosto.
    A sentirle davvero mi smuovono nella profondità, mi fanno vivere ciò che finora è stata solo fantasia. Fantasia oscura, segreta, mai rivelata a nessuno.

    Ed ora Lui entra e sfonda e mi ritrovo riversa sul pavimento senza quasi capire che cosa mi ha travolto.

  • Saliva

    Distesa, mi ordina di tenere la bocca aperta; lo sento incombere su di me, anche se tengo gli occhi chiusi: ne sento il calore, il respiro, la presenza. So cosa sta per fare e sto già tremando.
    Il suo sputo mi cola sulla lingua e in bocca.
    Gemo e mi dibatto in preda allo schifo.
    Non posso farne a meno, è più forte di me: mi fa schifo questo liquido viscoso e caldo che mi cola dentro col suo vago gusto di caffè. Chiudo la bocca, sbavo, lo faccio colare fuori, lungo le guance, strillando e rigirandomi.
    Mi ordina di nuovo di aprire la bocca. Strizzo gli occhi e lo faccio, controvoglia, il viso contratto in una smorfia, implorando mentalmente pietà, ma lo faccio.
    Eccolo, ancora, silenzioso e viscido; è tantissimo e faccio le bolle, schiumando, sputandolo, versandolo fuori dalla mia bocca. Lo stomaco mi si contrae per il senso di umiliazione che provo, per lo schifo che sento, per il piacere oscuro che mi rimescola i visceri: sono Sua, da usare come preferisce. Ricevo quanto mi dà.
    Ma è comunque più forte di me: in mancanza di un esplicito ordine che mi obblighi diversamente, rimetto la sua saliva fuori di me, a impiastrarmi la faccia.

    Più tardi, mi mette il morso. Dieci centimetri di gomma dura di traverso alla bocca, che mi impediscono di richiuderla o anche solo di accostare le labbra.
    Di nuovo distesa, lo sento di nuovo sopra di me; tremo, stringo i pugni, tengo gli occhi chiusi e spero che non lo faccia… ma naturalmente lo fa: con perfetta precisione sento il suo sputo insinuarsi tra il morso e il mio labbro inferiore, mi cola in bocca e sul mento, mi scivola sulla lingua.
    Non posso più opporre alcun trucco per rigettarlo. Sento la sua saliva in gola.
    Emetto versi, contraggo la faccia, mi dibatto ancora, giro la testa a destra e a sinistra ma non ho alcuno scampo.
    Ingoio il suo sputo ed è un’umiliazione più profonda e devastante che non se fosse sperma.

    Quando infine mi fa sollevare e mi toglie il morso mi sento stordita e annichilita, e felice di esserlo.