subservientspace

for this is what I feel

Categoria: riflessioni

  • Desiderio

    Come si fa a non desiderare ciò che si desidera di più? A non tendere verso ciò cui si agogna?
    Impossibile. Non smetterò mai di desiderare.
    Forse, ciò che posso fare però è raggiungere una nuova consapevolezza: che desiderio è diverso da bisogno.
    Il bisogno è pressante, imperativo, presuntuoso; cerca di imporsi, batte i piedi, fa di tutto per essere soddisfatto. Anche ciò che non dovrebbe, anche ciò che sa essere sbagliato.
    Il desiderio, invece, è placido; o dovrebbe esserlo. Tranquillo, mellifluo, indolente: si insinua, è voluttuoso e caldo. Non pretende, ma accoglie con trasporto.
    Un desiderio può diventare prepotente quando viene stravolto, quando si traveste da bisogno, quando si crede che senza che sia soddisfatto nulla possa andare bene. Quando si mette davanti a tutto il resto.
    Quindi, non è desiderare che è sbagliato; lo è cercare di imporre il proprio desiderio come se fosse un bisogno. E’ il confondere le priorità, i ruoli; i doveri con le voglie.
    Un desiderio feroce, sfigurato in bisogno, può travolgere e lacerare: non lascia spazio a null’altro. Oblitera e distrugge, spiana tutto il resto della vita della persona in sua funzione.
    Non va bene: diventa ossessione, pericolo.
    Ora il mio compito è addomesticare il mio desiderio; farlo tornare a cuccia, caldo e pronto a destarsi, ma sereno. Addolcirlo perché non si guasti nell’aspro del bisogno e farlo attendere placido. Quando sarà soddisfatto, allora, sarà davvero un piacere: mi avvolgerà e me ne lascerò avvolgere, e spanderà il suo calore d’attorno perché tutti ne possano trarre godimento. Non mi stritolerà più come ora che si crede un bisogno; non mi strozzerà più la gola facendomi piangere.

  • Onomastico

    Nel giorno del mio santo (come lo chiamano in Spagna) torno a ripensare me stessa, attraverso lo specchio del mio rapporto D/s.
    Sono io e non sono io; desidero e nego; ho una volontà ed un comportamento opposto. Scopro parti di me che credevo di aver nascosto bene, ed invece erano solo ammucchiate sotto il tappeto.
    Chi sono io? Perché talvolta sono in un modo, quando non vorrei esserlo?
    Quando avevo quattordici anni, al momento di iniziare una psicoterapia, il mio più grande timore era: e se scopro di essere diversa da come credo di essere? Di essere in realtà una stronza?
    Cionondimeno la intrapresi.
    Ogni tanto, in effetti, nella mia ricerca di me stessa, mai finita, mi si rivelano parti di me inaspettate, di stronza od altro; parti che mi lasciano l’amaro in bocca, su cui lavoro.
    Col tempo, sovviene anche la fatica: perché lavorare tanto per cambiarmi? Perché non barricarmi dietro l’inossidabile “sono fatta così” come scusa per infliggere al prossimo i lati più agri ed ingrati del mio carattere? Per imporre il mio capriccio?
    Eppure non smetto di faticare, di voler faticare per trovare sempre il bandolo della matassa, il modo di sbrogliarmi.
    Nella mia crescita come slave, lo sento: ho le mani immerse nel gomitolo, e prima o poi ne troverò il capo.

  • Credo

    Quanto credo nelle cose che faccio?
    Perché, se non ci credo io per prima, non ha molto senso farle, non è vero?
    Lavorare in un’azienda fortemente etica, con un coinvolgimento enorme alla cultura aziendale, significa crederci durissimo. Doverci credere, forse. Volerci credere, di sicuro.
    Ma il concetto si applica altrettanto bene alla vita in generale, alle scelte che compio anche ogni giorno.
    Ovvio che posso anche non credere nello yogurt di soia, al momento di sceglierlo al supermercato; ma in generale credere nelle proprie scelte, nelle proprie azioni, serve. Dà loro un senso.
    Se poi si rivelano sbagliate, è giusto riconoscerlo e rivederle, per un miglioramento continuo; ma permane l’importanza di continuare a credere in se stessi.
    E io, quanto ci credo?

    Sto imparando ora a crederci.
    Fare le cose tanto per fare no, grazie. Non più.

  • Intensità – 24

    Quando sono così di corsa la tentazione di disobbedire è forte.
    Penso: va be’, dai, sto facendo mille cose, un sacco di fatica; se anche indulgo un po’ nell’autogratificazione che sarà mai?! E la mia mano si allunga verso la birra, verso il mio sesso.
    Eppure non riesco ad andare fino in fondo. Non mi va, mi si rivolta qualcosa dentro.
    Assaggio, tocchiccio, ma poi mi fermo.
    È un piacere sporco, rovinato dal senso di colpa, dalla consapevolezza della disobbedienza; mi lascia l’amaro in bocca.
    Piuttosto, se il desiderio è intollerabile o giustificato, preferisco provare a chiederne il permesso.
    Se anche arriva un no, l’attenzione ricevuta almeno un po’ mi placa.

  • Intensità – 23

    Quando sono concentrata non ho fame.
    Capita magari che in un attimo di calma mi renda conto d’improvviso di dover andare in bagno, o di avere sete, o di sentire lo stomaco che brontola. Allora magari mangio qualcosa, ma mai troppo, o roba pesante. Un boccone, due, e le scorte di energia vengono subito reintegrate, ottimizzando ogni caloria.
    Invece, se sono incazzata, nervosa, in ansia per qualcosa, allora la mia fame è amplificata oltre ogni limite. Mangerei (e spesso mangio) qualsiasi cosa mi capiti sottomano, oltre la sazietà fin quasi alla nausea. 
    Agogno a raggiungere un equilibrio che mi permetterà di non dover stare a dieta ma, semplicemente, di mangiare il giusto con serenità, senza farmi prendere dalla fame nervosa e rispettando il mio senso di sazietà; anche lasciando del cibo nel piatto, se sento di non volerne più, invece di ingozzarmene a forza.
    Vorrei che il cibo fosse un mio amico, un piacere, una cosa normale, invece che un nemico ostile da combattere. Come lo è quando sono focalizzata su qualcosa di impegnativo e soddisfacente.

  • Intensità – 22

    Intensità è anche competenza.
    Quando mi si presenta un problema, una difficoltà, che sia tecnica o di lavoro, la mia prima reazione è spesso di sconforto. Un attimo dopo, mi rimbocco le maniche e cerco una soluzione.
    Nel momento in cui mi appoggio allo schienale della sedia, picchiettandomi le labbra con la penna, la fronte corrugata, sento gli ingranaggi girare nella mia testa.
    In quel momento, non ho più paura; sono proiettata verso la soluzione, anche se ancora non la vedo. Sono tesa in una tensione attiva, attenta, ricettiva. Espando me stessa nel mondo e assorbo tutto ciò che può essere utile: esploro, navigo, ricerco.
    Nel farlo imparo innumerevoli cose. Utili alla situazione contingente o meno, acquisisco conoscenze che incamero ed archivio. So che un giorno potranno servirmi.
    Per questo assaporo le difficoltà: per tutte le competenze che mi donano.

  • Intensità – 20

    Ci sono cose cui non riesco a star dietro; altre cui preferisco non pensare.
    Esigenze, desideri; ci provo a non farmi aspettative, giuro che ci provo. Ma il mio modo di non farmi aspettative è pessimo: mi dico: “ma figurati se succederà, dai, lascia perdere, di certo no”. Ma nel cercare di deprimere e reprimere la voglia che ho non faccio che alimentarne la vana speranza; il desiderio che questo pretendere che non me ne freghi, questo far finta che sia lo stesso se succede o no, sia un rituale apotropaico che farà magicamente avverare proprio ciò che io desidero. Fingere di allontanarlo per poterlo ricevere. Chi disprezza compra, no?
    Subire lo scorno dell’aspettativa delusa è una delle cose più stancanti cui far fronte, perché vuol dire riportarsi a casa la propria tensione intatta, anzi appesantita.
    Il trucco, lo so, è non farsi aspettative.
    Ci provo, giuro che ci provo. Ma non ci riesco.

  • Intensità – 19

    Non voglio che il tempo per me stessa sia tempo perso.
    Mi spiego.
    Quando sono molto stanca mi spengo; comincio a guardare webcomic online, a scorrere facebook, a leggiucchiare riviste e fumetti già letti e riletti. Scendo in uno stato di apatia, da spettatore passivo. Quando mi riprendo mi resta addosso l’orribile, untuosa sensazione di avere perso tempo. Non mi sento riposata né soddisfatta, anzi, divento nervosa e mi sale l’ansia di aver sprecato tempo prezioso in cui avrei potuto fare qualcosa di bello, utile, significativo.
    Vivendo una vita intensa, quello che ora desidero è sperimentare un riposo attivo. Immergermi in attività che mi stimolino, che mi diano soddisfazione, gusto, piacere, soprattutto mentale. Di modo che una volta fatte io abbia la percezione di pienezza data dal sapere di avere ottenuto qualcosa da quel tempo, qualcosa di significativo. Anche di piccolo, certo, ma nel suo piccolo importante: riposo, conoscenza, divertimento.
    Allora davvero potrò sentirmi riposata del riposo del giusto.

  • Intensità – 11

    quotes-motivational-List-of-top-30-motivational-quotes
    “Una delle cause più comuni di fallimento è l’abitudine di mollare quando si è soverchiati dalle sconfitte momentanee”

    E’ proprio così.
    In quel momento in cui fallisco, in cui manco una scadenza, perdo un colpo, la tentazione di cedere è forte. Lasciare andare, lasciare perdere. Credere di essere una totale, miserrima incapace che mai nella vita potrà compiere qualcosa di degno. Spiaggiarmi e morire lì.
    E invece no.
    Ho imparato a rialzarmi, a rimboccarmi le maniche e continuare a lottare. Ok, ho sbagliato qualcosa, ho fallito un obiettivo; ma il traguardo è ancora distante e posso ancora raggiungerlo.
    Perché il traguardo è il viaggio stesso.
    Se non ne percorro la via, non lo raggiungerò mai. Allora sì, avrò fallito – a causa della convinzione di avere fallito.

  • Intensità – 10

    L’orribie, affaticante sensazione del “devo fare tutto io”.
    Quando invece, par alcune cose, non serve che chiedere. Non serve che parlare, dare voce ai pensieri che frullano in testa, che sbattono come mosche incazzate e snervanti sulle pareti del cervello. Basta aprirsi e lasciarle uscire.
    Il tutto che devo fare io è tutto ciò che scelgo di fare; tutto ciò che mi appartiene; tutto ciò che attiene a me stessa e a nessun altro, di cui io sola ho (devo avere) responsabilità. Allora quella responsabilità non è un peso, ma un piacevole fagotto da recare con sé, un abbellimento, un fregio di cui andare orgogliosa.