Chiusa e buttata via

Oggi no: oggi non sto bene.

Ho giornate molto serene, giornate molto piene, giornate molto soddisfacenti. Ma lo sento che ho sempre un pensiero nel retro del cervello. E poi – come è normale che succeda, alla fine – ho giornate in cui non sto bene. Sono arrabbiata, soprattutto. Ho una rabbia di fondo che non so come sfogare: grido dietro alla gente in auto.

Poi cerco di calmarmi, di respirare, faccio esercizio fisico, e soprattutto penso.

Elucubro sui perché, su cosa mi porta a non stare bene. Quello che mi abbatte più di tutto è il confronto.
E’ inutile dirmi che nessuno sta facendo confronti: qualcuno che sta facendo confronti c’è, e sono io. Io sono il mio peggiore giudice, il più impietoso. Ogni cosa che leggo, ogni foto che vedo mi scatena un confronto in cui esco inevitabilmente e inesorabilmente sconfitta. In questo caso, peggiora le cose il fatto oggettivo che sono in effetti stata scartata a favore di un’altra.

Certo: conosco tutte le motivazioni a monte e razionalmente non solo le comprendo ma le condivido. Poi purtoppo, a livello irrazionale, emotivo, profondo, di pancia, è tutto un altro discorso.

Così mi sento chiusa e scartata. Buttata via.
Ma non posso fare a meno di chiedermi se forse non sia stata scartata proprio perché mi chiudo, invece di aprirmi e lasciarmi aprire.

Annunci

Perdita

Questo video mi porta tante emozioni, e anche tanti pensieri.

Io non vedo mai semplicemente la gif, o la foto: la mia mente vi proietta sensazioni, considerazioni, emozioni, storie. Ecco.

Osserva il gesto: lei si inginocchia, lui la avvicina a sé, lei si lascia avvicinare. Ma non chiude gli occhi; non si abbandona a quel tocco, a quell’abbraccio. Apre gli occhi, poi li chiude, poi li riapre.

Vorrebbe abbandonarsi: sentire quel gesto, quel tocco, lasciarsi andare. Ma non riesce. Forse non può. Qualcosa dentro di lei lo sente, che non è possibile lasciarsi andare in quel gesto. Ci sono pensieri, avvenimenti, decisioni, scelte, sensazioni, tante cose, che ora rendono impossibile abbandonarsi. Sarebbe bello, ma no. Sente la bellezza di quell’abbraccio, ne sente il valore; ma si trattiene. Lo assapora, ma con nostalgia.

Resta un malinconico senso di perdita.

Ma restano anche i ricordi, e le emozioni.

Outside A

Non è mai un ricominciare da zero; al massimo, un ricominciare da capo. Quello che è stato, è stato vissuto fino in fondo e sentito in profondità: sono cresciuta e riparto da un punto più avanzato rispetto a dov’ero la volta precedente. Non perdo nulla, anzi ne faccio tesoro.

Inoltre non è davvero un addio.

E’ doloroso, ma una scelta sofferta è sempre meglio di nessuna scelta, meglio di un’attesa indefinita, meglio di una sensazione che qualcosa non va.

Ieri ho pianto, oggi sono malinconica, domani sarà domani. So chi sono e so che continuerò a comprendere sempre di più chi sono; la parola chiave è consapevolezza, sempre.

Nei prossimi giorni pubblicherò, retrodatati, i post che mi sono rimasti in bozza, negli appunti, nei pensieri, e che per un motivo o per l’altro non ho finito. Appartengono a questa relazione come vi appartenevo io; desidero che restino, come mi resta dentro ciò che ho vissuto e sentito.

A presto, e che la tua vita sia densa di felicità, di sentire, di intensità, di assoluto, come so che la vivi.

Il non detto

Guarda le date, facci caso.

Il post precedente è di fine dicembre. Il successivo, di febbraio.
Cosa è successo in gennaio? In gennaio è successo tutto il resto, tutto ciò che ha portato da quel post all’altro.
Pensaci: in mezzo c’è il non detto. Ci sono due post, molto lunghi, che restano in bozza perché avevo bisogno di scriverli ma sono personali, troppo personali, dicono troppe cose. Alla fine non trovo corretto pubblicarli.

Ma pensaci, tu che leggi. C’è del non detto, tra un post e l’altro, e in quel non detto c’è tutto il resto.

 

[Post scritto il 21 maggio, retrodatato al 1 febbraio, dopo che per l’ennesima volta ho riletto quei post e ho di nuovo deciso di non pubblicarli]

La schiava si usa

Ho sempre evitato di scopare con il Padrone; però l’ho sempre desiderato, sotto sotto, oscuramente.

Quello che per me era fondamentale era (è) sentire il Padrone.
Non volevo rischiare di trovare invece uno che voleva scoparmi. Così il sesso (l’uso sessuale) è stato un limite, in passato, per scremare i morti di figa… anche se, certo, il BDSM comunque rientra nella sfera della sessualità. Ma volevo prima di tutto il dolore, la sottomissione, il D/s, sentire la verticalità. Un’intimità troppo forte temevo avrebbe infranto quel distacco verticale che mi serve a sentire il Padrone.

Eppure, sentendo tanto il Padrone… ad un certo punto lo desidero. Fisicamente. Anche quando so che è vietato, che l’ho escluso io stessa, che non posso avanzare richieste né tantomeno pretese – proprio per questo mi sento attratta, legata.

Ma è Appartenenza, per me. Non voglio le coccole. Non voglio il moroso.
Un marito ce l’ho, lo amo, ci faccio l’amore ed è meraviglioso. E così come non riesco a prendere “le botte” da mio marito, non desidero ricevere “le coccole” dal mio Padrone.

Ed ora che l’ho sentito, l’ho provato, posso dire che confermo.
L’uso sessuale è USO. E’ piacere del Padrone. Lo apprezzo tanto più quanto più lo percepisco come uso; come abuso, anche. Quando inizia a piacermi come sesso… è strano. Non è brutto, ma è strano. Qualcosa si confonde in me. Ma la schiava si usa, in ogni caso: è a disposizione del Padrone. Anche per questo. L’intimità diventa un’altra parte di me che il Padrone si prende.

Dell’invidia e della scopa nel culo

Si dice che la reazione ad una situazione stressante sia sempre di fuga, di attacco, o di blocco (flight, fight, freezing).

Quando qualcosa mi indispone, la mia prima reazione è sempre di blocco. Mi irrigidisco e dentro di me inizio un attacco non dichiarato verso quella cosa (quella persona), a livello inconscio prima ancora che conscio. Inizio a criticarla, trovarne difetti (veri o immaginari), ad essere ostile. Quindi di fatto mi chiudo in me stessa.

Ma mi sono ormai accorta che spesso sono così critica solo perché in realtà sono invidiosa di quella persona o situazione.

Invidio le relazioni altrui, o la capacità altrui di vivere le proprie pulsioni, i propri desideri, in modo più libero, diretto, sincero rispetto a come ci riesca io. Che poi sia effettivamente così, è solo una mia idea, naturalmente; come mi è stato fatto notare: non so cosa ci sia dietro una facciata di apparente successo, felicità o soddisfazione. Non so quali lotte interiori quella persona abbia passato o stia passando, magari.

Io sono trattenuta da miei limiti mentali, che sono anche limiti che credo mi siano dati da altre persone: da mio marito come dal mio Padrone. Penso: lui non vorrebbe che io… Ma anche qui, sono idee mie; giustificazioni delle mie paure. “Non posso farlo perché lui non vuole”. Non è vero: non lo faccio perché ho paura. Ho una scopa nel culo e credo pure che me l’abbia messa qualcun altro.

Non potrò acquisire nessuna reale crescita finché non abbandonerò le mie paure ma soprattutto le mie paranoie. Ciò che mi trattiene dal vivere appieno e con soddisfazione ogni mia relazione, ogni mia sessione, è solo ed unicamente nella mia testa.

Lasciare andare rimane la cosa più difficile, ma senz’altro la più bella.

Dare tutto

Trovo questo post in una pagina che seguo su Facebook, Semplice_mente Slave. Mi fa riflettere.

Scrivo di me.
Scrivo per me.
Sono io.
Io da sola come sempre.
Perché una schiava è sempre sola.
Non le è consentito chiedere calore e comprensione.
Una schiava deve sempre saper aspettare.
Anche quando non ce la fa più.
Non può cedere e mostrare la sua fragilità.
Non può ammettere di desiderare solo un bacio o una carezza.
Una schiava è lì.
Un oggetto.
Da usare quando se ne ha voglia.
In ogni modo.
È a disposizione.
Esegue le richieste.
Viene punita se sbaglia.
Lei è lì…solo quando serve.
Soffre in silenzio perché non è adeguato mostrare sofferenza.
La schiava non chiede mai.
Attende le sia dato.
Lei da tutto.
Ogni parte di sé.
Perché la schiava è così.
Questo è una schiava.
Questo sono sempre stata.
Non è stato facile.
Non è stato un gioco.
Ma non è stata una scelta.
È ciò che sono.
Ma essere una schiava non significa rinunciare ad essere una donna.
Ora ne sono consapevole.
E non rinuncio più ai miei bisogni.
Non mi accontento più di briciole in cambio del mio tutto.
Esisto anche io.
Il mio essere una femmina pulsante.
Il desiderio di mani calde e di carezze dolci.
La mia necessità di sentire che non sono solo un corpo da usare per ogni perversione…ma un corpo che contiene una donna.
Ora so che essere una schiava è una parte di me.
Non sarà mai un gioco.
Ma chi cammina con me mi deve dare qualcosa di sé.
Deve prendere tutto ed averne cura.
La schiava.
La femmina.
La donna.
Ho bisogno di sapere che sono importante e non un oggetto sostituibile.
Ho bisogno di tempo e di attenzione.
Ho bisogno di vedere che ciò che sono e’ apprezzato.
Sono bisogni che mi esplodono dentro.
Hanno urlato per troppo tempo.
E li ho sempre ignorati.
Ora li ascolto.
Ascolto me.
E tutto ciò che sono.
(Alx)

La riflessione che mi sorge immediata è: dare tutto significa (dovrebbe significare) dare davvero tutto. Quindi anche desideri, bisogni, sensazioni e sentimenti. Consegnare nuda l’anima, non il corpo (quello è facile). Altrimenti, non stai dando davvero il tuo tutto, ma quello che tu credi essere il “tutto” che l’altro si aspetta. Ma è una bugia, per quanto magari possa essere bella, o per quanto tu possa credere che non lo sia. E prepara il terreno all’insoddisfazione, alla frustrazione, al rancore.

Ignorare i propri bisogni mi pare non una prova di abnegazione, ma di mancanza di consapevolezza. Inutile prendersela con chi non ha dato soddisfazione a quei tuoi bisogni: se non sei riuscita a comunicarli, non puoi pretendere che l’altro sappia leggerti nel pensiero.

Essere schiava per me significa essere consapevole, e consegnare con consapevolezza tutto quello che ho; e continuare a immergermi in me stessa per accrescere la mia consapevolezza, per accrescere la portata della mia sottomissione.