I nove punti

Oggi è un anno che ho ricevuto il collare.
Trovo ironico che oggi sia il giorno in cui la mia relazione viene limitata.

Sono terrorizzata. Sapevo che dovevamo parlare (“dobbiamo parlare”, a chi non fa paura? a me sì), e anche che Lui, per la Sua relazione con la Sua compagna, aveva ritenuto corretto mettere dei limiti alla nostra, dei confini. Per proteggere la Sua relazione primaria. Una relazione sentimentale e BDSM. Oggi avrei saputo quali.

Sono gelosa?
Sono stata gelosa?
Sì, tanto. Invidiosa, anche. Ero stata vigliacca, paurosa. Trattenuta. Lei invece è un fiume in piena.
Ma io so che la gelosia è un problema personale, privato, che appartiene in tutto solo alla persona che la prova. Un problema mio. Non ho fatto ricatti, richieste, capricci. Almeno, spero di non avere fatto scenate. Chissà: si perde lucidità. Ma ho lavorato su me stessa, riflettuto; mi sono centrata come schiava. Sottomettermi, accettare. Questo è il volere del Padrone. Fare mio il desiderio del Padrone, per rendere la Sua soddisfazione l’unica cosa davvero importante: non è così, forse?

E poi, parlare con il Padrone è fantastico.
E’ successo in passato che gelosie e limitazioni avessero danneggiato il mio rapporto D/s. Ma erano cose non dette, non esplicitate, che sentivo ma che non capivo, nessuno ne parlava, nessuno comunicava. Adesso, invece, è tutto alla luce del sole. Ed è sinceramente stupendo.
Ci parliamo. Mi spiega. Ci confrontiamo. Mi spiega i nove limiti che vengono imposti. Capisco, accetto, la comunicazione fluisce, c’è sincerità, onestà, trasparenza. E’ un vero rapporto.

E infine decido: decido di restare, di essere ancora la Sua cagna.

Mi colpisce, mi usa la bocca, mi tiene a terra con una mano sulla testa.
“E’ questo il mio posto, Padrone”, gli dico.
“E ci stai proprio bene”, mi dice.

Nei giorni seguenti, mi limita ancora. Mette sotto il Suo completo controllo il mio piacere.
Io pulso, perché sono schiava, e venire controllata mi fa sentire bene. Ogni regola, ogni divieto, ogni imposizione sono parti di me che si sottomettono.

Nel mio cuore regna la pace.

La schiava si usa

Ho sempre evitato di scopare con il Padrone; però l’ho sempre desiderato, sotto sotto, oscuramente.

Quello che per me era fondamentale era (è) sentire il Padrone.
Non volevo rischiare di trovare invece uno che voleva scoparmi. Così il sesso (l’uso sessuale) è stato un limite, in passato, per scremare i morti di figa… anche se, certo, il BDSM comunque rientra nella sfera della sessualità. Ma volevo prima di tutto il dolore, la sottomissione, il D/s, sentire la verticalità. Un’intimità troppo forte temevo avrebbe infranto quel distacco verticale che mi serve a sentire il Padrone.

Eppure, sentendo tanto il Padrone… ad un certo punto lo desidero. Fisicamente. Anche quando so che è vietato, che l’ho escluso io stessa, che non posso avanzare richieste né tantomeno pretese – proprio per questo mi sento attratta, legata.

Ma è Appartenenza, per me. Non voglio le coccole. Non voglio il moroso.
Un marito ce l’ho, lo amo, ci faccio l’amore ed è meraviglioso. E così come non riesco a prendere “le botte” da mio marito, non desidero ricevere “le coccole” dal mio Padrone.

Ed ora che l’ho sentito, l’ho provato, posso dire che confermo.
L’uso sessuale è USO. E’ piacere del Padrone. Lo apprezzo tanto più quanto più lo percepisco come uso; come abuso, anche. Quando inizia a piacermi come sesso… è strano. Non è brutto, ma è strano. Qualcosa si confonde in me. Ma la schiava si usa, in ogni caso: è a disposizione del Padrone. Anche per questo. L’intimità diventa un’altra parte di me che il Padrone si prende.

Dell’invidia e della scopa nel culo

Si dice che la reazione ad una situazione stressante sia sempre di fuga, di attacco, o di blocco (flight, fight, freezing).

Quando qualcosa mi indispone, la mia prima reazione è sempre di blocco. Mi irrigidisco e dentro di me inizio un attacco non dichiarato verso quella cosa (quella persona), a livello inconscio prima ancora che conscio. Inizio a criticarla, trovarne difetti (veri o immaginari), ad essere ostile. Quindi di fatto mi chiudo in me stessa.

Ma mi sono ormai accorta che spesso sono così critica solo perché in realtà sono invidiosa di quella persona o situazione.

Invidio le relazioni altrui, o la capacità altrui di vivere le proprie pulsioni, i propri desideri, in modo più libero, diretto, sincero rispetto a come ci riesca io. Che poi sia effettivamente così, è solo una mia idea, naturalmente; come mi è stato fatto notare: non so cosa ci sia dietro una facciata di apparente successo, felicità o soddisfazione. Non so quali lotte interiori quella persona abbia passato o stia passando, magari.

Io sono trattenuta da miei limiti mentali, che sono anche limiti che credo mi siano dati da altre persone: da mio marito come dal mio Padrone. Penso: lui non vorrebbe che io… Ma anche qui, sono idee mie; giustificazioni delle mie paure. “Non posso farlo perché lui non vuole”. Non è vero: non lo faccio perché ho paura. Ho una scopa nel culo e credo pure che me l’abbia messa qualcun altro.

Non potrò acquisire nessuna reale crescita finché non abbandonerò le mie paure ma soprattutto le mie paranoie. Ciò che mi trattiene dal vivere appieno e con soddisfazione ogni mia relazione, ogni mia sessione, è solo ed unicamente nella mia testa.

Lasciare andare rimane la cosa più difficile, ma senz’altro la più bella.

Dare tutto

Trovo questo post in una pagina che seguo su Facebook, Semplice_mente Slave. Mi fa riflettere.

Scrivo di me.
Scrivo per me.
Sono io.
Io da sola come sempre.
Perché una schiava è sempre sola.
Non le è consentito chiedere calore e comprensione.
Una schiava deve sempre saper aspettare.
Anche quando non ce la fa più.
Non può cedere e mostrare la sua fragilità.
Non può ammettere di desiderare solo un bacio o una carezza.
Una schiava è lì.
Un oggetto.
Da usare quando se ne ha voglia.
In ogni modo.
È a disposizione.
Esegue le richieste.
Viene punita se sbaglia.
Lei è lì…solo quando serve.
Soffre in silenzio perché non è adeguato mostrare sofferenza.
La schiava non chiede mai.
Attende le sia dato.
Lei da tutto.
Ogni parte di sé.
Perché la schiava è così.
Questo è una schiava.
Questo sono sempre stata.
Non è stato facile.
Non è stato un gioco.
Ma non è stata una scelta.
È ciò che sono.
Ma essere una schiava non significa rinunciare ad essere una donna.
Ora ne sono consapevole.
E non rinuncio più ai miei bisogni.
Non mi accontento più di briciole in cambio del mio tutto.
Esisto anche io.
Il mio essere una femmina pulsante.
Il desiderio di mani calde e di carezze dolci.
La mia necessità di sentire che non sono solo un corpo da usare per ogni perversione…ma un corpo che contiene una donna.
Ora so che essere una schiava è una parte di me.
Non sarà mai un gioco.
Ma chi cammina con me mi deve dare qualcosa di sé.
Deve prendere tutto ed averne cura.
La schiava.
La femmina.
La donna.
Ho bisogno di sapere che sono importante e non un oggetto sostituibile.
Ho bisogno di tempo e di attenzione.
Ho bisogno di vedere che ciò che sono e’ apprezzato.
Sono bisogni che mi esplodono dentro.
Hanno urlato per troppo tempo.
E li ho sempre ignorati.
Ora li ascolto.
Ascolto me.
E tutto ciò che sono.
(Alx)

La riflessione che mi sorge immediata è: dare tutto significa (dovrebbe significare) dare davvero tutto. Quindi anche desideri, bisogni, sensazioni e sentimenti. Consegnare nuda l’anima, non il corpo (quello è facile). Altrimenti, non stai dando davvero il tuo tutto, ma quello che tu credi essere il “tutto” che l’altro si aspetta. Ma è una bugia, per quanto magari possa essere bella, o per quanto tu possa credere che non lo sia. E prepara il terreno all’insoddisfazione, alla frustrazione, al rancore.

Ignorare i propri bisogni mi pare non una prova di abnegazione, ma di mancanza di consapevolezza. Inutile prendersela con chi non ha dato soddisfazione a quei tuoi bisogni: se non sei riuscita a comunicarli, non puoi pretendere che l’altro sappia leggerti nel pensiero.

Essere schiava per me significa essere consapevole, e consegnare con consapevolezza tutto quello che ho; e continuare a immergermi in me stessa per accrescere la mia consapevolezza, per accrescere la portata della mia sottomissione.

Sembra ieri

Non sono molto forte con le date. Tranne alcune, significative: il mio compleanno, quello di mio marito, il nostro matrimonio, i compleanni di persone cui tengo (ma talvolta le devo controllare sul calendario…). Qualche volta, ci sono delle date che voglio ricordare: quindi le cerco per fissarle a memoria.

Così, scorro all’indietro i messaggi fino al primo, per verificare la data della prima volta che ci siamo scritti. Non è ancora oggi, lo so: voglio essere preparata. E poi cerco ancora: la prima volta che l’ho chiamato Signore; la prima volta che l’ho chiamato Padrone; la prima volta che ci siamo incontrati di persona, da soli.
E leggo.
Rileggo i messaggi, gli scambi, le battute, le cose che ci siamo detti. Scopro dettagli che erano già stati rivelati nei proverbiali tempi non sospetti, cose che ho riscoperto dopo, elementi che sono diventati fondamentali nelle Nostre sessioni, e scopro che ne avevamo già parlato, me ne aveva già accennato, ce n’era già una foto o una gif condivisa che lo rappresentava.

E adesso tutte queste cose dette, scambiate, le rileggo con l’altrettanto proverbiale senno di poi; le assaporo come un gusto dimenticato, ricordo cosa avevo provato quella prima volta, in alcuni passaggi mi accorgo che adesso so che cosa cercavo di esprimere ma non sapevo mettere in parole.

Cose che mi smuovevano e mi smuovono, che mi rimescolano nelle viscere, che risuonano ad una parte oscura e profonda dentro di me, alla creatura dell’abisso che è kat, che grida nelle profondità per uscire, per godere, per sentire.

E tutto è iniziato da qui.

Domande

Da sempre mi interrogo su me stessa, mi esploro, cerco di comprendere le strane circonvoluzioni che mi fanno (s)ragionare. Leggo, studio, approfondisco: perché penso questo, cosa mi provoca questa emozione, cosa mi spinge a quel comportamento?

Ho imparato moltissimo, nel tempo, da sola e grazie ai libri. Ma soprattutto ho imparato grazie all’Appartenenza.

Spesso cerco invano le risposte, che mi sfuggono e mi restano inaccessibili, con mia grande frustrazione. Poi, d’improvviso, comprendo: la cosa fondamentale non sono le risposte, ma avere le giuste domande. E il Padrone ha questa capacità – ai miei occhi quasi sovrannaturale – di farmi le domande giuste. Quelle scomode, quelle difficili, quelle stronze, anche. Ma giuste. Quelle che fanno pensare alla risposta che cercavo, senza più menare il can per l’aia, ma andando dritta al bersaglio.

La domanda giusta è la mira che mi mancava. Le risposte le ho, ma ho bisogno di essere indirizzata. E’ questa (anche) la guida che cerco nell’Appartenenza: la lucida freddezza del Padrone che mi interroga per farmi migliorare; la motivazione profonda, che mi smuove dalla mia immensa pigrizia, per diventare una me stessa migliore perché Lui sia orgoglioso di me.

Chiamare Padrone il Padrone

Sono alla mia terza Appartenenza e ho sempre chiamato “Padrone” il mio Padrone. L’ho chiamato così dopo un certo tempo, dopo un titolo “intermedio”, diciamo, che è stato talvolta “Maestro”, “Sir” o “Signore” (maiuscola d’ordinanza), necessario per comprendere se davvero fosse Padrone per me.

Ogni tanto, mi chiedo se possa sembrare insincero chiamare Padrone il Padrone.
Sono appartenuta a persone diverse. Forse che sarebbe stato vero solo se fosse stata una persona unica? Dire “sono tua” a persone diverse in tempi diversi, è sempre vero? E’ vero in quel momento, nell’attimo assoluto che sto vivendo, che stiamo vivendo. Ma poi?

Se ero di uno, posso ora essere di un altro? Ho meno valore se sono già stata di qualcun altro? Ha meno valore la mia Appartenenza se era prima stata data a qualcun altro?

Appartengo sempre con tutta me stessa, e non posso mai appartenere a più di un Padrone. Non potrei. Come sarebbe possibile? Il Padrone è uno, è unico, è assoluto. Una sola può essere la parola che detta legge. Ho necessità che quella voce sia univoca; anche appartenendo ad una coppia Dom, sono sempre stata più di lui – perché percepisco un unico Padrone. Un unico Alpha. Come un cane, ho bisogno di individuare il capo; se non è chiaro, sono persa.

D’altra parte, il Padrone è il Padrone. Come altro andrebbe chiamato?
La cosa fondamentale è vivere fino in fondo quel momento assoluto: il momento in cui il Padrone è lui, e solo lui.