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for this is what I feel

Categoria: riflessioni

  • Stillicidio

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    http://www.gogetaroomie.com/index.php?id=320

    C’è un bel webcomic che leggo e che consiglio: Go Get A Roomie; tra i vari personaggi vi è una coppia di gemelli, maschio e femmina, Richard e Ramona, rispettivamente sub e Dom. Il loro vivere il bdsm è trattato con deliziosa lievità e grande precisione: l’autrice ne sa.
    In una strip, il ragazzo attende accanto al letto di una degli altri personaggi, una ragazza letargica che sta venendo coinvolta suo malgrado dall’energia della protagonista, Roomie.
    Nel mio ricordo, avevo legato quella sua attesa pacata, senza scopo, al suo essere slave; ricordavo che dicesse che proprio per questa sua attitudine non era per lui un problema attendere indefinitamente. In realtà, ritrovata la strip, non è così, ma lo stesso da qui parto per una mia riflessione, perché è comunque significativo che la ricordassi in quei termini.
    Perché quella è una cosa che io – ancora – non riesco a fare. Attendere in quiete senza aspettative.
    Io friggo, scalpito, desidero; sollecito risposte. Mi aspetto cose e, se non arrivano per qualsivoglia motivo, o se non arrivano nei tempi sperati, resto delusa e mi deprimo.
    Lo so, lo so che avere aspettative in questo modo non è utile, ma spesso non riesco ad impedirmelo; vivo in uno stato di tensione costante e mi immalinconisco. Ogni attesa diventa così uno stillicidio – che, per quanto mi appaia inflitto da chi non mi dà risposte, rassicurazioni, è a tutti gli effetti solo opera mia.
    Se, quando, poi le cose arrivano, non sono più pronta ad accoglierle: la tensione mi rende dura, non ricettiva. Ci metto un po’ a sciogliermi e a sentire finalmente quello che accade momento per momento.

    Vorrei imparare ad essere un vaso vuoto, sereno, pronto ad essere riempito ma anche pacifico e sicuro nel suo essere, semplicemente, lì.
    Accogliere una sottomissione che sia una bonaccia del cuore, uno sciabordare lento pronto alla meravigliosa potente burrasca ma quieto nella sua attesa del vento.

  • Il repentino cambio di prospettiva

    Seguendo il bianconiglio del riquadro degli aggiornamenti di Facebook capito in un gruppo che parla di Mindfucking. Leggo una lunga discussione, senza iscrivermi, senza commentare: lurkando (si dice ancora? E’ gergo da internet dei primordi). Il moderatore del gruppo, autore di un libro sul tema (Stefano Re, Mindfucking. Come fottere la mente, edizioni LIT – Libri in Tasca), che peraltro ho letto tempo addietro, fa il seguente commento:
    “In termini proprio assoluti: nessuno può dominare nessun altro, punto. Tutti possiamo permettere che altri si illudano di dominarci, ovviamente. Il più delle volte, nemmeno sapendo che lo stiamo facendo. […] Nel BDSM, ovviamente, lo si fa perchè ci si arrapa, e di qui la delusione nel comprendere che comunque è chi sta sotto a dettare le regole. […] il rapporto BDSM è un rapporto proiettivo, in cui chi domina sta scomodo peggio che su intercontinentale alitalia. Non solo gli tocca tutta la responsabilità, ma deve pure dare l’impressione a chi sta sotto di stare dominando, quando di fatto non sta dominando un bel niente se non nel gioco di proiezioni. Non c’è perversità più sadica dei subbini o subbine che cantano le lodi dei loro crudeli padroni: danno e beffa in salsa lirica”.

    Ecco.
    E per un momento rimango un po’ abbacchiata.
    Certo, lo so che il BDSM non è un rapporto di vera coercizione (ci mancherebbe), che sono io quella in carico. Ma queste parole lette su internet mi scuotono un po’; mi pare mi risveglino da un bel sogno, da quella che ora temo essere una mera illusione, una menzogna che racconto a me stessa.
    E poi.
    Mentre lascio la mente vagare, mi raggiunge un pensiero repentino, portando con sé un ricordo improvviso, la memoria di una sensazione. La percezione mi increspa la pelle, mi fa contrarre i visceri, giù giù fino in mezzo alle gambe.
    In un istante ripiombo nel pozzo colmo del mio cuore, mi ci immergo fino a non avere più ossigeno, nutrendomi delle emozioni suscitate da Lui. Mi lascio soverchiare e non conosco più altro che l’appartenenza al mio Padrone.

    Non sono io che permetto al mio Padrone di dominarmi; gli consegno la mia volontà perché la diriga. Se anche il timone è mio, è a Lui che lo metto in mano. Se anche è la mia scelta a creare il rapporto, è la sua forza a manovrarlo.
    Accetto di lasciarmi trascinare, gettandomi a terra perché mi raccolga.

    Re, nella discussione, aggiunge:
    “[…] prendi tutto quel che sai su ruoli, safeword, contrattazioni BDSM, perizia nelle tecniche e getta tutto per aria. Fingi di non averne mai nemmeno sentito parlare. Gli schemi che apprendiamo inevitabilmente ci intrappolano, e diventa difficile vedere le cose fuori di essi”.
    Naturalmente ha ragione e lo dimostra: lui stesso non sa uscire dal suo schema di visione del BDSM.
    Ma certo, è vero: gli schemi vanno abbandonati, superati. Infatti, nel mio mondo io fisso dei limiti per essere portata a danzarvi attorno, attraverso, oltre. Mi lascio intrappolare dal Padrone perché mi porti fuori da me; dal suo schema per uscire dal mio. E nel manovrare me, marionetta vivente, emotiva, anche Lui cambia, diventa altro, cresce sopra di me.

  • Bambina

    Mi comporto come una bambina, che fa le cose per dispetto.
    Non dico quelle davvero dispettose, fatte apposta per dare fastidio; quelle, non riesco. Non so essere abbastanza sfacciata o infantile (per fortuna) da fare i dispettucci.
    Però le cose che ho da fare, le faccio con un atteggiamento di sfida, di “adesso ti faccio vedere io che lo so fare”. Anche, come se farlo fosse una cosa che darà fastidio; un “alla faccia tua”.
    Invece, devo recuperare il senso di un fare per il piacere di fare; obbedire per il senso di pace che ne deriva. Smettere questo vuoto atteggiamento da capriccio che mi avvelena e tornare serena a servire.
    Quello che faccio, lo faccio perché mi dà piacere farlo; o mi dà piacere il motivo per cui lo faccio. Se ammorbo questo fare con sovrastrutture false, con il pensiero che farlo non cambierà nulla, che farlo è stupido, che lo faccio perché ti faccio vedere io che lo faccio anche se in realtà non importa niente a nessuno… mi inviperisco per nulla.
    Forse sono solo paure.
    E’ la paura del legame, come quando faccio la gradassa e fingo che niente mi coinvolga.

    Questo legame è forte; per questo ne ho così paura che cerco di sminuirlo ai miei stessi occhi. Ma nel farlo sto male e basta. Piuttosto, affronterò la paura e mi lascerò avviluppare.

  • Il momento in cui sono la feccia della terra

    Ogni tanto mi capita quel momento.
    Non è che mi senta: in quel momento SONO una merda. Non esiste altra verità, né nessun’altra possibilità.
    E’ un periodo di sconforto assoluto che può durare qualche minuto, più spesso qualche ora, di rado qualche giorno. In quel lasso di tempo nulla di quel che faccio, dico o sono merita nulla. Peggio: non è mai valso nulla e non varrà mai nulla. Questo momento di depressione mi si presenta come un momento di verità: ecco, questo è quello che realmente sei, lo hai sempre saputo ed ora ti rivelo che è vero. Tutto ciò che hai sempre temuto è reale ed è così che deve essere. Rassegnati.

    E invece non mi rassegno mai.
    Per quanto buio sia quel pozzo, dal fondo scorgo sempre la luna, alla fine. Non ci credo mai fino in fondo, a quella voce; mi concentro a fare una cosa piccola per volta e tutto torna piano piano a posto. Oppure, mi lascio andare, e mi confido e mi affido al Padrone, smettendo finalmente di credere che farlo confermi la mia debolezza; che farlo dia fastidio visto che sono tanto merda.
    Ritorno così capace, degna; buona. A posto e pronta ad affrontare ciò che verrà.

    Non sono (più) le grandi difficoltà o il confronto anche a muso duro con qualcuno a mandarmi in crisi; sono piuttosto questi momenti in cui devo fronteggiare me stessa. In cui mi sento sola.

  • 50 sfumature di “strano”

    La sera di ferragosto mi trovo ad una grande tavolata che riunisce un gruppo indubbiamente eterogeneo. Io, mio marito, il mio Padrone, sua moglie e una serie di coppie scambiste. Scampoli di conversazione che vira al comico prima di concentrarsi su un confronto interessante, mentre pasteggiamo a maialino arrosto.
    – Quindi qual è il vostro nick di coppia?
    – Ah, no, veramente noi non siamo “della parrocchia”
    – Ahh capisco, allora voi siete quelli normali!
    Risate scroscianti, spontanee.
    – Bè, no, normali non direi! Noi facciamo bdsm.
    – Ah… (sguardo perplesso, quasi diffidente)
    Io non sono mai stata interessata allo scambismo; loro, al bdsm. Parliamo.
    Loro sono quelli che fanno le cose strane agli occhi dei monogami; noi siamo quelli strani ai loro; ma anche loro sono strani ai nostri. “Ma cos’è che fate? Ma sul serio?” Ci sono punti di contatto, aderenze; sovrapposizioni. Poi, diventa chiaro che ogni coppia, ogni singola persona ha un’immagine differente, un’idea diversa. “Sì, io faccio questo, ma non farei mai quello” – e chi fa “quello” diventa quello strano.
    Ma quante sfumature ha l’essere “strano”? Sembra moltissime, e mi scuso per il titolo del post così scontato, ma mi è sorto spontaneo. Forse, c’è anche il fatto che non a tutti piace definirsi o venire definiti come “normale”; una parola troppo sdrucciolevole, fastidiosa. E l’essere strano diventa sinonimo di speciale: diventa motivo d’orgoglio e anche di provocazione verso chi non ha la nostra stessa “stranezza”.
    Parliamo e ci confrontiamo, presentiamo visioni del mondo, delle relazioni, dei giochi discordanti, opposte, contraddittorie a volte persino a noi stessi. Comunque interessanti; vige il massimo rispetto (anche se poi a gruppetti ci guardiamo di sottecchi, ridacchiamo e bisbigliamo: ma che strani!). Tutti condividiamo una piacevolissima convivialità: una tavolata di gente che ride, scherza, si diverte.

    E poi, giorni dopo, incontro in un negozio un mio amico che ha un disturbo dello spettro dell’autismo. Parla lentamente, non mi guarda negli occhi, si muove in modo artefatto ed è innocente come un bimbo.
    Salutandolo, mi rendo conto che lui, sì, è strano. Io, alla fin dei conti, non so.

  • Punizione, educazione

    Qualora sia data una regola, o un compito, infrangerla o fallirlo comporta una punizione. Logico, lineare, facile.
    Ma, qualora non sia data una regola esplicita, ma ci sia un comportamento che ci si aspetta sia coerente col ruolo (ad es lavare i piatti, o essere deferente o rispettosa verso altre persone coinvolte, o cose del genere), e ci sia una mancanza in questo comportamento, dovrebbe avvenire comunque una punizione?
    Sarebbe logico aspettarsi una punizione severa? o una blanda? o solo una ramanzina educativa perché non capiti più (settando così una regola più evidente, che se verrà poi in seguito mancata prevederà ovviamente una punizione)?
    Non sto provando a dare una risposta, perché non ne ho una: la sto cercando anche io.
    La mancanza non credo possa andare semplicemente ignorata, perché non aiuta la crescita e l’educazione della slave. Se viene notata dal Padrone, la manchevolezza va sottolineata in qualche modo.
    Quale sia il modo, probabilmente dipende dalle circostanze e dal tipo di rapporto in atto. La decisione rimane comunque sempre al Padrone, com’è ovvio, che deve avere la capacità di discernere cosa sia più opportuno. Va capito se la mancanza sia stata dovuta a leggerezza, a distrazione, a un momento magari difficile, o a un dispetto. Il comportamento conseguente va calibrato sui fatti e sulle attenuanti.

    Purché non rimanga un vuoto, che anche la slave migliore e animata dalla più profonda volontà di sottomissione non mancherà di riempire con ulteriori mancanze – e si torna al gioco delle bandierine. Un gioco che la slave magari non vuole, ma che finisce per reiterare contro la sua stessa natura.

  • Fatica vs privilegio

    Essere slave significa anche avere dentro la capacità di eseguire i compiti che vengono affidati con un senso di privilegio, piuttosto che di fatica.
    Se il Padrone ordina di pulire, stirare, o fare un qualsiasi altro lavoro antipatico, la cosa complessa è non sbuffare di noia o cercare di scansare il lavoro per pigrizia, ma scavalcare nella propria testa la percezione della mera esecuzione del lavoro e approdare alla comprensione della verità – molto alla Matrix, lo so – e la verità è che si sta servendo il Padrone.
    Servire è un privilegio.

    Non è sempre facile passare a questa percezione altra. Se il compito affidato è noioso, noioso rimane, purtroppo. Il trucco è duplice: concentrarsi nel dettaglio e amplificare l’attenzione. Prestare attenzione all’esecuzione materiale specifica e allargare la propria coscienza a percepire la presenza del Padrone attorno a sé. SentirLo passare alle proprie spalle, sperare nel Suo sguardo, in un Suo tocco.
    Allora il compito da eseguire non diventa più leggero, ma si riveste di un significato diverso – che è quello che conta. Non è più un gesto vuoto, una cosa da fare perché tocca farla; ha uno scopo. E quello scopo è rendere contento il Padrone. Diventa il privilegio di poterlo eseguire per Lui.

  • Incoerenza

    Se il mio desiderio è – come lo è – di affidarmi ad un Padrone affinché sia Lui ad assumersi la responsabilità di me, ed io possa finalmente abbandonarmi ad obbedire ed esistere  in una dimensione protetta dal mondo, allora perché spesso e volentieri cerco di fare di testa mia, taccio dettagli e provo ad arrangiarmi a fare le cose, non mettendo il mio Padrone nelle condizioni di prendersi cura di me in modo ottimale?
    Perché mi struggo per stare in un ruolo e quando ci sono mi sforzo di sfuggirvi?
    L’unica cosa che posso dire è che lo faccio con ingenuità estrema, in totale buona fede; non so in realtà quanto sia duro il compito di prendersi in carico una slave. Così, non capisco subito quanto sia sciocco che la slave stessa cerchi di sollevare parte del carico dalle spalle del Padrone. Un carico che ha voluto e accettato, di cui si vede defraudato – senza che cali nemmeno di poco il senso di responsabilità che ne deriva.
    Ad ognuno il suo ruolo; devo smettere di avere timore ed abbandonarmi totalmente. Solo allora non ci saranno inciampi, incomprensioni, equivoci. In questo percorso di crescita, sono felice di poter capire sempre più cose e migliorare – seppure attraverso errori e un po’ di (in)comprensibile incoerenza.

  • Nessuno va sulla prima corsia

    Viaggiando in autostrada si direbbe che gli automobilisti, in media, provino un forte senso di umiliazione o di degrado a viaggiare sulla prima corsia. Ciò si deduce dal fatto che la maggior parte evita il più possibile di farlo, col bel risultato che la prima corsia rimane pressoché vuota, salvo l’occasionale tir obbligato a restarci, mentre nella corsia mediana si forma una lunga coda di auto che tengono una velocità di crociera media; per sorpassare, quindi, tocca spostarsi sulla terza, rischiando di trovarsi alle spalle l’immancabile bolide col pepe al culo che sfanala come un pazzo.
    Se le auto che viaggiano mediamente veloci stessero (come peraltro dovrebbero) sulla prima corsia, chi sorpassa potrebbe usare la seconda e il bolide potrebbe sfrecciare indisturbato verso dovunque desideri. Ma, no: troppo umiliante stare in prima corsia; quasi fosse un’ammissione di esser lento e quindi stupido.
    Così, per dimostrare di essere o non essere qualcosa, si attua un comportamento stupido davvero, intasando la corsia mediana e aumentando la bile propria e di tutti gli altri.
    In autostrada, io ho imparato a starmene in prima corsia, riconoscendo queste verità. Ma quante altre volte, invece, per un mal riposto senso di rivalsa, o un errato senso di umiliazione, faccio esattamente questo: agire un comportamento stupido, ottuso e arrogante per dimostrare agli altri o a me stessa la mia superiorissima intelligenza e furbizia, dando invece prova dell’esatto contrario?
    Per quanto posso, nella mia vita cerco di far tesoro della prima corsia; di accogliere l’umiltà come un dono prezioso che mi ripaga in serenità.

  • Gradassa

    Non so perche abbia dentro di me questa impellente necessità di fare la gradassa.
    Far finta di non avere bisogno di niente e di nessuno, che non m’importi se qualcosa accade o meno, se qualcuno mi considera o no. Ostentare un orgoglio vacuo.
    Mi gonfio come un rospo e cerco di convincermi che sto bene sola; mi dico: non mi tange. Rispondo ad alta voce ad immaginarie domande che non mi sono mai state poste: “chiedimi se mi interessa”.
    Nel farlo mi adombro. Divento cupa, triste. Arrabbiata. Corrucciata come una bambina che fa i capricci. No, non lo voglio il gelato, ecco.
    Mi ritrovo la fronte quasi dolorante da quanto tengo contratte le sopracciglia in un’espressione scocciata; anche se apparentemente sono tranquilla, nella mia mente ho le braccia conserte e batto i piedi per terra con ostinazione.

    Eppure sono tanto più serena quando invece ammetto a me stessa che invece sì, mi importa, eccome. Ma a volte ammettere questo interesse mi fa sentire fragile, vulnerabile. Mi sembra di rivelare una debolezza di cui altri potranno approfittarsi.
    Ebbene, se è destino soffrire perché altri si saranno approfittati di ciò che rivelo di me, così sia. Perché non voglio più fingere di essere fatta di ferro e di ghiaccio. Voglio poter dire che sì, mi dispiace che il Padrone sia distante e di sentirlo poco; sì, sento la sua mancanza; sì, ho bisogno di Lui. E sì, mi duole ammetterlo, ma alla fine è esattamente questo che volevo: appartenere. E appartenendo, non ha senso far finta che no, non sento di appartenergli.