subservientspace

for this is what I feel

Categoria: vita

  • Non ne ho più

    Sono stata vulnerabile e mi è piaciuto indulgere nella mia vulnerabilità. Sono stata quella più piccola, più debole, quella che si affidava, quella felice di lasciare decidere qualcun altro. Sono stata timorosa ma felice di seguire chi mi diceva di sapere cosa fosse meglio, chi mi ordinava cosa fare, felice di fidarmi della loro guida. Felice di lasciare andare la responsabilità.

    Adesso non ne ho più.

    Non ho più quella fiducia cieca né quel desiderio di affidarmi ciecamente.
    Non ho più piacere a essere vulnerabile.
    Non sono più attratta da pratiche che una volta mi attivavano emotivamente in modo molto profondo. Non sono più disponibile all’umiliazione né alla vergogna.
    Non ho più sottomissione da dare. Posso stare sotto, e mi piace, ma non sottomettermi.

    Sono anche in lutto per tutto questo. Mi dispiace non averne più. Mi manca riuscire ad abbandonarmi ad emozioni così intense; ho nostalgia di quelle sensazioni, della mia capacità di lasciarmi andare, di farmi fare tali e tante cose forti e feroci, fisiche ma soprattutto mentali. Mi manca potermi liberare della responsabilità.

    Ma non ne ho più. Non ne ho proprio più.

    Potrei dare la colpa di questo a qualcun altro, a esperienze passate che mi hanno fatto perdere fiducia, o cose del genere. In realtà, posso solo dare il merito di questo a me stessa, a come sono cambiata, a come affronto ora le difficoltà, il lavoro, gli impegni, l’essere adulta, consapevole e responsabile di me.

    Non sto rinnegando nulla. Ma sono diversa ora.
    Diventa necessariamente diverso il mio vivere il BDSM.

  • Nuovo anno

    Gennaio è arrivato ed è anche passato; anzi, tra poco sarà passato anche febbraio.

    Io sono cambiata, e forse il cambiamento più grande è che non mi sto più opponendo a questo cambiamento ma lo sto seguendo, incanalando, cercando di capirlo.

    Fare BDSM è sempre liberatorio e rilassante ed è incredibile come il mio corpo reagisca e si abbandoni alle pratiche come fosse un’immersione in un bagno caldo. La cosa differente è che adesso la sensazione che provo è che fare BDSM sia appunto un fare e non un sentire.

    Sento il dolore, certo, e il piacere. Ma un tempo quello che sentivo con più forza erano le emozioni, la liberazione emotiva, l’abbandono di me, del mio sé individuale. Emozioni che poi persistevano per giorni e mi lasciavano a galleggiare per un tempo che pareva infinito. Il BDSM era il mio rifugio in cui indulgere nei miei meccanismi disfunzionali in un modo sicuro, sano, consensuale.

    Eppure alla fine si è rivelato meno sano e meno sicuro di quanto pensassi.

    Così vivo il BDSM con meno ferocia, direi. Non è più ASSOLUTO e TOTALE per essere valido. Era un assoluto che mi annichiliva – ed ero felice di annichilirmi, ma era così difficile tornarne fuori, dopo.

    Il punto chiave è che so di non potermi più fidare dei miei desideri, che mi porterebbero a quell’annichilimento. Non posso fidarmi. Quindi non mi affido più.

    Vivo le pratiche con la gioia e il trasporto immediati della condivisione serena, senza sovrastrutture, senza legami. In tutto questo, spero di non essere io a ferire qualcun altro.

  • Buon Natale

    E buona fine e buon inizio.

    Ci vediamo l’anno prossimo, con calma. Riposo un po’, mi è necessario.

  • Compassione

    Una parte difficile nel mio cambiamento è restare compassionevole nei confronti della me stessa che ero prima.

    Accettare che una volta io sia stata una persona diversa: più ingenua, più tossica anche, meno consapevole, che ha fatto scelte che ora non farei più. E accettare che sia sempre stata io, anche se non lo sono più; guardare a quella precedente versione di me non con rabbia o con disprezzo ma con compassione; fino a comprendere che non devo disconoscere completamente la me stessa di un tempo per poter essere la me stessa di adesso.

    Ascoltare ciò che quella me mi racconta: la sua storia, le sue esperienze, i suoi sentimenti. Non per cancellarli o nasconderli, e nemmeno per idealizzarli o giustificarli, ma per imparare da essi.

    Se cancello le mie tracce sarò condannata a ripercorrere gli stessi sentieri.

  • Calo

    Dopo avere vissuto così a lungo con una tensione così alta, dopo avere desiderato vivere con la tensione più alta possibile, ecco arrivare il calo.

    Non sto impazzendo per trovare qualcosa; forse anche perché in questo momento non mi manca niente, o non sento che mi manchi niente. Non sto smaniando dietro a qualche desiderio impossibile o immateriale. Non mi tormento (non più di tanto) per la mancanza di qualcosa di indefinito, o che nemmeno io so definire.

    Respiro. Penso ad altre cose. Leggo libri. Esco per andare ai peer rope, ai party, in giro. Scrivo agli amici. Guardo video di montagna. Ascolto musica. Inspiro. Espiro.

    La quiete sembra subito noia. Invece è preziosa e rara; non sono abituata ad apprezzarla, tesa come sono sempre stata. Invece anche nella pace sono viva: con un altro ritmo, un altro sentire. E’ ascoltare il fruscio delle frasche nel bosco e capire che non c’è altro. Non deve per forza esserci altro: può bastare.

    Può bastare.

  • Andare avanti

    È qui che mi gioco tutto: nell’andare avanti. Anche se è la cosa che appare meno epica, in realtà è la più potente.

    Supplement di Mari Okazaki
  • Pilota automatico

    A volte si vive allo stesso modo come si guida su una strada che si percorre tutti i giorni: con il pilota automatico.

    Forse è proprio una caratteristica umana peculiare cui non si può sfuggire: quando il percorso è noto andare avanti senza pensare, lasciando che la mente vaghi e si distragga, mentre una parte periferica del cervello segue la noiosa routine il minimo indispensabile per non andare a sbattere.

    Ho un po’ questa sensazione: non solo di avere vissuto in automatico nell’ultimo periodo, ma di averlo voluto. Per non dovere affrontare la fatica di pensare, di concentrarmi, ma lasciando scorrere i giorni distraendomi con attività note, facili (magari non semplici, ma facili). Salvo poi riavermi ogni tanto e stupirmi: ma come sono arrivata qui? ma è già finito agosto? ma è già venerdì? E magari accorgermi che avrei invece dovuto uscire prima, prendere l’altro svincolo e non quello che prendo di solito, pensare i pensieri difficili invece che sfuggirli.

    Così rieccomi: a riprendere le fila del discorso, a ripensare alla strada fatta e a quella da fare, e soprattutto ad affrontare tutto quello che in vacanza non è scomparso, ma mi ha aspettata al mio rientro, con quell’odore di chiuso e di polvere che prendono le case dopo averle lasciate per andare al mare. Un odore che è anche una promessa di essere di nuovo accolti in un luogo familiare, che non serba rancore per essere stato temporaneamente abbandonato, ma che ora pretende la giusta attenzione per essere rianimato, risvegliato, aperto e rinfrescato.

    Sono pronta a rientrare in me.

  • Il COVID e il BDSM (o viceversa)

    Dopo tre giorni spettacolari di Kinksters e dopo tre anni di attesa ed essere finalmente andata a vedere il concerto dei Rammstein a Torino, venerdì 15 è arrivato anche per me il momento del covid. C’era da aspettarselo. E’ iniziata così una settimana decisamente pesante: febbre fino a 39, tosse, naso chiuso, testa completamente nel pallone, perdita di gusto e odorato. Una settimana di niente: energie zero per fare alcunché. Divano, Netflix e basta. Beh, e fumetti BDSM.

    In tutto questo infatti mi sono resa conto che non mi è passata la voglia di fare pratiche BDSM. Certo, con i brividi e la febbre a 39 la mia priorità era un’altra, ma anche nel rincoglionimento generale sentivo in me quel tipo di desiderio. Eppure è stato un desiderio che si era assopito a lungo, che era stato precedentemente azzerato dall’ansia per il covid, nei primi tempi della pandemia.

    Per dire: io sono una persona calorosa, ma durante il lockdown ho sempre tenuto addosso una giacca di pile. Il freddo che provavo non era tanto fisico, quanto mentale: era ansia, non spifferi. Allo stesso modo anche la voglia di sadomaso ha avuto un andamento ondivago, conseguente al mio stato di benessere psichico, più che fisico.

    Quando sto male, infatti, mi rifugio nell’anedonia: ogni mio desiderio si ritira in letargo, si chiude su sé stesso e mi lascia con una sensazione di vuoto, di mancanza. In quei momenti non ho voglia, non ho stimolo a masturbarmi o ad immaginare cose, né ad andare su FetLife o altro. Sono congelata. Mi piacerebbe provare desiderio, perché ricordo che è bello; ma non mi viene.

    Durante questa malattia non è stato così. Il malessere era fisico, non psichico: passato il febbrone, anche un po’ per consolazione, immaginavo, guardavo, mi toccavo. Ha senso. L’orgasmo è l’unica sensazione che può sovrastare anche il dolore fisico peggiore. Per me funziona, ma solo sul male fisico. Quello psichico mi impedisce non solo l’orgasmo, ma il desiderio di un orgasmo.

    Non auguro a nessuno questa malattia, soprattutto per la nebbia mentale: un annebbiamento totale, che ha richiesto sforzi notevoli per fare il minimo indispensabile. Mi consola non solo esserne fuori, ma soprattutto che non mi abbia fatto altro male che quello fisico; che l’annebbiamento non mi abbia fatto ritrarre, ma che, anzi, quella mia natura profonda sia rimasta a cullarmi e ad accompagnarmi fuori

  • Luglio col bene che ti voglio

    È arrivato luglio e sto tirando da troppo tempo. Lavoro, studio, gestisco. Impegni, pensieri, emozioni.

    Faccio, brigo, organizzo, vado dagli amici, partecipo agli eventi, rido e scherzo. Mi pizzico un dito nella maniglia della portiera e scoppio a piangere.

    Prendo una pausa.

    La consueta programmazione del blog (un post ogni lunedì e venerdì) riprende a settembre. Fino ad allora pubblicherò sicuramente qualcosa ma a caso, qua e là, senza l’obbligo morale che mi sono autoimposta. Libero uno spazio mentale e riposo un po’. Sempre portando nel cuore la gratitudine per chi mi legge e mi segue.

  • La mezza misura

    Sono abbastanza competente da sapere che non sono abbastanza competente.
    Conosco a sufficienza per sapere che non so tutto quello che dovrei sapere.
    Sono dimagrita ma i vestiti non mi stanno ancora come vorrei.
    Sono sufficientemente consapevole di me per comprendere che in alcuni aspetti mi manca ancora consapevolezza.

    E’ come quando cercavo di farmi crescere i capelli: la maledetta mezza misura. Finché li avevo a spazzola erano comodi e stavano a posto; ora che li ho lunghi posso legarli, acconciarli, in un modo o nell’altro stanno a posto. Ma mentre crescevano avevo ciuffi scomposti, troppo corti per legarli ma troppo lunghi perché stessero giù, e per quante forcine, cerchietti e gel comprassi e usassi non c’era verso di trovare loro un aspetto decente.

    Anche con la competenza, la consapevolezza e qualsiasi altra fase di passaggio è così: la mezza misura è la parte più difficile da gestire. Non è che non veda i progressi già fatti, ma paradossalmente mi fanno sembrare l’obiettivo ancora più distante da raggiungere. Nella mezza misura si tratta di resistere e passare oltre, sopportarla per attraversarla, senza cedere alla frustrazione (quante volte sono sbottata e mi sono tagliata di nuovo i capelli a spazzola perché non sopportavo più la mezza misura, e ho dovuto ricominciare dall’inizio?).

    Ad un certo punto si scollina, lo so: poi tutto è in discesa, almeno fino alla prossima salita. Si tratta di tenere duro in un momento in cui la fatica sembra inutile.