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for this is what I feel

Categoria: vita

  • Anfibi, jeans e felpa

    Non ho mai smesso di essere la ragazza dai capelli incolti, con i jeans, gli anfibi e la felpa, che va da sola alla Festa dell’Unità, che beve una birra nel bicchiere di plastica e gira per la bancarella dei libri.

    Non ho mai smesso di essere quella seduta da sola sulla panca, a sorridere contenta ma triste, malinconica ma orgogliosa della sua solitudine.

    Non ho mai smesso di guardare i concerti di oscuri gruppi nostalgici di cover, ma soprattutto di guardare le persone che guardano il palco; non ho mai smesso di osservare i volti, i vestiti, le mani, i sorrisi e gli sguardi, e immaginare storie.

    Non ho mai smesso di cercare tra i libri usati, di emozionarmi per un volume rovinato ma storico, di leggere la quarta di copertina e di tirare fuori i 5 euro per comprarlo.

    Non ho mai smesso di essere quella solitaria, un po’ diversa, un po’ fuori posto, che soffre il non essere integrata ed al contempo lo cura.

    Non ho mai smesso e mai smetterò.

  • Complemento di luogo

    Scorro il feed di Facebook del mio profilo vanilla e trovo un post carino di un’amica che propone un gioco: “Scrivi nei commenti ‘per Natale vorrei’ e poi completa la frase con la parola centrale suggerita dal completamento automatico del tuo telefono”. 

    Seguono commenti sgrammaticati, buffi. Sorrido e decido di partecipare. Il mio telefono così suggerisce riferimenti a cene di lavoro, a clienti e… “a Mestre”. 

    Non posso evitare che mi salti il cuore nel petto, ed osservo quelle parole con uno strano senso di emozione, nostalgia, desiderio e con un mezzo sorriso sulle labbra. 
    Resto col dito a mezz’aria, titubante se pubblicare il commento, come se il solo nome del luogo potesse in qualche modo essere rivelatorio per tutti di ciò che significa per me. 

  • M

    Mi passa le mani sulla schiena ed io mi inarco per seguirlo; lo bacio, e mi bacia in risposta.
    Abbiamo superato l’essere semplici amici; mi sono proposta io, dopo quasi un anno di valutazioni se farlo o meno, se coinvolgere una persona “normale”, un amico “vanilla”, ad un rapporto di poliamore. Sulle prime ci è rimasto in effetti di sasso; ma si è poi buttato con notevole slancio.
    Progressivamente mi passa le mani addosso con più forza; mi preme le dita nelle carni. Gemo, lo assecondo, gli dico sì, di più. Mi graffia leggermente ed io ansimo, e lo incoraggio a provare più forte. Sorride.
    Arriccia le labbra e scopre i denti; ha il respiro pesante e le pupille dilatate; i suoi profondi occhi azzurri, puntati saldamente su di me a cogliere ogni mio fremito, mi fanno sentire ancora più nuda e inerme.
    Le sue mani si muovono decise, le dita trovano anfratti di me che non conoscevo.
    Ansimo e tremo, non credevo di poter godere così; mi afferro a lui, ai suoi vestiti, apro la bocca per gemere e gridare e rovescio la testa all’indietro. Mi succhia le labbra e la lingua e le sue unghie mi affondano nella carne. Il respiro mi si mozza in gola in un singulto: piacere e dolore e di nuovo piacere – il dolore che per me è piacere, il piacere sessuale puro che che mi si irradia dentro da in mezzo alle cosce.
    Il primo colpo arriva che non me lo aspetto, ma non è forse sempre così? Mi schiaffeggia forte il seno.
    Strillo.
    Lui esita; mi guarda e il suo sguardo si fa dolce: “Ti ho fatto male?”, chiede, sinceramente preoccupato.
    Lo guardo con occhi liquidi e gli faccio un sorrisone: “Sì – rispondo – e mi piace”.
    Lui sorride in risposta, ed il sorriso gli si muta di nuovo in sogghigno; il viso gli si trasfigura nel muso di un predatore, emette fiato dalle narici ed alza nuovamente la mano, caricando il colpo successivo.
    Mi lascio soverchiare dai brividi che mi dà il sentirlo sopra di me, espongo il corpo e mi sottometto felice al farmi fare qualsiasi cosa, lasciandomi andare al solo sentire, senza più pensare.

    E rotolo ridendo incredula dell’aver trovato e scelto, a caso stavolta, ma di nuovo, un uomo dall’indole dominante.

  • Vacanze al mare

    Cervia, settembre. Spiaggia, sole e vento forte.

    Quando sono in spiaggia con il vento, di colpo sono di nuovo quella bambina di 12 anni in vacanza al mare coi genitori; quella che, nel torpore indotto dal sole, sotto la carezza del vento, immaginava situazioni e storie erotiche se non proprio pornografiche, con indizi di un bdsm che ancora non aveva un nome, e si bagnava fino ad avere il costumino fradicio.

    La sensazione del vento che mi batte sulla pelle è come essere accarezzata con forza da grandi mani maschili. Mi sento toccata, afferrata e massaggiata tutta, tutta insieme.
    Allora mi sorgono immagini, fantasie e ricordi, che mi fanno avere altri brividi, più profondi ed intimi, oltre a quelli del vento che mi increspa la pelle.

    Sono sempre stata fisica, vogliosa, affamata; ma mi hanno insegnato che era sbagliato e sporco. Ed io di questa sensazione di sporco ho fatto ulteriore fisicità, diventando masochista e sottomessa, amante dell’umiliazione e della vergogna come viatico di eccitazione.

    Amo il vento forte, il getto violento dell’acqua, l’impatto delle fruste, le carezze a mano piena che mi stringono la carne.
    Amo il tocco deciso di chi si appropria di me.

  • 10 anni dopo

    ​Decido di passarci perché sono in vacanza lì vicino; decido di passarci per vedere se c’è ancora, e per ricordare. C’è. Un tuffo al cuore. 

    Mi ricordo ancora tutto, nei dettagli. 

    Le prime esperienze di bdsm, di play party, di cosa significa comunità. Un gruppo di gente che faceva casino, soprattutto, che rideva e mangiava insieme (il famoso sm: se magna). 

    Brividi, o, come si dice oggi, #feels. 

    Tanti ricordi di tante sensazioni, grida, lacrime, risate, ma soprattutto persone, anche chi non c’è più (ciao Geo). 

    In questo mare di fine stagione che era quello di Amici Miei, mi lascio andare ai ricordi. 

  • Peer rope

    A metà marzo vado a Roma una settimana per un corso di formazione.
    Sono contenta, adoro fare corsi e Roma è grande, solare, caotica e stupenda. La mattina vado al corso, mangio seduta al sole in cortile, e nel pomeriggio mi resta tempo per girare per la città eterna.
    E scopro che giovedì sera c’è il peer rope al MBDStudio, lo studio di MaestroBD. Lui non c’è, ma c’è Ishara Gabri, che ho conosciuto ad una serata del Decadence.
    Chiedo il permesso al Padrone di andarci, e di potermi fare legare. Il permesso viene accordato, così il giovedì affronto 45 minuti di autobus per raggiungere lo studio.
    La sera è tiepida, l’aria sa di nuovo, di inusuale. Cammino con un sorriso stampato in faccia, felice anche solo dell’essere in giro da sola; senso di libertà, di possibilità.
    Allo studio non ho nulla di adatto, come abbigliamento; così me ne resto in culottes e mi sento stranamente a mio agio. Inizio a farmi legare, mentre di fronte a me un’altra coppia vive una bellissima e complicata legatura. Un po’ li guardo, un po’ mi concentro sulle ‘mie’ corde, un po’ rido delle battute che vengono dette – c’è una bella musica ambient, ma l’atmosfera è davvero informale e si chiacchiera, si ride, si scherza.
    Mi lascio legare e la legatura viene fuori strana, un po’ storta, da una parte duole più che dall’altra, ma non è male. Ishara, che mi lega, mi aggancia alla struttura, pur senza sospendermi, cosa che non mi fido di farmi fare, con la mia schiena malandata. Sono comunque sempre un po’ sulle mie, un po’ timorosa.
    Poi, lei tira le corde e mi fa dondolare.
    Di colpo, tutto cambia.
    Chiudo gli occhi, sento le corde che segano la carne, il laccio che mi tiene appesa all’anello sopra di me. Posso lasciarmi andare e lo faccio, finalmente. Inizio a respirare, a sentire ad un livello più profondo.
    Lei mi passa accanto e mi sfiora, per caso o per controllo, non so; ma scopro di essere sensibilissima. La richiamo indietro: “Ehi, um, potresti, sai, le corde qui sul fianco sinistro mi hanno resa sensibile”.
    Lei accorre: “Certo, dove ti fa male? Allento?”, e armeggia per darmi sollievo.
    “No, no – dico io – In realtà… vorrei solo che mi toccassi. Che mi accarezzassi”. Mi vergogno quasi a chiederlo, ma la sensazione era così bella che non voglio lasciarmela sfuggire, voglio sentirla ancora, assaporarla.
    Lei sorride sorniona, ora che ha capito. Mi passa le mani sui fianchi, sulle costole, sulle braccia. Le corde hanno stretto, e sento il minimo tocco amplificato. Ho brividi di piacere. Sorrido.
    Infine mi scioglie e mi lascio andare alle coccole sul tappeto.
    Costretta tra quei legacci, per quindici minuti ho potuto spegnere me stessa e riposare, serena, sulla dolce culla della percezione fisica.

    peer rope Roma

  • Cuscinetto

    Pensieri, parole, opere; omissioni, forse.
    Rivedo tutto, ripenso tutto: ma lì avrei potuto, là avrei dovuto, quella volta se avessi.
    Poi libero la mente, abbandono i dubbi, i se: è andata così, ed è stato bello. Mi cullo nei ricordi.

    Lascio che passi un po’ di tempo, che ci sia un cuscinetto di altri pensieri, altre parole, altre opere.
    Ascolto, mi ascolto, navigo; rifletto. Mi commuovo, anche. Ogni tanto alzo lo sguardo ad un’idea di futuro, ma non troppo spesso.
    Non posso, non voglio avere fretta – c’è anche la vita di mezzo.

    Richiudo gli occhi, mi appoggio di nuovo.
    Il cuscinetto ancora non è abbastanza soffice.

  • Addio e grazie per tutto il dubstep

    Tre anni non sono un giorno e non verranno dimenticati mai.
    Sono cresciuta, cambiata. Ho vissuto esperienze che non avrei creduto possibili, superato limiti che credevo invalicabili. Poi, come sempre, la vita capita.
    Non è davvero un addio, in ogni caso.

  • Cambiamenti

    E’ sempre così: quando avviene qualche cambiamento nella vita quotidiana, poi è dura riallineare tutto il resto. Per usare un termine tecnico: è un casino.
    Cambio di lavoro: un corso di aggiornamento, due ore al pc ad aggiornare il curriculum, quattro per il profilo LinkedIn abbandonato da secoli; ritrovare una routine, degli orari, un’organizzazione.
    Mezz’ora a fissare il template di WordPress che mi fissa di rimando, bianco. Poi la rinuncia: vado a letto, ci penserò domani. E poi domani è un casino da capo.
    Cercare, ritrovare il tempo per scrivere, per pensare. Per vivere ogni parte del mio essere. Un tempo che pare essersi nascosto tra le pieghe delle giornate, come un paio di mutandine tra le lenzuola. Che le trovi solo quando stendi i panni al davanzale, perché immancabilmente sbucano fuori dal nulla e precipitano di sotto, e ti tocca scendere in ciabatte per andare a recuperarle.
    Lo stesso capita con altre cose.
    Adesso sono in quel momento: in ciabatte, un po’ sbuffo perché non ho voglia di scendere, anche se sono le mie mutandine preferite; so che poi dovrò per forza lavarle di nuovo, e magari ci vorrà altro tempo prima di poterle rimettere… ma indossarle mi fa sempre piacere, alla fine. E sono contenta che siano saltate fuori, anche se non ci avevo più pensato e forse non avevo nemmeno notato che mancavano.
    Vado, così poi faccio il bucato.

  • Anedonia

    Ancora una volta nella mia vita, come sempre quando ci sono tensioni emotive, stress e decisioni, torno a pensare che l’unica cosa buona da fare sia chiudere tutti i rubinetti: della comunicazione, delle emozioni, della mia capacità di dare, dell’empatia, di tutto. Chiudo tutto, e lo chiudo in ogni aspetto della mia vita – perché a quanto pare non sono fatta a compartimenti stagni, ed il rubinetto è uno solo.
    Vegeto in divano, apatica; scelgo l’anedonia.
    Con gli altri affetto tranquilla serenità, normalità; è facile fingere di stare bene da dietro il piccolo monitor di un cellulare. :) :) :)
    E proprio quando ho quasi deciso di chiudere del tutto – ed in realtà mi dibatto per liberarmi da queste pastoie che mi imprigionano in un’inazione odiosa e appiccicosa – capisco che invece l’unica cosa davvero sensata da fare è aprirmi completamente. Accettare la totale vulnerabilità come vera armatura invincibile, arrendersi per continuare a combattere. Accettare di soffrire per poter sentire.
    E’ una cosa che continuo a scoprire, nella mia vita, perché continuo a dimenticarla: quando hai paura apri, non chiudere.
    Questo non fa passare la paura, ma placa il cuore in tumulto nella consapevolezza di avere, almeno, dato tutto quello che potevo dare. Quando sto male, è perché non ho dato abbastanza, non perché (come talvolta mi convinco) non ho ricevuto abbastanza.