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  • Sembra ieri

    Non sono molto forte con le date. Tranne alcune, significative: il mio compleanno, quello di mio marito, il nostro matrimonio, i compleanni di persone cui tengo (ma talvolta le devo controllare sul calendario…). Qualche volta, ci sono delle date che voglio ricordare: quindi le cerco per fissarle a memoria.

    Così, scorro all’indietro i messaggi fino al primo, per verificare la data della prima volta che ci siamo scritti. Non è ancora oggi, lo so: voglio essere preparata. E poi cerco ancora: la prima volta che l’ho chiamato Signore; la prima volta che l’ho chiamato Padrone; la prima volta che ci siamo incontrati di persona, da soli.
    E leggo.
    Rileggo i messaggi, gli scambi, le battute, le cose che ci siamo detti. Scopro dettagli che erano già stati rivelati nei proverbiali tempi non sospetti, cose che ho riscoperto dopo, elementi che sono diventati fondamentali nelle Nostre sessioni, e scopro che ne avevamo già parlato, me ne aveva già accennato, ce n’era già una foto o una gif condivisa che lo rappresentava.

    E adesso tutte queste cose dette, scambiate, le rileggo con l’altrettanto proverbiale senno di poi; le assaporo come un gusto dimenticato, ricordo cosa avevo provato quella prima volta, in alcuni passaggi mi accorgo che adesso so che cosa cercavo di esprimere ma non sapevo mettere in parole.

    Cose che mi smuovevano e mi smuovono, che mi rimescolano nelle viscere, che risuonano ad una parte oscura e profonda dentro di me, alla creatura dell’abisso che è kat, che grida nelle profondità per uscire, per godere, per sentire.

    E tutto è iniziato da qui.

  • Atroce, violento, perfetto

    Il sottile bastoncino di rattan ticchetta e colpisce, costante.
    Sobbalzo ad ogni colpo, il culo sempre più dolorante e, immagino, arrossato. Non vedo nulla, tengo gli occhi chiusi dietro la benda: ascolto il colpire, la Sua mano che cala il cane senza stancarsi, senza pause; ascolto il dolore che sale.
    Mi mette dentro un dito, due forse. Scivola: so come il mio corpo reagisce a questo dolore, e la vergogna che provo non fa che aumentare il bagnato.
    Mentre mi colpisce mi penetra, sento il piacere salire, artiglio l’aria con le mani.

    “Godo, Padrone”
    “Godi, troia”

    Gemo e strillo, l’orgasmo mi si espande nelle viscere. Sollevo la testa, boccheggio. Continuo a godere, la sensazione persiste, mi scava dentro. Di colpo mi rendo conto che il Padrone non mi sta più toccando. C’è solo il cane, che scende implacabile. Com’è possibile…? Sento ancora… nelle viscere.
    Non connetto più, non capisco, non riesco più a pensare. Resta solo la carne, il sentire, il bruciare del dolore, il cane che colpisce sempre più forte.

    Sollevo il culo, incontro al dolore. Godo di nuovo. Ho gli occhi sgranati dietro la benda, incredula io stessa dell’intensità che mi attraversa la carne, incredula di godere del solo dolore, grata che diventi ancora più forte, più violento, più pesante, che mi faccia gridare e gemere di gola, in versi gutturali che denunciano la sensazione che provo – un dolore perfetto.

  • Chiamare Padrone il Padrone

    Sono alla mia terza Appartenenza e ho sempre chiamato “Padrone” il mio Padrone. L’ho chiamato così dopo un certo tempo, dopo un titolo “intermedio”, diciamo, che è stato talvolta “Maestro”, “Sir” o “Signore” (maiuscola d’ordinanza), necessario per comprendere se davvero fosse Padrone per me.

    Ogni tanto, mi chiedo se possa sembrare insincero chiamare Padrone il Padrone.
    Sono appartenuta a persone diverse. Forse che sarebbe stato vero solo se fosse stata una persona unica? Dire “sono tua” a persone diverse in tempi diversi, è sempre vero? E’ vero in quel momento, nell’attimo assoluto che sto vivendo, che stiamo vivendo. Ma poi?

    Se ero di uno, posso ora essere di un altro? Ho meno valore se sono già stata di qualcun altro? Ha meno valore la mia Appartenenza se era prima stata data a qualcun altro?

    Appartengo sempre con tutta me stessa, e non posso mai appartenere a più di un Padrone. Non potrei. Come sarebbe possibile? Il Padrone è uno, è unico, è assoluto. Una sola può essere la parola che detta legge. Ho necessità che quella voce sia univoca; anche appartenendo ad una coppia Dom, sono sempre stata più di lui – perché percepisco un unico Padrone. Un unico Alpha. Come un cane, ho bisogno di individuare il capo; se non è chiaro, sono persa.

    D’altra parte, il Padrone è il Padrone. Come altro andrebbe chiamato?
    La cosa fondamentale è vivere fino in fondo quel momento assoluto: il momento in cui il Padrone è lui, e solo lui.

  • Scavalcare

    All’inizio è sempre troppo doloroso.
    Mi colpisce senza riguardo, con forza, colpi secchi sul culo, mentre sono in ginocchio, o stesa a terra ai Suoi piedi. Mi trascina e mi sposta, mi mette comoda per Lui e colpisce. Io strillo, mi agito, stringo i denti e cerco di resistere.
    All’inizio non mi piace, mi fa male, vorrei sottrarmi, scappare. Penso di dire la safeword, a volte.

    Forse è perché facciamo sessione da me. In passato, ero io ad andare dal Padrone, lontano. Avevo il tempo del viaggio per entrare in uno stato mentale adatto.
    Qui, da me, l’ambiente è familiare, quotidiano, anche se allestito diversamente; anche se mi preparo, mi manca quel distacco anche fisico dalla “normalità”.
    Inoltre, appena arriva siamo già in sessione. Non ci sono convenevoli, io sono nuda e lui entra.
    In passato c’era sempre un periodo più o meno breve di accoglienza, non ero istantaneamente proiettata a terra, al mio posto. Adesso, sì.

    Per questo penso che questo sia un rapporto D/s maturo.
    Non ci sono convenevoli, ammorbidimenti, approcci: sappiamo chi siamo l’uno per l’altra e lo siamo. Lo viviamo. Subito.

    Il dolore è pungente, feroce, la Sua mano non esita un istante. La mia carne è fredda, impreparata (ma non vedo come potrebbe invece essere preparata). Mi tiene ferma e mi batte; mi frusta le piante dei piedi per farmeli tenere nella posizione che mi ha insegnato. Urlo.
    Perché è così cattivo?, penso. Fa male. Fa male!

    E poi scavalco.

    Non so quale muro mentale io abbia dentro. Ma dopo poco lo scavalco.
    Smetto di pensare, di lamentarmi (si fa per dire). Apro la bocca, offro il culo, tengo le mani dietro la schiena, i piedi distesi. Lui entra. Entra in me attraverso il dolore, attraverso la carne. Si fa spazio e mi obbliga a lasciarmi usare. Lacrimo, sbavo, strillo ma il dolore ora mi penetra in profondità e mi attraversa come un fiume in piena, mi travolge e mi porta via.
    Giro gli occhi all’indietro e i miei strilli diventano grugniti di gola. Ansimo. Godo.

    Godo del dolore, della pelle che si segna, della carne che si tende. Godo della sottomissione, dell’uso che Lui fa di me, dell’essere Sua.
    Mi sta addosso, mi chiama in ogni modo ed ogni appellativo mi risuona dentro e mi scuote. Mi colpisce, mi tira, mi sposta, mi sbatte, mi gira: sono il Suo pupazzo. Sento la vergogna, l’umiliazione, il dolore; sento tutto e tutto mi vibra dentro. Sento Lui.

    Quando ha finito mi chiama per nome e io sono un ammasso di carne martoriata e fradicia.
    Sono la Sua schiava.

  • Dalla parte del manico

    Due ore dopo, girando su facebook, trovo una foto di coltelli in uno dei gruppi che seguo, con la didascalia che invita gli utenti ad esprimersi in merito all’edge play.

    Penso: è edge play, dunque? Non ci avevo pensato prima.

    Stesa supina sul divano ansimo pesantemente, gli occhi bendati, il corpo coperto di cera. Il dolore pungente della cera rovente mi permane addosso come disegno sulla pelle.
    Quando Lui torna sento lo scatto del coltello a serramanico. Mentre la sua presenza scende su di me, mi dice: ora stai ferma.
    Respiro a fondo, per placare il mio ansimare. Distendo i muscoli e resto ferma. Unici segni di agitazione, unici movimenti che mi concedo, le dita di mani e piedi che si contraggono.

    Il coltello mi scorre sulla pelle, scalzando la cera ormai fredda. Passa ovunque: sui seni, sulla pancia, sulle cosce, tra le gambe: la lama fredda mi accarezza la carne come una promessa di cosa potrebbe essere.
    Se Lui volesse, potrebbe incidermi, affondare quel coltello e tagliarmi.
    Inspiro, espiro, trattengo il fiato. Sento la punta del coltello addosso. Quando si allontana, respiro di nuovo.

    “Hai paura?”
    “Mi fido di Te, Padrone”
    “Ma ho un coltello in mano”, dice, e sento di nuovo la lama fredda su di me.
    Vorrebbe che avessi paura? Ho timore, sì, sento il rischio del coltello affilato, ma non la paura di chi non si fida.
    Chiudo gli occhi dietro la benda, ho il respiro affannoso, come il Suo; lo sento addosso, col corpo e col coltello, sento la Sua eccitazione, il Suo desiderio di incidere la mia carne inerme, eppure non ho paura di Lui. Mi fido, davvero, mi lascio fare e il punto è che in quel momento, forse, mi lascerei tagliare e fare a pezzi. Sono Sua e sono abbandonata a Lui; mi fido che sappia cosa fa di questa cosa Sua che sono io.

    Trattengo il fiato: sento la lama raschiarmi la pelle, la punta acuminata che punge e l’eccitazione fluida che mi scorre tra le gambe.

  • Weekend perfetto di appartenenza

    Domenica mattina. Mi giro verso di Lui.
    Lui allunga il braccio verso di me; io mi accosto, sorrido, penso che mi voglia abbracciare, stringere a sé.
    Invece, mi afferra di colpo per i capelli e mi spinge con forza la testa in basso, me lo fa prendere in bocca.

    Un tuffo al cuore; la sensazione è di sogno infranto. Mi aspettavo tenerezza, invece sono stata usata.
    Ed è una sensazione bellissima: sono Sua, sono una cosa, sono lì per servirlo, sono a Sua disposizione per quello che vuole. Gli appartengo. La frattura improvvisa, violenta, tra la mia aspettativa e il Suo agire mi dà i brividi: brividi che scorrono in me in profondità, brividi che riconosco. Lo sento.

    Mi muove su e giù, poi mi sbatte via. “Questo sì che è un buongiorno, kat”, dice.
    Io annuisco e vado a preparare il primo caffé.

    Cammino a mezzo metro da terra, felice come mai, nel vivere questo weekend con il mio Padrone.

  • Sotto la pelle, dentro la carne

    Sto volando. Le code di cuoio impattano con forza sulla mia carne e io batto le mani a ritmo, senza pensarci. Pausa; dondolo sul posto. Il Padrone viene da me, mi fa spostare dalla piccola cavallina, mi mette a sedere e mi dice se me la sento di fare aghi. Io plano dolcemente dal subspace, sorrido, annuisco. Sento la Sua presenza, mi accompagna giù dal mio volo e poi al tavolo coperto di cellophane, dove mi stendo fiduciosa a pancia in giù. Sorrido alla ragazza che si occuperà degli aghi.

    Cosa sento di più: l’ago che fora la pelle o la mano del Padrone che stringe la mia?

    Mugolo, gemo; non sono troppo dolorosi, ma li sento. Non li conto, lascio che entrino, che mi tengano aperta e sollevata la pelle. Il dolore persiste, sordo, si accumula e cresce ad ogni puntura. Gli ultimi due, in una posizione diversa, mi fanno strillare. La ragazza mi passa un dito sulla fila di aghi, lo sento, mi piace. Stringo la mano del mio Padrone, tengo gli occhi chiusi e lo sento lì, accanto a me, che osserva e partecipa.

    Mi mette una mano su un braccio e mi passa addosso la rotellina. Boccheggio, gemo; le sensazioni iniziano a farsi confuse, sovrapposte. Il dolore è caldo, mi scorre dentro dagli aghi, mi colma fino al sesso. La rotella mi passa sulla carne trapassata dagli aghi: dolore che rinnova dolore che stimola dolore, un flusso che cancella ogni pensiero; sollevo il culo, il sesso mi si apre, scivola, sento il dolore che lo investe come un getto bollente e senz’altra stimolazione vengo.

    Sono scossa da brividi, emetto versi gutturali e mi lascio godere. Una sensazione totale, completa, non focalizzata in un punto ma assoluta, un orgasmo che mi scuote completamente, arrivato da dentro, attraverso le terminazioni nervose in cortocircuito per il dolore, il volo, la presenza, tutto. Tutto.

    Il mio Padrone mi sfila gli aghi, uno ad uno.
    Sorrido e spero di sanguinare, di sanguinare tanto, che il mio sangue esca per Lui.

  • La potenza delle parole

    L’ho immaginato così tante volte. Ore passate ad immaginare, fantasticare; a guardare gif e filmati e immagini porno aggiungendo nella mia mente il parlato, con quelle parole che tornavano, ripetute, ossessive.

    E ora le sento. Le leggo. Mi vengono dette. Ripetute.
    Non è più solo nella mia testa, non dipende più da me. Non è una qualche figura immaginaria a dirle.

    Ogni volta è un tuffo al cuore, visceri che si rimescolano e il sesso che si contrae.
    Mi sono auto-educata a reagire a quelle parole – o forse sono parole che mi hanno sempre fatto reagire, perché parlano al mio sé più profondo e nascosto.
    A sentirle davvero mi smuovono nella profondità, mi fanno vivere ciò che finora è stata solo fantasia. Fantasia oscura, segreta, mai rivelata a nessuno.

    Ed ora Lui entra e sfonda e mi ritrovo riversa sul pavimento senza quasi capire che cosa mi ha travolto.

  • Verticalità

    E’ una parola che non conoscevo, ma definisce perfettamente ciò che sento e ciò che cerco in una relazione D/s. Me l’ha insegnata Lui; quando l’ha usata per la prima volta, in chat, pur non conoscendola l’ho riconosciuta. Ho capito cosa significava e ne ho sentito il valore.

    Verticalità.

    SentirLo sopra, sentirmi sotto.
    Sapere che non siamo sullo stesso piano, ma su due livelli differenti, e che il flusso di potere che scorre tra questi due piani è ciò che dà senso al rapporto.
    In questa prospettiva che va dall’alto verso il basso si allunga la profondità; la mente si inoltra nel vortice e scende, in un precipitare guidato dalla verticalità stessa.

  • Scendere

    I colpi si susseguono, senza alcuna tregua.
    Annaspo, strillo, mi agito e mi aggrappo al cuscino che mi trovo davanti. Spero in una pausa, un momento di sospensione, una carezza sulla parte colpita per sopire il dolore, ma Lui non sembra sentire nessuna fatica e contina a colpire senza sosta.
    Grido, non ce la faccio più: giallo!
    Pausa.
    Lui si sposta, armeggia, io piagnucolo nel cuscino. Torna dopo pochissimo e riprende a colpirmi con un diverso strumento. Urlo. E’ la barrell: un dolore tagliente, doppio.
    Poi, cambia. Senza che me ne renda conto, passa ad un ritmo più cadenzato, preciso: mi colpisce solo sul culo, forte, ma ritmico. Non me ne accorgo razionalmente, ma lo sento. Lo sento dentro; inizio a respirare in modo diverso, più a fondo.

    E’ come scendere una immensa, infinita gradinata che scende nel profondo.

    Un passo alla volta, un gradino alla volta, verso il buio, il caldo, il denso. Un poco alla volta, scendo in subspace. Mi rendo conto di starlo facendo e mi stupisce: in passato ci finivo di colpo, senza capire come. Una botola che si apriva sotto di me ed ero di là. Adesso no: scendo lentamente. Di più: decido di scendere. Mi lascio trasportare da Lui, dal Suo modo di colpirmi, dal dolore che mi dona.
    I muscoli si rilassano, smetto di strillare e ci sono.
    Silenzio.

    Silenzio.

    Ascolto il ritmico scivolare, colpire e strisciare della frusta.
    C’è una ventola che ronza in sottofondo.
    Sento Lui respirare.

    Mi sento galleggiare. Tengo gli occhi chiusi, poi li apro, poi li richiudo. Parlotto tra me e me. Sorrido.
    Il culo è il fulcro del mio mondo, ora: sento le due code di cuoio che mi tagliano a metà, di traverso. Colpo, fruscio, colpo, fruscio, colpo. Il culo brucia, ma è come un sogno: non è davvero il mio culo, eppure lo è. Penso che potrei farmi tagliare davvero e non me ne renderei conto, adesso non chiamerei nessuna safeword. Ascolto il culo che brucia di dolore. Sto benissimo.
    Navigo in acque sconosciute e calde che mi cullano. Mi affido alla guida di chi mi infligge il dolore, che è l’unico ora che possa fermarsi o pilotare.

    Quanto tempo dura? Quanti colpi saranno? Potrebbe essere un’ora o un minuto, dieci colpi o cento. Vivo in un tempo sospeso.
    D’improvviso un colpo diverso, in verticale, e un altro, dall’altra parte: un dolore diverso, il ritmo si spezza. Cado e sono di nuovo qui: urlo e scatto in avanti per sottrarmi, mi gira la testa, cado stesa; Lui si ferma e Lo sento stendersi sopra di me, mi usa come cuscino; riposa, credo. Respiro e recupero: risalgo dal subspace, riprendendomi dal brusco risveglio.

    “Ci sei?”, chiede.
    “Ci sono, Padrone”, rispondo.
    Si alza e ricomincia, senza pietà.