Dopo una cena di lavoro

Dopo una cena di lavoro, rientro in auto con alcuni colleghi, due uomini e una donna. E’ tardi, passata mezzanotte da poco.

D’improvviso, penso: domani a quest’ora sarò in ginocchio per terra, coperta di sputo e di sperma, il trucco colato, la lingua di fuori e la bava che cola dalla bocca, le gambe aperte e il culo rovente.

Un brivido profondo mi percorre tutta; mi agito sul sedile posteriore, accanto agli ignari colleghi. Muovo le gambe, per la sensazione pulsante che inizio a sentire in mezzo alle cosce.

I colleghi chiacchierano, ridono, si raccontano aneddoti. Io vibro in silenzio.

Come è possibile che sia qui, che sia la persona che è stata con loro in fiera, che lavora, che si confronta alla pari, ed allo stesso tempo essere schiava, esserlo profondamente, sentirlo come la propria natura più profonda, più vera? Osservo l’abitacolo, le case che scorrono fuori dal finestrino, sento le risate dei colleghi ma non ascolto. Quello che ascolto è ciò che sento dentro, questo scorrere fluido, denso, potente che mi porta a terra, sotto i Suoi piedi, a subire tutto ciò che Lo soddisfa. A godere del dolore, dell’umiliazione.

Quando scendo dall’auto, inspiro l’aria della notte e sorrido.

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Punto di rottura

cane vs culo

Quando l’intensità supera una certa soglia, il dolore diventa piacere profondo, viscerale, assoluto.

Il susseguirsi dei colpi è incessante, violento, crescente. Vedo il Padrone nel riflesso del vetro della libreria: seduto, poi in piedi, il braccio che si muove, il cane che sforbicia ferocemente l’aria e si abbatte sul mio culo, sempre più forte.

Agito le braccia cercando un appiglio che non c’è, urlo affondando la faccia nel cuscino. Il dolore cresce, cresce, il culo brucia, la mia voce si spezza in gola, diventa rauca, il dolore mi affonda nelle viscere e diventa piacere, terribile, assoluto piacere. Giro gli occhi all’indietro e gorgoglio. E’ un orgasmo della carne, del corpo, di tutto il mio essere che si dona al Padrone, che si fa poltiglia per Lui.

Forced orgasm

L’orgasmo forzato è una terribile, meravigliosa tortura.

Sembra stupendo, no? Come può essere una tortura una cosa favolosa come un orgasmo? Eppure.

Dopo avere goduto il corpo trema, desidera un po’ di tranquillità per assaporare il piacere provato; il clitoride ancora duro, sensibile, le labbra gonfie, l’interno che si contrae, il liquido denso che cola: dopo il primo orgasmo la figa si aspetta riposo. Dopo averne provati altri, inizia a chiedere tregua. Ad un certo punto, implora pietà.

Urlo che è troppo, vorrei che smettesse, che mi lasciasse stare: ho goduto, davvero, tanto, sono a posto. No, non è vero che sono a posto: la verità è che non ne posso più.

La vibrazione continua mi devasta. Sento tremare persino le ossa del bacino. Il clitoride, pure esausto, non riesce a smettere di godere, non diventa insensibile, anzi, diventa sempre più sensibile e mi fa impazzire. Mi sento pulsare e contrarre a vuoto, e ogni contrazione aumenta l’intensità dell’orgasmo, finché non faccio che urlare e sbavare, gli occhi girati all’indietro, la lingua di fuori. Mi aggrappo al bordo del letto, cerco persino di scappare, di sottrarmi a quell’aggeggio infernale che vibra, vibra e mi scuote fino nelle viscere. E intanto godo, senza scampo.

Sono solo corpo, solo fluidi che colano: il cervello è obliterato dal sentire continuo, intenso, inesorabile e devastante.

Sera

L’aria è fresca, tanto che appena scesa dell’autobus rabbrividisco, ma non metto la giacca: camminando mi scaldo e diventa estremamente piacevole.

Respiro a pieni polmoni: si sente che il mare non è distante.

Cammino, veloce, da sola. Respiro.

Silenzio, rumore di fondo, auto che passano, sole che tramonta.

È uno di quei momenti di transito: ho finito un lungo discorso, forte emotivamente, e tra poco sarò a cena con altre persone. In questo momento, sono sola; ricarico l’energia. Non penso: respiro e basta, sento la notte che arriva, mi godo il vento leggero.

Il mio cuore canta: fiducia, serenità, appartenenza e aspettative positive.

È un momento perfetto e io sono viva.

Sembra ieri

Non sono molto forte con le date. Tranne alcune, significative: il mio compleanno, quello di mio marito, il nostro matrimonio, i compleanni di persone cui tengo (ma talvolta le devo controllare sul calendario…). Qualche volta, ci sono delle date che voglio ricordare: quindi le cerco per fissarle a memoria.

Così, scorro all’indietro i messaggi fino al primo, per verificare la data della prima volta che ci siamo scritti. Non è ancora oggi, lo so: voglio essere preparata. E poi cerco ancora: la prima volta che l’ho chiamato Signore; la prima volta che l’ho chiamato Padrone; la prima volta che ci siamo incontrati di persona, da soli.
E leggo.
Rileggo i messaggi, gli scambi, le battute, le cose che ci siamo detti. Scopro dettagli che erano già stati rivelati nei proverbiali tempi non sospetti, cose che ho riscoperto dopo, elementi che sono diventati fondamentali nelle Nostre sessioni, e scopro che ne avevamo già parlato, me ne aveva già accennato, ce n’era già una foto o una gif condivisa che lo rappresentava.

E adesso tutte queste cose dette, scambiate, le rileggo con l’altrettanto proverbiale senno di poi; le assaporo come un gusto dimenticato, ricordo cosa avevo provato quella prima volta, in alcuni passaggi mi accorgo che adesso so che cosa cercavo di esprimere ma non sapevo mettere in parole.

Cose che mi smuovevano e mi smuovono, che mi rimescolano nelle viscere, che risuonano ad una parte oscura e profonda dentro di me, alla creatura dell’abisso che è kat, che grida nelle profondità per uscire, per godere, per sentire.

E tutto è iniziato da qui.

Atroce, violento, perfetto

Il sottile bastoncino di rattan ticchetta e colpisce, costante.
Sobbalzo ad ogni colpo, il culo sempre più dolorante e, immagino, arrossato. Non vedo nulla, tengo gli occhi chiusi dietro la benda: ascolto il colpire, la Sua mano che cala il cane senza stancarsi, senza pause; ascolto il dolore che sale.
Mi mette dentro un dito, due forse. Scivola: so come il mio corpo reagisce a questo dolore, e la vergogna che provo non fa che aumentare il bagnato.
Mentre mi colpisce mi penetra, sento il piacere salire, artiglio l’aria con le mani.

“Godo, Padrone”
“Godi, troia”

Gemo e strillo, l’orgasmo mi si espande nelle viscere. Sollevo la testa, boccheggio. Continuo a godere, la sensazione persiste, mi scava dentro. Di colpo mi rendo conto che il Padrone non mi sta più toccando. C’è solo il cane, che scende implacabile. Com’è possibile…? Sento ancora… nelle viscere.
Non connetto più, non capisco, non riesco più a pensare. Resta solo la carne, il sentire, il bruciare del dolore, il cane che colpisce sempre più forte.

Sollevo il culo, incontro al dolore. Godo di nuovo. Ho gli occhi sgranati dietro la benda, incredula io stessa dell’intensità che mi attraversa la carne, incredula di godere del solo dolore, grata che diventi ancora più forte, più violento, più pesante, che mi faccia gridare e gemere di gola, in versi gutturali che denunciano la sensazione che provo – un dolore perfetto.

Scavalcare

All’inizio è sempre troppo doloroso.
Mi colpisce senza riguardo, con forza, colpi secchi sul culo, mentre sono in ginocchio, o stesa a terra ai Suoi piedi. Mi trascina e mi sposta, mi mette comoda per Lui e colpisce. Io strillo, mi agito, stringo i denti e cerco di resistere.
All’inizio non mi piace, mi fa male, vorrei sottrarmi, scappare. Penso di dire la safeword, a volte.

Forse è perché facciamo sessione da me. In passato, ero io ad andare dal Padrone, lontano. Avevo il tempo del viaggio per entrare in uno stato mentale adatto.
Qui, da me, l’ambiente è familiare, quotidiano, anche se allestito diversamente; anche se mi preparo, mi manca quel distacco anche fisico dalla “normalità”.
Inoltre, appena arriva siamo già in sessione. Non ci sono convenevoli, io sono nuda e lui entra.
In passato c’era sempre un periodo più o meno breve di accoglienza, non ero istantaneamente proiettata a terra, al mio posto. Adesso, sì.

Per questo penso che questo sia un rapporto D/s maturo.
Non ci sono convenevoli, ammorbidimenti, approcci: sappiamo chi siamo l’uno per l’altra e lo siamo. Lo viviamo. Subito.

Il dolore è pungente, feroce, la Sua mano non esita un istante. La mia carne è fredda, impreparata (ma non vedo come potrebbe invece essere preparata). Mi tiene ferma e mi batte; mi frusta le piante dei piedi per farmeli tenere nella posizione che mi ha insegnato. Urlo.
Perché è così cattivo?, penso. Fa male. Fa male!

E poi scavalco.

Non so quale muro mentale io abbia dentro. Ma dopo poco lo scavalco.
Smetto di pensare, di lamentarmi (si fa per dire). Apro la bocca, offro il culo, tengo le mani dietro la schiena, i piedi distesi. Lui entra. Entra in me attraverso il dolore, attraverso la carne. Si fa spazio e mi obbliga a lasciarmi usare. Lacrimo, sbavo, strillo ma il dolore ora mi penetra in profondità e mi attraversa come un fiume in piena, mi travolge e mi porta via.
Giro gli occhi all’indietro e i miei strilli diventano grugniti di gola. Ansimo. Godo.

Godo del dolore, della pelle che si segna, della carne che si tende. Godo della sottomissione, dell’uso che Lui fa di me, dell’essere Sua.
Mi sta addosso, mi chiama in ogni modo ed ogni appellativo mi risuona dentro e mi scuote. Mi colpisce, mi tira, mi sposta, mi sbatte, mi gira: sono il Suo pupazzo. Sento la vergogna, l’umiliazione, il dolore; sento tutto e tutto mi vibra dentro. Sento Lui.

Quando ha finito mi chiama per nome e io sono un ammasso di carne martoriata e fradicia.
Sono la Sua schiava.