subservientspace

for this is what I feel

Tag: appartenenza

  • Due anni

    Con te sono cresciuta, cambiata, evoluta. Ho messo in discussione dei miei punti fermi che ho scoperto essere preconcetti, pregiudizi. Abbiamo abbattuto pareti che si sono rivelate di cartongesso. Sto lasciando andare delle certezze che mi tenevano ancorata al suolo e sto iniziando a volare. 

    Credevo di avere già fatto questo percorso, di essere già cambiata; ed è così. Ma ho compreso (ancora una volta) che all’evoluzione non c’è mai fine; che si può ancora cambiare, trasformarsi, e che c’è sempre un sé ancora più autentico con il quale collegarsi. 

    Il tuo approccio iconoclasta (o come dici tu: cialtrone) alla vita, al BDSM, a tutto, mi toglie il terreno di sotto, a volte mi scandalizza, mi indispone, ma mi spinge in luoghi diversi: mi ritrovo in punta di piedi, senza quasi appoggi, legata in un predicament che mi fa sentire completa. Anzi: che mi fa anelare a una completezza che percepisco esserci ma che ancora non ho raggiunto, che forse non raggiungerò mai; perché questo mi insegni: che non conta la perfezione, ma il percorso che si vive. 

    Mi spingi e mi sospingi, ti prendi cura di me e insieme mi fai avanzare da sola; hai fiducia in me e di questa fiducia mi ammanto fino a farla mia. 

    Certo, qualche volta vorrei ancora essere irresponsabile: mollare tutto in mano al Padrone, vivere in una piccola gabbia in cui non far entrare le difficoltà, le decisioni, le scelte, la vita. Guardo la domanda del BDSM test che dice “Abbandoneresti tutto per la relazione D/s dei tuoi sogni?” e aggrotto la fronte: vorrei, vorrei, e insieme no, mai. Perché sarebbe una fuga dagli impegni e da me stessa, un abbandonarmi malsano, disfunzionale (che peraltro tu non accetteresti mai). Been there, done that, ora basta. 

    Anche in questo ritorna il mio istinto più forte: essere brava. Stavolta, per dimostrare di essere brava, invece di obbedire ciecamente divento autonoma. E’ molto più difficile, molto più faticoso. E quando faccio fatica, so che devo farne di più.

    Sarei la schiava perfetta. Sarei stata la schiava perfetta. Senza volontà, senza voce in capitolo, ubbidiente, sottomessa, deresponsabilizzata. E invece hai reso questa schiava meno “perfetta” e più vera. E’ più faticoso, ma più gratificante. E’ più difficile renderti fiero, perché mi devo impegnare: non basta dire sì e annuire, ci devo mettere del mio, e tanto; eppure così sono più intera, più insieme, e lo sono sempre. 

    Mi hai dato di più di quanto mi aspettassi. Pensavo alle botte e mi hai dato strumenti e capacità che posso usare in ogni momento della mia vita. Ecco: in questo senso sono la tua schiava 24/7. 

  • Ma

    “Ma” è un termine giapponese; significa “tra”: un intervallo, uno spazio vuoto tra due elementi strutturali. Rappresenta il momento di passaggio tra due momenti, l’attimo di sospensione.

    Nelle corde, è un momento che non va scavalcato o evitato, ma anzi ascoltato, sentito, vissuto: riempito di significato. Finito un passaggio, fissata una corda, prima di passare alla successiva quello è il momento di sentirsi.

    Questi due giorni sono stato questo: un MA, un passaggio tra il lavoro, la famiglia, gli impegni, i doveri. Un attimo di sospensione dalla quotidianità in cui abbiamo potuto sentirci. Una piccola vacanza. Tre ore di viaggio e una notte in hotel; mezz’ora di colazione a bordo piscina e quattro ore di lezione di corde; un’ora di pranzo in una piccola e strepitosa trattoria toscana e altre tre ore e mezza di viaggio di ritorno nell’afa e nel traffico. E una serata regalata.

    Un giorno e mezzo che è durato un attimo e un mese. Un tempo così breve eppure amplificato, intenso e leggero, tirato e sereno.

  • Ubbidire

    Se lo chiedi a me, ti dico che ubbidire è bello.

    Ma bisogna volere bene a chi ti dà gli ordini, volere il suo bene; altrimenti non funziona.

    E anche viceversa: è necessario che chi dà ordini ti voglia bene.

    E ancora di più: bisogna sapere che chi ti dà gli ordini ti vuole bene, esserne consapevoli sempre, e fargli sentire che nell’obbedienza gli vuoi bene.

  • Cosa vedi?

    Quando ti fermi e mi guardi; quando mi sposti i capelli da davanti al viso; quando ti siedi e mi osservi dopo avermi messa in una posizione dolorosa: che cosa vedi? 

    Cosa vedi di me, dentro di me, esposto sulla mia pelle, nei miei occhi che tengo bassi? 

    Come mi vedi? 

    Cosa leggi nelle mie espressioni, nella lingua che esce dalla bocca aperta, nelle cosce che cercano di stringersi? 

    Mi sento così nuda sotto il tuo sguardo. Così nuda.

  • L’interruzione del quotidiano

    Come tutti, anche io ho una vita quotidiana che veleggia più o meno pacificamente nel corso dei giorni: lavoro, spostamenti in auto, cucinare, pulire casa, leggere, guardare video, cose del genere. Più o meno noiosa, più o meno interessante.

    Come la maggior parte delle persone ho sempre con me il cellulare; quando sento suonare la suoneria personalizzata che ho impostato per il mio Padrone, mi attivo e corro a vedere. 

    Ed ecco che, in alcuni momenti, irrompe nella mia quotidianità una sensazione altra

    La routine si spezza ed entra un pensiero BDSM. Mi agito, mi emoziono: vengo mentalmente proiettata ai suoi piedi. 

    Basta una frase, un accenno, anche una battuta: di colpo sono distratta dal banale presente e gettata in uno stato mentale ricettivo, sottomesso. La sensazione è breve, fuggevole: la realtà presente pretende poi la mia attenzione. Ma mi lascia un rimescolio dei visceri, un languore diffuso e un lieve sorriso che mi accompagna.

  • Regole

    Agli inizi del mio percorso nel BDSM anelavo ad una struttura molto rigida. Avere struttura mi rassicurava, mi dava il forte senso di appartenere, di essere sottomessa. Sapevo di dovere obbedire e questo mi sollevava dall’ansia della responsabilità (in quegli ambiti, ovviamente). C’era chi decideva per me, chi si prendeva cura di me: bastava affidarsi, obbedire. 

    Nella struttura il mio cuore si placava e mi sentivo al sicuro. Mi sentivo nel giusto. Spariva la paura di dover decidere e quindi di poter sbagliare. 

    Il mio primo Padrone mi fece firmare un contratto con delle regole, che tenevo appese in camera per ricordarle sempre. Anche gli altri Padroni mi diedero regole, codici di comportamento, formalità. Mi tolsero libertà e misero sotto il loro controllo alcuni aspetti, sempre o in determinati momenti. Più questi ordini erano pervasivi e si applicavano in ogni momento più mi sentivo posseduta e sottomessa, che fossimo insieme o meno, che fossi in sessione o al lavoro.

    Poi le regole iniziarono a starmi strette. 

    Insoddisfatta di alcune cose, iniziai a provare insofferenza per quelle che iniziavo a sentire come limitazioni, e non prove di sottomissione. 

    Il vincolo all’obbedienza era sempre stato dentro di me, un vincolo intimo, potente, legato alla relazione, al senso di appartenenza, alla compiacenza verso il Padrone e al senso di liberazione dal peso della responsabilità della libertà. Venuto meno quello, mi trovavo spaesata, perduta, senza punti di riferimento e senza avere costruito la capacità di gestirmi in autonomia. 

    Adesso sono refrattaria alle regole. 

    Una parte di me le desidera, come sempre, per avere un recinto sicuro entro cui muovermi, entro cui sapere di essere brava. Ma ho sofferto talmente tanto per questo, per aver cercato di scansare la responsabilità di me stessa, che non voglio che succeda più. Accetto ed affronto la fatica di gestirmi. E accolgo con gratitudine l’abbandonarmi in sessione.

  • Una parte di me

    Ripensando al passato, ho capito che una parte di me apparterrà sempre a Lui.

    E questo si applica ad ognuno dei miei precedenti Padroni.
    Con diverse sfumature, diversi gradi di intensità, per diversi aspetti, in diverse parti di me, di loro. Ma è così: ciò che ho vissuto mi è entrato dentro. Ciò che ho subito, ciò che ho sentito, ciò che ho desiderato, ciò che ho provato, tutto: porto ancora tutto dentro, e lo porterò per sempre.

    Talvolta ho pensato che fosse un peso, un vincolo; forse persino un intralcio ad un’altra appartenenza (perché non è corretto proiettare un precedente rapporto su un attuale, ed aspettarsi che la persona che si ha davanti sia uguale ad una del proprio passato, che agisca in modo simile, che abbia gli stessi gusti, gli stessi pensieri). Non è facile lasciare andare i pattern conosciuti, i precedenti protocolli, i condizionamenti piccoli o grandi che si instaurano in una relazione D/s: le regole, gli ordini, le cose da dire, quelle da indossare, il modo di relazionarsi.

    Ma non è un peso.
    E’ un bagaglio, una risorsa, un tesoro prezioso di sensazioni e sentimenti, di esperienze, di ricordi. Oggi sono la persona (la schiava) che sono diventata anche attraverso quei passaggi. Non sarei qui, se non fossi passata di lì. Non posso rinnegarlo: è parte di me.

  • Distanza vs lontananza

    Nella distanza fiorisco: mi sento un aquilone, che vola in alto ma sempre ben assicurato alla fune che lo lega al suo padrone. Quella fune, che controlla lasciando volare, è per me la distanza verticale del D/s, il senso di appartenenza, il legame che mi fa sentire protetta: una cessione di potere che però mi permette e anzi mi incoraggia a migliorare. Una guida.

    La lontananza, al contrario, mi distrugge. Lontananza è assenza, disinteresse; è parlare del tempo, fare finta che vada tutto bene, mancanza di comunicazione. E’ tempo e chilometri e pensieri che si mettono in mezzo e diluiscono le emozioni (come invece la distanza le intensifica).

    La lontananza è far volare via l’aquilone, fino a far spezzare la corda, o finché non finisce e sfugge dalle mani del controllore. Allora è perduto, e la speranza di ritrovarlo incastrato in un albero è poca, e anche se lo si ritrova non è detto che si possa aggiustare.

    Nella distanza mi accomodo e attendo.
    La lontananza invece mi spinge all’isolamento; mi porta ad allontanarmi ancora di più per non soffrirla. Rischio così di perdere di vista l’altro capo della fune, di non saper tornare e di lasciarmi scuotere dalle intemperie emotive che mi trascinano via, fino a farmi male.

     

    In questo nuovo lockdown, in questo distanziamento forzato, torno ad accucciarmi dentro di me nel mio luogo sicuro dove attendere, fiduciosa della tenuta della fune.

     

  • Dimmi come posso essere brava per te

    Rendimi brava. Giustificami.
    Giustificami nel significato che aveva per Lutero: rendimi giusta.
    Rendi giusto che io esista, che io sia qui, che le cose che faccio vanno bene. Che ho diritto di esistere.

    Se non me lo dici, o se mi dici che non è necessario, che non devo “essere brava”, che vado già bene… non sai il tuffo al cuore; il terrore della perdita di quello che per me è un punto di riferimento, una pietra di paragone: avere chi valida la mia esistenza.

    Perdere questo mi scompensa e allo stesso tempo mi colma di una gioia folle, dello slancio oltre la paura di una corsa sulle montagne russe: la faticosa cremagliera è superata e non c’è più spazio per preoccuparsi. Con il cuore nello stomaco assaporo questa corsa.

  • Onirica VIII

    C’è una situazione strana, post apocalittica, è successo qualcosa; non so esattamente cosa ma il mondo è diverso da come lo conoscevamo. Ci sono bande, combattimenti.

    Sto cercando di ritrovare il mio Padrone, che non vedo da tempo, siamo rimasti separati quando è successo quel qualcosa; ho scoperto che lui ora è a capo di un gruppo, o una banda, o una cosa del genere. Devo raggiungere la loro enclave.
    Mio marito mi accompagna in questa ricerca; sappiamo che dobbiamo trovare un modo per entrare, per incontrarlo, che non sarà semplice: dobbiamo trovare un trucco, inventare una storia, o potrebbe essere pericoloso. Guardo mio marito e capisco che ha un’idea, mi dice di fidarmi e di lasciare parlare lui.

    Arriviamo ad una grande arena, una costruzione gigantesca di muratura, con archi e colonne, ed è il posto che cerchiamo; dentro, è come un altro mondo, c’è addirittura un clima diverso, desertico. Sembra Mad Max. Il terreno è sabbioso e dall’ingresso – un enorme arco aperto – si vedono anche gli appartenenti a quel mondo, a quel gruppo: uomini a petto nudo, con gonnellini e fibbie e harness da gladiatori. L’aria tremola per il caldo.

    Mio marito mi guarda e mi dice: farà molto caldo e so quanto il caldo ti dà fastidio. Sei pronta?
    Rispondo: sì, entriamo.

    Attraversiamo l’arco ed entriamo in quell’arena di deserto. Andiamo ai piedi di una torre che si trova lungo le mura: in cima, c’è la terrazza del capo, con concubine e servi e guardie, cibo, bevande e panche per sdraiarsi. C’è un’aria da antica Roma.
    Mio marito mi dà una leggera spinta sulle spalle e capisco che mi devo mettere in ginocchio, così lo faccio: mi metto in Nadu nella sabbia, ma un Nadu leggermente sbagliato, le gambe troppo chiuse, le mani non ben rivolte con le palme in alto: in qualche modo so che è un trucco anche questo, una specie di messaggio in codice per farmi riconoscere. Abbasso la testa e aspetto: ora devo lasciare che parli mio marito, che ci presenti con una storia inventata ma credibile per farci ricevere.

    Dice:
    “Sono un prete, vengo in visita; questa che mi è affidata era la schiava di San Francesco d’Assisi, pertanto vi è vietato di chiamarla con epiteti ingiuriosi. Potete darle il nome che preferite: Vangelo, Eva, Maria, quello che desiderate; ma non insulti. Mi è stata affidata dopo la morte del santo. Vengo per incontrare il capo di questa enclave”.

    Come fosse un film, anche se sono nella sabbia con il capo chino, vedo anche che dall’alto il capo – che è il mio Padrone! è lui! – si sporge leggermente e ci osserva, con gli occhi socchiusi.
    Sento la sua voce (ed è la voce del mio Padrone) che dice:
    “Allora, la chiamerò Chiara, che mi pare appropriato visto che si parla di Francesco”.
    E capisco che mi ha riconosciuta.

    E poi aggiunge, in un bisbiglio per farsi sentire soltanto da me – e non conta che io sia sul terreno e lui in cima alla torre, funziona lo stesso perché è un sogno: “Guardami”.

    Allora alzo lo sguardo, lentamente, lo guardo e annuisco, per fargli capire che l’ho sentito, che l’ho riconosciuto, e che ho capito che anche lui mi ha riconosciuta.
    Ci guardiamo negli occhi e io vedo che è commosso di avermi ritrovato, e anche io lo sono.

    Dà ordine alle guardie di portarci da lui. Mio marito mi guarda e annuisce: ha funzionato. Lo guardo con gratitudine e saliamo sulla torre.

    Mi sveglio con ancora quella sensazione di commozione, di riconoscimento.