subservientspace

for this is what I feel

Tag: appartenenza

  • Attendere senza aspettare

    Il non andare in panico dopo che non sento il Padrone per un po’ di tempo. Essere in Sua attesa ma senza l’ansia di aspettarLo ogni minuto che passa.
    Fino a poco tempo fa temevo di essere in ignore dopo pochissimo e andavo subito giù di testa – e talvolta capita ancora. Le vecchie (cattive) abitudini son difficili da abbandonare. E’ stato (è) difficile per me imparare a capire che Lui ha i Suoi tempi e che non sono a servizio dei miei; che risponde ai messaggi se/quando gradisce farlo; sembra banale, ma non mi entrava in testa che non posso essere io a pretendere che risponda all’istante e a sentirmi subito abbandonata. Così facendo diventa un dominare dal basso, un battere i piedi capricciosamente, fare ricatti emotivi e, infine, non essere sottomessa alla Sua volontà. Anche se fatto in modo inconsapevole.
    E’ faticoso accettare l’educazione e la disciplina ricevute, poiché ho un carattere forte. Ho sempre creduto di essere una persona remissiva e debole, però, e credendo a questa immagine di me stessa non ero nemmeno consapevole di essere invece passivo-aggressiva e feroce nel difendere le mie posizioni e le mie voglie.
    La mia fortuna è che il mio Padrone non cede di un millimetro davanti a simili situazioni. Mi educa con il Suo essere imperturbabile, che mi obbliga ad affrontare le mie mancanze e trovare nuova consapevolezza.

    Si tratta per me alla fine di avere maggiore fiducia nel Padrone.
    Fidarmi che non mi squarti mentre mi frusta è banale (anche se importante), è facile, perché è una cosa pratica, materiale, tangibile. La fiducia nel silenzio – invisibile, vuoto, terrificante – è quella difficile.
    Credere di essere importante per Lui; credere che c’è; credere in LUI, non in ciò che fa (quello consegue).
    Credere è sapere.

  • Promettere è mentire

    Per quanto faccia e dica, per quanto mi impegni, ancora non riesco a smettere di pestare i piedi. Una parte di me mi sussurra: non sono capricci, sono giuste richieste. Hai ben diritto anche tu. Continua a sperare, a volere, a pretendere, ad essere delusa se non ottieni, a stare male.
    Mi viene allora voglia di mollare tutto, cedere, arrendermi, andarmene. Giusto perché smetta questo star male che non riesco a gestire, che non so come sopire. Che non capisco se abbia senso, se sia giusto o sbagliato.
    Sopra ogni cosa vorrei una direzione, una comprensione: cosa devo fare? cosa posso fare? Cosa, per far sì che smetta di dibattermi in questo cespuglio di rovi che sono i miei desideri?
    Posso dichiarare che ci proverò, che mi impegnerò; posso anche provare, impegnarmi. Ma non riesco: è più forte di me. La mia reazione è istintiva, immediata: non riesco a filtrarla, a mediarla e trasformarla in vera sottomissione, in silenzio, in quieta accettazione.
    Leggo su facebook, da una schiava al Padrone: “quel poco che mi concedi è ciò che mi fa respirare”. Ecco: magari. Io non so farlo. Quel poco non mi basta, e invece so che dovrebbe, che è proprio qui il punto, il cardine vero dell’appartenenza, del rimettermi nelle Sue mani. Non con tante belle parole: davvero.
    Mi rannicchio a cuccia, delusa di me; cerco ancora di capire, ed un giorno ci riuscirò.

  • Desiderio

    Come si fa a non desiderare ciò che si desidera di più? A non tendere verso ciò cui si agogna?
    Impossibile. Non smetterò mai di desiderare.
    Forse, ciò che posso fare però è raggiungere una nuova consapevolezza: che desiderio è diverso da bisogno.
    Il bisogno è pressante, imperativo, presuntuoso; cerca di imporsi, batte i piedi, fa di tutto per essere soddisfatto. Anche ciò che non dovrebbe, anche ciò che sa essere sbagliato.
    Il desiderio, invece, è placido; o dovrebbe esserlo. Tranquillo, mellifluo, indolente: si insinua, è voluttuoso e caldo. Non pretende, ma accoglie con trasporto.
    Un desiderio può diventare prepotente quando viene stravolto, quando si traveste da bisogno, quando si crede che senza che sia soddisfatto nulla possa andare bene. Quando si mette davanti a tutto il resto.
    Quindi, non è desiderare che è sbagliato; lo è cercare di imporre il proprio desiderio come se fosse un bisogno. E’ il confondere le priorità, i ruoli; i doveri con le voglie.
    Un desiderio feroce, sfigurato in bisogno, può travolgere e lacerare: non lascia spazio a null’altro. Oblitera e distrugge, spiana tutto il resto della vita della persona in sua funzione.
    Non va bene: diventa ossessione, pericolo.
    Ora il mio compito è addomesticare il mio desiderio; farlo tornare a cuccia, caldo e pronto a destarsi, ma sereno. Addolcirlo perché non si guasti nell’aspro del bisogno e farlo attendere placido. Quando sarà soddisfatto, allora, sarà davvero un piacere: mi avvolgerà e me ne lascerò avvolgere, e spanderà il suo calore d’attorno perché tutti ne possano trarre godimento. Non mi stritolerà più come ora che si crede un bisogno; non mi strozzerà più la gola facendomi piangere.

  • Empowerment

    Mi lancio anima e corpo nel nuovo lavoro appena trovato. Mi scopro ambiziosa, competitiva, desiderosa di riuscire al meglio. Ancora le vecchie insicurezze mi mordicchiano le caviglie, mi fanno tremare il cuore: dubito di essere capace, di essere degna. Ma subito dopo mi dò di sprone e procedo, ottenendo risultati che mi portano conferme e sicurezza.
    In tutto questo il mio desiderio di sottomissione, invece di calare, aumenta.
    Il mio potere, la mia forza, la mia fierezza ed il mio orgoglio crescono. Per questo non desidero che poter posare lo scettro di me stessa e cederlo a Chi gradisce disporne.

    Solo attraverso la fatica si può provare vero riposo. Solo diventando la donna forte che sono posso veramente fare dono di me.

  • Ai piedi

    Quando sono ai piedi del mio Padrone, senza fare nulla, con solo la Sua presenza accanto, magari la Sua mano sulla testa, in quel momento sento di avere sul viso un’espressione serena, tranquilla. Sono pacificata.
    Mi sento bene, al mio posto; non desidero nulla, non ho fame, non ho sete. Non voglio andare da un’altra parte.
    Nella mia vita di tutti i giorni anelo sempre a qualcosa di diverso: se sto leggendo penso che vorrei stare facendo ginnastica, se sono in palestra penso che vorrei stare mangiando, se sono a tavola penso che vorrei stare sul divano con un buon libro. Eccetera.
    Non apprezzo l’attimo; sono sempre irrequieta, in cerca di altro, frustrata perché non posso fare tutto contemporaneamente e perché non mi godo quello che sto facendo in quel momento.
    Tranne che quando sono ai piedi del Padrone.
    Lì, la mia volontà è obliterata. Non ho più desideri miei: attendo i Suoi.

  • Impegni

    Due settimane frenetiche; sveglia presto, lavoro al pc, pulizie, preparativi, viaggi, lavoro in cantiere, serate con parenti, giri da amici, emozioni, cibo sbocconcellato in macchina mentre mi sposto da un luogo ad un altro.
    La mente finalmente libera di stare zitta, soverchiata dal lavoro fisico, dall’avere molto da fare e poco tempo per elucubrare.
    In questi giorni il cellulare arriva sempre a sera scarico. E anch’io: mi infilo a letto tardi sempre cotta di stanchezza, ma una stanchezza bella, appagante. Consapevole di aver fatto qualcosa di utile, calda del calore delle belle parole ricevute.
    Giornate vissute lontano dal Padrone, separati dalla fatidica vita reale.

    Ma in un posto speciale nella mia mente, io non smetto mai di essere la Sua slave.
    Anche se sto facendo tutt’altro, se mi dolgono i muscoli sotto sforzo o se strizzo gli occhi nel sole al tramonto, di ritorno a casa; anche lontana mille miglia, mi basta un pensiero fugace, un ricordo, l’immagine del Suo sogghigno.
    Allora vibro; mi contraggo come se avessi ricevuto la scossa. Apro la bocca in un singulto e sono di colpo là, nella mia cuccia. Sono l’altra me stessa, quella che in realtà non smetto mai di essere; perché essere slave è parte di me e mi dà forza.

    Sono sempre ai Suoi piedi, Padrone.

  • Bau

    Venire ridotta a non poter parlare; legata e immobilizzata in una posizione scomoda; posta in un angolo a giocare con ossi di gomma, una ciotola d’acqua a fianco. Ricevere bocconi di cibo dalla mano del Padrone.
    La mia mente che non smette mai di elucubrare, immaginare, arrovellarsi, finalmente viene zittita. Cessa di pensare e inizia a sentire e basta. Inizio allora a vivere ad uno stadio molto elementare, senza più pensieri né preoccupazioni. Le mie emozioni sono amplificate; impazzisco di gioia per una carezza sulla testa.
    Anche la scomodità dei lacci, anche l’umiliazione di essere trattata come un animale e non più come una persona, contribuiscono a donarmi uno stato di pace mentale che provo di rado.
    Sono il Suo cane, e scodinzolo di felicità.

  • Onirica – IV

    Sono in giro in bicicletta, sulla mia mountain bike. Incontro Lady Rheja alla guida di un furgone bianco piuttosto vecchio, la sorpasso abilmente sulla destra mentre lei fatica a superare un sottopasso un po’ basso, ma poco dopo mi fermo dove c’è una rotonda e la aspetto. Lei accosta e scende, parliamo. So che siamo nella sua città.
    Guardo nel furgone ed è spoglio, di metallo grigio, con quattro seggiolini avvitati in fila su un lato; il furgone naturalmente è rettangolare, ma dentro è rotondo, infatti è anche un vecchio aereo. Penso che avrei paura a volare su quell’aereo, così piccolo e dall’aria poco sicura (nei miei sogni i viaggi in aereo non sono mai tranquilli).
    Sui seggiolini ci sono alcune ragazze: l’altra slave dei miei Padroni, una sua amica che so che vuole provare il bdsm ed è lì per questo, ed una terza ragazza, minuta e bionda, che so essere una che i miei Padroni hanno preso ad una festa, con cui giocare e basta, senza impegno. Appare smarrita, è molto carina. Più tardi, mi riferirò a lei chiamandola “toy”.
    Le ragazze scendono per sgranchirsi e pascolano nei dintorni. Parlo con la mia Lady. Stanno andando alla loro casa in montagna (che è in realtà la casa dei miei nonni dove passavo le vacanze da bambina) per passare il weekend tutti insieme, il Padrone deve raggiungerle ora per partire. Mi dice: “Non ci siamo ancora andati di questo inverno, alla casa, ed è uno spreco perché c’è il riscaldamento che va. Almeno la usiamo”. Annuisco e penso tra me che ci sarà un sacco da mettere in ordine, tutta la roba accatastata da tirare fuori; dico: “Per fortuna vi portate un sacco di slave per fare il lavoro!” Lei ride.
    A me dispiace di essere in bicicletta; li devo raggiungere in montagna seguendoli. Rifletto: “Forse potrei mettere la bici sul furgone e venire con voi”. Mi dispiace non fare il viaggio insieme a loro; inoltre sono preoccupata per il freddo. Lady Rheja fa un’espressione dispiaciuta e mi dice che non si può; io capisco che è perché il furgone dopo lo lasceranno in montagna, lo devono riconsegnare al legittimo proprietario, che è un loro amico. Io annuisco; tra l’altro, so di essere la slave più “anziana”, quindi devo fare uno sforzo in più. Ho una responsabilità nei confronti delle altre ragazze.
    Ora siamo sul pianerottolo della casa della mia infanzia; mi sporgo nella tromba delle scale e vedo il Padrone, in uniforme da SS, che sta salendo; guarda in alto e incrociamo lo sguardo.
    Quando ci raggiunge, lo prendo in giro: “Certo che è coraggioso, Padrone, ad andare a chiudersi in una casa con cinque donne!” Lo dico con un certo timore, mi sto permettendo una confidenza. Anche lui ride e mi sento sollevata; mi prende la testa tra le mani e mi bacia sulle labbra, in modo rude ma con affetto. Mi si rimescolano le viscere per l’emozione.
    Noto che si è rasato la barba e gli dico che sta bene così. Lui fa un cenno col capo.
    Tutti insieme, salgono sul furgone e partono; io resto ancora un poco a cercare di capire se devo legare la bici e andare in autobus, o se farmi forza e pedalare.

    Mi sveglio con voglia di caffè ed una certa, strana malinconia, tipica dei sogni. In un unico sogno sono apparsi tre cardini della mia vita onirica: l’aereo, la casa dove sono nata e la casa dei miei nonni. Tanti ricordi, tanti sentimenti, tutti mescolati; e la presenza forte, imperativa, di ciò che sto vivendo ora, dei miei Padroni, del fortissimo senso di appartenenza che provo.
    C’è qualcosa, in questo sogno, ma ancora non so cosa. Mi cullo nel suo ricordo e proseguo nella vita di veglia.

  • Un anno

    Un anno di dolore
    Un anno di piacere
    Un anno di esperienza

    Non sono più chi ero
    Non sono ancora chi posso essere
    appieno
    Sono sempre me stessa
    Sono sempre di più me stessa

    Un anno di sensazioni
    Un anno di paure
    Un anno di crescita
    Un anno di pensieri
    Un anno di emozioni
    Un anno di consapevolezza che aumenta

    Un anno passato
    segnato sulla carne
    scavato nel cuore
    Un anno di stomaco in gola
    di cervello che fonde
    di pelle che brucia

    Un anno che è solo un anno
    ed è volato

    Un anno di collare

  • Potere =/= Volere

    Un tema cui ho già accennato, credo.

    Se posso fare qualcosa, basta solo che lo voglia. Quando posso, spesso è solo che mi manca sufficiente volontà per raggiungere l’obiettivo desiderato.

    Se posso fare qualcosa, non è detto che lo voglia fare. Lo trovo scritto su una maglietta in uno shop online di magliette umoristiche sul poliamore: “just because I can doesn’t mean I want to”. Mi fa sorridere, perché si intende che la persona che lo dice ha libera volontà; può rimbalzare chi ha di fronte. Il senso è: sì, potrei fare sesso con te (visto che vivo liberamente la mia sessualità) ma non voglio. Tié!
    Io, invece, non ho una simile libera volontà. L’ho rimessa al mio Padrone.
    Se posso, può voler dire che devo. Se mi viene detto che posso, può essere che sia un ordine. Può essere che questo ordine mi serva a comprendere che posso fare cose che credevo di non essere in grado di fare.

    Se voglio fare qualcosa, d’altra parte, non è detto che possa. Quando voglio, devo scontrarmi con tante variabili: fattibilità, accessibilità… soprattutto, permesso. Ho il permesso di fare ciò che voglio? Non sempre, non necessariamente.
    Perché, ancora, la mia volontà non è libera ma guidata; gestita dal mio Padrone. Posso sempre chiedere il permesso di fare ciò che desidero, ma so che Lui non mi dirà sempre sì; anzi.

    In questo recinto nel quale mi muovo, talvolta mi sento in gabbia, talvolta mi sento rassicurata. La mia voglia mi porta a mal sopportare le pastoie del non potere; la mia paura mi porta a tremare alle soglie della possibilità.
    Accolgo la frusta e le briglie con gratitudine, per essere addestrata a diventare la migliore me stessa possibile.