Preziosa spazzatura

Non voglio buttarmi via.
Voglio qualcuno che mi butti via.

Non intendo andare con chicchessia solo perché sì, perché ho voglia, o perché ho bisogno di sentire certe sensazioni.
Voglio invece scegliere: affidarmi ad uno che mi getti nell’abisso, che mi stravolga, mi stracci, mi spezzi, mi accartocci e mi spinga via, a terra, per terra, con la faccia nel fango, lacerata e sporca, col corpo in frantumi e l’anima in scintille.
Qualcuno che mi butti via… e poi mi raccolga.

Essere la Sua preziosa spazzatura.

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Consapevolezza

A giochi finiti, con le luci accese e la normalità che sta riprendendo piano piano possesso di me, Lui copre in due passi la distanza che ci separa e con un ghigno feroce viene col viso a un centimetro dal mio, incombendo su di me che mi sento ancora più piccola.
Dice: “Perché sei…?”
Sobbalzo, arrossisco, abbasso la testa e chiudo gli occhi. Il cuore mi salta in gola e vorrei che la terra mi inghiottisse. Boccheggio, ma raccolgo la voce per rispondere:
“…cagna”.
Lui si rialza, mi dà una brusca carezza sulla testa, sorride e si allontana soddisfatto.
E nonostante sia umiliante e mi vergogni da morire, non riesco a fare a meno di sorridere e di pensare che adoro essere chiamata (e trattata) così.

Ricevimento

In mezzo ad un ricevimento di matrimonio di amici, tra cibo che non finisce mai, chiacchiere noiose e sorrisi, mi trovo a guardare come le cameriere girano tra i tavoli portando piatti e pietanze; quasi senza accorgermene inizio a fantasticare di servire a tavola ad un grande ricevimento privato organizzato dai Padroni, con tante persone: loro, loro amiche ed amici, gente sconosciuta che invento: mere figure di sfondo, fittizie, solo perché più gente c’è più mi sento esibita – ed anche una Miss che stimo ed ammiro.
Immagino.
Essere la serva, nuda o quasi nuda, con i costrittivi ed i tacchi; servire a tavola in modo perfetto e preciso, con le signore che mi fanno i dispetti ed io che giro e brigo per servire tutti al meglio, sotto lo sguardo vigile e severo del Padrone e di Lady Rheja – tesa e concentrata per essere all’altezza, per far loro fare bella figura, perché tutti possano complimentarsi con loro per il mio operato.
Lui mi dà comandi gestuali che eseguo silenziosa. Lei mi sbriga avanti e indietro dalla cucina.
Quando passo accanto ai tavoli portando da bere e da mangiare le persone mi afferrano, mi pizzicano; mi attaccano mollette. I Padroni mi bloccano e mi piegano sul tavolo – oppongo una blanda resistenza, solo perché mi eccita di più – e mi inseriscono in vagina l’ovetto vibrante comandato a distanza. Mentre torno a girare per servire si divertono ad azionarlo a sorpresa e a ridere delle mie reazioni, dei salti, degli inciampi e dei gridolini che mi sfuggono, mentre sento la faccia che avvampa.
A fine cena quella Miss è molto compiaciuta ed ammirata, ed i Padroni di conseguenza. Lei gli chiede: posso farle del male?, con un sorriso cattivo che le illumina il viso. E’ bellissima ed io tremo di desiderio. Ed il Padrone sorride, scambia un’occhiata d’intesa con Lady Rheja e risponde: certo!, e mi guarda di sottecchi per spiare la mia reazione – ed io non vedo l’ora. Rabbrividisco non so se di paura o di gioia, o di entrambe, e mi avvicino ad un suo cenno.
Così mi mettono in mezzo e mi lasciano massacrare da lei, osservando, intervenendo, umiliandomi. Mi sento addosso gli sguardi di tutti, i colpi mi fanno girare la testa. Vedo i Padroni, abbracciati, applaudire allo spettacolo; la Miss mi gira intorno ed è una presenza densa che danza nella mia carne.

Torno malvolentieri alla realtà per il brindisi, ancora umida e morbida di questa fantasia inaspettata che mi ha reso lo sguardo languido e le gambe molli.

Cena

Servo in tavola i Loro piatti, poi il mio.
Lui lo prende e inizia a tagliuzzare il pollo in piccoli pezzetti, per poi mescolarlo col riso bianco fino a farne un pastone. Lo guardo e sorrido, mentre Lady Rheja mi prepara la cuccia a terra. Sono contenta di mangiare ai Loro piedi, non è la prima volta che succede; aspetto serena il momento in cui il Padrone poserà sul pavimento il mio piatto.
Invece, dal nulla tira fuori una grossa ciotola di metallo e ci versa dentro il cibo.
Mi cade il cuore nello stomaco e perdo il sorriso.
Non me l’aspettavo. E’ proprio una ciotola per cani, col bordo inferiore di gomma.
Mi sento estremamente umiliata, ed al contempo felice come non mai. Ho sempre voluto una ciotola, ma nessuno me l’aveva mai presa prima. Me n’ero persino comprata una da sola, anni fa, ma non era certo la stessa cosa, senza nessuno che me la facesse usare, ed è rimasta a fare la polvere.
L’umiliazione della ciotola collide con violenza col mio desiderio di essere umiliata. Com’era quel detto? “Fai attenzione a ciò che desideri…”. Per quanto possa desiderarlo, per quanto possa immaginarlo o sognarlo… l’evento reale è ben altra cosa. Non so dove guardare e forse sono rossa in faccia. Una cosa era mangiare in terra dal piatto; un’altra avere davanti una vera e propria ciotola. E’ terribile e bellissimo.
Mi inginocchio a terra col cuore in tumulto e affondo la faccia nel cibo.
Se avessi una coda, scodinzolerei.

Dom(in)are

Quando mi afferra per i capelli, all’inizio, in un momento divento animale.
Non ci penso, non lo decido consapevolmente: succede e basta.
Sollevo la testa, la scuoto contro la Sua mano; voglio sentirLo stringere, schiacciarmi a terra, dominarmi. Faccio resistenza solo per sentire più forte la Sua mano che mi tiene.
Dopo poco, però, mi lascia andare. Io allora sogghigno tra me come se avessi vinto qualcosa, come se Lo avessi battuto in uno scontro di volontà; scodinzolo e ondeggio sopra la cavallina, la testa che ciondola, un sorrisetto sulle labbra, lo sguardo che gira attorno. Forse addirittura bisbiglio qualcosa, qualche parola di vittoria, o sibilo e basta.
Non lo faccio apposta: è qualcosa di animale che, dentro di me, si è svegliato. Perché ora? chissà. Mi sento forte; mi sento fiera, nel senso di belva.
Poi arrivano i colpi a mano piena, i graffi profondi; mi afferra come per strapparmi la carne di dosso ed io mi inarco per lasciarmi lacerare.
Quando torna ad accarezzarmi la testa mi scopro docile e mansueta. Mi lascio afferrare per i capelli e seguo la Sua mano, ci passo il muso quando me la porge – ed è un muso e non un viso.
Mi ha domata. Abbasso la testa e penso – un pensiero primitivo, semplice, primario – penso: sì. Ora sì. Non lotterò.

Tornata

“Bentornata”

Due abbracci, la stessa parola.
Due momenti che infine penetrano la scorza dura che mi sono fatta, che mi sciolgono il cuore e le difese.
Due momenti uno più inaspettato dell’altro, e per questo tanto più significativi.
Adesso mi sento meglio. Certo, lo so che avrò altri momenti di insicurezza, di dubbio. Ma mi sento tornata, e mi sento bentornata.
Saprò restare a cuccia.

lassie

Bau

Venire ridotta a non poter parlare; legata e immobilizzata in una posizione scomoda; posta in un angolo a giocare con ossi di gomma, una ciotola d’acqua a fianco. Ricevere bocconi di cibo dalla mano del Padrone.
La mia mente che non smette mai di elucubrare, immaginare, arrovellarsi, finalmente viene zittita. Cessa di pensare e inizia a sentire e basta. Inizio allora a vivere ad uno stadio molto elementare, senza più pensieri né preoccupazioni. Le mie emozioni sono amplificate; impazzisco di gioia per una carezza sulla testa.
Anche la scomodità dei lacci, anche l’umiliazione di essere trattata come un animale e non più come una persona, contribuiscono a donarmi uno stato di pace mentale che provo di rado.
Sono il Suo cane, e scodinzolo di felicità.