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Tag: cialtrona

  • Lavorare

    Lavoro in un ambiente maschile. Ho due sole colleghe donne, che si occupano della parte amministrativa dell’azienda. Tutti i colleghi con cui collaboro per il lavoro effettivo sono uomini.

    Lo ammetto: ci sguazzo.

    Mi piace il lavoro che faccio e stimo i miei colleghi. Poi, inevitabilmente, la mia fantasia deraglia e sposta i miei pensieri involontari in uno spazio in cui mai mi sognerei di andare davvero. Il mio essere profondamente MaleDom, il sentire così tanto il senso di dominazione maschile, mi porta in fantasticherie del tutto incontrollabili sui miei capi e colleghi.

    Non tutti, s’intende. Ma su quelli che percepisco più carismatici, più di polso, senz’altro.

    Così, mentre seguo la formazione, o mentre mi spiegano un passaggio, o mentre li osservo al lavoro con gli altri colleghi o coi clienti, una frazione della mia mente scodinzola, fantastica, produce flash di immagini piuttosto pornografiche che per un istante mi distraggono, prima di rientrare nell’alveo della realtà e tornare concentrata, senza lasciare trasparire all’esterno il benché minimo segnale di una simile interferenza.

    Non è mia intenzione fare alcunché con nessuno di loro, né cercare di sedurli o scemenze del genere, ci mancherebbe. E’ solo la mia mente deviata che si diverte a fantasticare, ad indulgere nelle percezioni che mi sorgono dai miei bassi istinti di sottomissione.

    Naturalmente, quello che più mi scatena queste deviazioni di pensiero è il più competente e scostante di tutti. Educami e trattami male <3

  • Anche a Natale

    Le festività incombono, e si dice che a Natale siamo tutti più buoni. Eppure non mi sento diversa, nemmeno un po’.

    Forse sono già buona? O forse è quest’anno che è ancora strano, come quello scorso: con le mascherine addosso e le notizie costanti sui contagi, è il tedio l’emozione prevalente. O è il nuovo lavoro, così impegnativo, per il quale dicembre non è un mese scarico, ma anzi, è uno dei mesi più intensi: così la stanchezza non mi abbandona quasi mai, e anche se aspetto la fine dell’anno come se fosse uno stacco dalla fatica so bene che è un cambiamento più emotivo che fattuale, perché giorni di ferie non ce n’è.

    In tutto questo non percepisco il cosiddetto spirito natalizio: vedo le luminarie, sento il freddo, mangio i dolci, ma poi chissà.

    Mi è richiesto di essere diversa? Di fare altro, o di più, o di esibire qualcosa di particolare? Di dimostrare (più ancora che di essere) più buona, più attenta, più qualcosa.

    Tutte le persone a me più care, quelle più vicine, non mi chiedono nulla di tutto questo: nulla di diverso dall’essere me stessa, sempre, a prescindere da stereotipi, feste, emergenze.

    Per questo anche a Natale sono felice di essere semplicemente io, di essere sub, di appartenere, di sentire come sempre i brividi di desiderio che mi risalgono da in mezzo alle gambe, di agognare ancora colpi e umiliazioni, di avere pensieri che quelli, forse, no, in effetti, non corrispondono a quell’idea normalizzata dell’essere buoni.

  • Darsi il permesso

    Una volta avevo bisogno che qualcun altro mi desse il permesso.

    Non per una cosa specifica: in generale. Darmi il permesso di vestirmi carina, di andare da qualche parte, di avere stima di me, di mangiare determinate cose. Non ero in grado di decidere per me stessa: mi sembrava di non averne diritto, che fare o chiedere o prendere qualcosa solo per me stessa fosse un atto di presunzione intollerabile, che mi avrebbe ascritta tra gli stronzi.

    Avere un Padrone cui delegare questa parte della gestione di me che mi era così difficile era perfetto, liberatorio, lineare, consensuale. Perché mi era anche chiaro, a livello razionale, che non era corretto che una persona dipendesse dal permesso di qualcun altro. Non siamo mica più nel medioevo; se un’amica mi diceva “il mio ragazzo non mi permette di fare x o di indossare questo” mi indignavo (e mi indigno tuttora). Quindi poter negoziare in modo consensuale questa rinuncia di autonomia era l’uovo di Colombo.

    Per fortuna, una delle cose che mi venne insegnata dal mio primo, vero, Padrone era che avevo diritto a chiedere per me. Certo quell’insegnamento trovò molta resistenza da parte mia, e tornai indietro molte volte. Uno dei problemi fu che era un circolo vizioso: accettavo quell’insegnamento perché veniva da lui; andava bene perché non ero io, ma lui, con la sua autorità, a permetterlo. Interiorizzarlo era tutto un altro paio di maniche. Quindi una volta finita la relazione D/s persi colpi. Quello che era entrato dalla porta usciva dalla finestra (per parafrasare il modo di dire).

    Oggi, dopo tanto destrutturare e scavare per scoprire le mie radici, va molto meglio: ho (quasi) imparato a capire cosa desidero e chiederlo, o cercarlo, e questo mi rende non solo una persona più completa ma anche una migliore sottomessa.

    Poi, a tratti, faccio una gran fatica: mi dibatto tra i miei desideri inespressi, la frustrazione di sentire che meriterei di più ma non sono capace di accettarlo e l’attesa che qualcun altro mi legga nel pensiero e venga a realizzare quello che nemmeno io so che vorrei.

    Per fortuna, ho un Padrone. Per tutto il resto, c’è Mastercard!