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for this is what I feel

Tag: consapevolezza

  • When life hits on you, enjoy the beating

    1401730113-2014-06-01-when-you-need-most
    http://www.gogetaroomie.com/index.php?id=620

    Traduzione:
    Molliccio la lumaca / seduto su un albero / s-i a-u-t-o-p-e-n-e-t-r-a
    Oh! I boxer vibrano!
    [Quale per stasera? -xxx]
    Ooh <3 Molliccio si è evoluto in Barzotto!
    Quando la vita ti colpisce, goditi la ripassata.
    O, come direbbe una saggia lumaca: "Abbi fiducia che la vita ti darà ciò di cui hai bisogno-"
    "-nel momento in cui ne avrai più bisogno"

    Ho già citato il webcomic "Go get a Roomie". L'ultima strip uscita (qui sopra) mi ha colpita.
    Richard è sub e masochista; nell'evoluzione della storia, di recente è divenuto il nuovo giardiniere (garden boy) di Woc, un'anziana e misteriosa matrona, cui gli altri si rivolgono per avere consigli. Nel giardino ha fatto "amicizia" con le lumache, che chiama "Squishy" ("Molliccio"). Nell'ultimo riquadro, incontra il precedente garden boy, un ragazzo schivo e taciturno – ma non è questo che mi ha colpito. Certo sono curiosa di scoprire cosa accadrà tra i due nella storia, ma lo vedrò.
    Mi colpisce come Richard sia una figura sempre lieve, serena, sorridente; è irriverente e adorabile, sottomesso, masochista, linguacciuto e dolce.
    Mi colpisce perché io, nel mio pormi nel vivere il bdsm, invece, sono sempre corrucciata. Mi prendo troppo sul serio. Ritengo di sover considerare le cose sempre in modo rigoroso, che non ci si possa scherzare su. E' uno stile di vita, non "un gioco".
    E invece. Non potrei essere più tranquilla, più serena? Considerarlo in modo più giocoso, meno cupo e tremebondo? Invece di offendermi se tutto non è gestito e vissuto nel massimo rigore – rivoltandomici contro perché non mi pare "il modo giusto" – non potrei semplicemente accogliere ciò che viene, vivere le esperienze senza farmi tante seghe mentali?
    Godermi il gioco, la sessione, il bdsm quando accade, quando lo vivo; ed il resto del tempo, bè, essere tranquillamente solo me stessa, che anche se non sono fissa in quel ruolo sono sempre io; non vivo da slave 24/7 e non dovrei sentirmi in colpa per questo. Basta che lo sia quando mi è richiesto – quando io ho voluto che mi fosse richiesto.
    Perché è un po' quello il punto: lo faccio perché lo desidero.

  • Algolagnia

    “Il masochista è un rivoluzionario dell’arrendevolezza: sotto la parvenza di agnello nasconde un lupo. La sua acquiescenza ha una natura ribelle e la sottomissione che esibisce è in realtà un modo di opporsi. Dietro la morbidezza c’è del duro, dietro l’ossequiosità si cela la ribellione”.
    – Th. Reik, citato in Sadomasochismo, di Estela V. Welldon, ed. CSE.

    Ecco, forse qui si svela l’inghippo della mia doppia natura di slave ribelle.
    Non mi spiegavo perché, io così sub nell’animo, avessi sviluppato una tale protervia negli ultimi tempi: perché i capricci, la rabbia, le risposte sarcastiche, la deriva verso la disobbedienza.
    Non sono solo sub. Sono maso.
    E come masochista desidero, mi dibatto, mi protendo verso la soddisfazione del mio bisogno di dolore. Verso la messa in atto del rituale sadomaso, verso la sessione, verso la frusta.
    Mentre la mia parte sottomessa frena, china il capo e si sente felice nella felicità del Padrone, nel Suo sorriso, nel “brava” bisbigliato, la mia parte masochista morde il freno, spinge, si dibatte, alza la testa e vuole, vuole: anela all’impatto.
    Come i classici angelo e diavolo sulle mie spalle, mi danno consigli, mi inducono in tentazione, mi tirano in direzioni opposte. L’una perora il silenzio, l’altra alimenta la ribellione.
    Sii quieta, attendi; sii obbediente; sii brava.
    Si fotta la quiete! Vai, fai, fregatene: senti, subisci!
    Divelta in due, non trovo più pace nella pacata sottomissione, eppure mi spaventa il feroce desiderio che diventa quasi necessità, droga di sensazioni. Non ho più una mia identità sicura.
    Cavalco il tumulto, simpatizzo per la rivolta, alzo lo sguardo dalla mia cuccia e non so più se questo suono che mi sale di gola è un fare le fusa od è un ringhio…

  • Tornare

    Questo fortissimo senso di aspettativa che mi travolge, che mi ingloba tutta come una bolla densa e vischiosa, non ha un oggetto preciso; non mi aspetto un determinato avvenimento. E’ un’aspettativa generale, rivolta all’esterno, protesa a cogliere tutto quello che può arrivare. L’unica cosa che fa, è essere sicura che qualcosa sicuramente arriverà, e sarà grandioso.
    Così, anche un’aspettativa senza oggetto può venire delusa, se non accade nulla.
    Ma il destino non è forse nelle mie mani?
    Quindi a fine serata (nottata) prendo la mia aspettativa con entrambe le mani, la affronto e le dico: d’accordo, poteva essere meglio; ma ora, basta lamentarci e andiamo a divertirci.
    Perché nel mio essere proiettata verso gli altri, nella mia tensione di soddisfare sempre il prossimo, dimentico cosa piace fare a me. Anzi, forse non mi sono mai nemmeno posta la domanda, di cosa piacesse fare a me. Mi metto in coda e attendo un mio momento che non arriverà mai, a meno che io stessa non me lo crei.
    Così, facendo una cosa che amo, tutte le volte mi stupisco di quanto mi piaccia farlo, e mi chiedo perché non lo faccia più spesso. Mi accade scrivendo. Mi accade ballando.
    Ballo e tutto il mio corpo si libera di un’energia compressa, trattenuta troppo a lungo.
    Il giorno dopo mi resta addosso una sensazione sorridente, una vaga malinconia, un po’ di amaro e la calda promessa che mi dona sapere che sto imparando, un poco alla volta, a comprendermi e a dare libero corso a ciò che mi scorre dentro. Alla vera me stessa.

  • Coraggio

    Ho paura e avrò sempre paura, probabilmente. Una paura irrazionale, ingiustificata, ansiogena.
    Quindi, visto che l’avrò comunque, tanto vale che impari ad essere coraggiosa.
    Faccio meglio ad imparare a conoscermi e a gestirmi per come sono, non per come vorrei essere; sapere come reagisco e mettermela via – sapere che mi spavento ma che quella paura è immotivata.
    Dopotutto il coraggio non è assenza di paura; è capacità di affrontarla. Anche Atreyu ha tentennato, ma è corso avanti.
    Anche io devo correre avanti, oltre le mie paure, attraversarne la soglia e giungere al mio obiettivo.

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  • In/gratitudine

    Sono una persona che chiede tanto, me ne rendo conto solo ora – e spero che saprò mantenere questa consapevolezza e metterla a frutto.
    Sono rimasta offesa o addirittura arrabbiata quando mi sono sentita defraudata di un mio diritto, sentendo di venire ignorata o di non ottenere TUTTO quello che mi spettava (o che credevo mi spettasse). Mi sento troppo facilmente lasciata da parte, anche se non è così.
    Poi incontro le persone di cui sono gelosa o invidiosa, quelle che accuso di accusarmi, di privarmi di ciò che deve essere mio; e scopro che non solo non stanno affatto complottando ai miei danni, ma stanno persino ottenendo molto meno di ciò che ottengo io.
    Mi viene così di colpo rivelata tutta la mia ingratitudine, la mia incapacità di accorgermi di ciò che ho e gioirne, invece di guardare sempre ciò che mi manca. Mi sento sbattuta in faccia l’inutilità di tutto il tempo che perdo a recriminare nella mia testa contro un nemico inesistente.
    Mi mortifico di questo mio essere così poco umile.
    Devo smetterla di preoccuparmi, di pestare i piedi e di sentirmi offesa come se quello che accade fosse un privarmi di un qualche mio inalienabile diritto.
    Mi scopro capricciosa, presuntuosa e viziata.
    Ma sono grata di questa nuova consapevolezza, che mi permette – ora sì – di essere grata anche di ciò che ho.

  • La me stessa forte (delirio)

    Quando mi trovo vicino a qualcuno che si trova in un momento di debolezza – qualcuno triste, arrabbiato, spaventato, intimorito – allora divento d’improvviso calma, focalizzata, forte.
    Tutto mi si dipana davanti con chiarezza. Ogni difficoltà diventa perfettamente affrontabile; nulla mi è più precluso. Di colpo mi sento invincibile, capace di tutto. Divento supportiva, sicura di me. Cerco di infondere coraggio, ottimismo; sdrammatizzo senza fatica le stesse cose che, quando sono debole, mi massacrano. Minimizzo i problemi, dò buoni consigli che io in prima persona non saprei seguire.
    Smetto magicamente di avere paura.
    Per aiutare chi ho vicino, salterei nel fuoco. Mi prendo in carico la paura degli altri, scartando la mia.

    Sembro non credere di meritare quanto meritano gli altri.
    Per me stessa non riesco ad essere forte, a volte non voglio; ma datemi qualcuno da difendere, e diventerò un leone.
    Mi assumo il compito – non richiesto – di salvare o risolvere la vita a chi mi è accanto. In questo modo mi ritrovo invischiata in responsabilità che non mi competono affatto, e il mio senso di forza – il mio delirio di potenza – finisce sprecato. Torno a precipitare nell’autocommiserazione perché non riesco a gestire una cosa ingestibile, una vita altrui.

    Ho energie nascoste che rimangono precluse a me stessa, che faccio esplodere a caso attorno a me, che investo in modo cieco.
    Davvero ho bisogno di maggiore consapevolezza di me.

  • Secretary

    Ho cercato un Padrone, l’ho voluto. Quando ho incontrato una persona valida, ci ho parlato, l’ho conosciuto; sapevo cosa desideravo (più o meno) e che era meglio avere elementi per scegliere bene a chi affidarmi. Ho acconsentito consapevolmente a sottomettermi, ad accettare la Sua guida, il Suo dominio. Ho scelto Lui; Lui ha scelto me; gli obbedisco perché so che posso fidarmi, che non farà il mio male, non mi sminuirà. Certo mi umilierà e mi farà provare dolore; ma in un modo Sano, Sicuro, Consensuale.

    La mia indole naturalmente sottomessa mi porta però talvolta a confondermi. A fidarmi a caso. A permettere che mi venga fatto del male. A non vedere che c’è chi pone richieste non dette, subdole.

    Così, un uomo manipolativo, fanatico del controllo, inconsapevole di sé, è stato in grado di rigirarmi. Di mettermi addosso dubbi; di chiedermi di più di quanto potessi dare e di indurmi a darglielo. Mi ha chiesto di non porre domande, di eseguire e di obbedire; di “lasciarmi guidare”, così ha detto. E io ho dubitato di me stessa; ho titubato. E gli ho creduto. Ho pensato che fosse un riverbero del mio rapporto D/s; che dovessi, potessi traslarlo anche nella vita quotidiana.
    Ho sbagliato.
    Perché non c’è stata contrattazione, non c’è stata consensualità. L’obbedienza che mi ha chiesto non era per guidarmi, ma per farsi servire. Il dominio che ha voluto esercitare non era illuminato dalla saggezza, né dalla consapevolezza di sé; era cieco ed egoista.

    Ora andarmene è difficile perché mi ha lasciato addosso una patina di sensi di colpa, di dubbi, di senso di inadeguatezza; mi ha blandita e mi ha indebolita. Mi ha portata a desiderare il suo consenso, la sua approvazione. Mi convince ancora adesso di essere io quella sbagliata, quella che lo ha tradito.

    A me piace lavorare dando tutta me stessa anche oltre l’orario di lavoro, amo rendermi utile e che mi venga detto “brava”; ma se non mi licenzia lui, dò le dimissioni io. Perché ci sto lasciando il fegato, e questa malintesa “sottomissione” mi fa stare solo male – segno inequivocabile che non è tale, ma sfruttamento.

  • Mentalità

    Ho studiato teatro, l’ho frequentato e ci ho lavorato. Una delle prime cose che mi è stata insegnata è: diffidare di chi si autodefinisce “artista”. Proclamarsi tale da sé dimostra, più che un’indole effettivamente artistica, una notevole presunzione. Specialmente in teatro, una persona di scena deve saper dimostrare l’umiltà di mettere il proprio ego da parte, per potersi caricare addosso la maschera, il fantasma: il personaggio. Ponendosi l’attore in modo arrogante, il personaggio non si lascerà portare, conducendo il presuntuoso a fare una ben magra figura.
    Certo: ogni tanto, al mondo, arriva un Picasso che può permettersi di sboroneggiare perché in effetti è Picasso. Ma in linea generale uno che si dichiara artista è più spesso che no un pallone gonfiato. (Anche Picasso era parecchio stronzo, però poi come artista almeno valeva).
    La cosa peggiore di persone così è che si sono create un’immagine di sé che le ritrae come eroi della loro stessa vita. Loro soli sono i Buoni, mentre il resto del mondo cattivo non li capisce. Ne deriva che loro sono nel Giusto, e gli altri no. Di conseguenza, sono convinti di essere persone migliori di quanto poi in realtà non siano.
    Sostengono di avere una mentalità estremamente aperta – ehi, sono artisti, dopotutto! Persone maledette, che vivono ai margini, pazze, creative, eccetera. Ma messi alla prova dei fatti, spesso questa mentalità risulta aperta solo per se stessi, o per le cose che condividono. Tutto il resto è sbagliato – anche se faticano ad ammetterlo; piuttosto cercano di rigirare la frittata a loro stessi, convincendosi che la loro chiusura mentale non è bigottismo, ma… una presa di posizione politica, un gusto personale, bla bla bla. Scuse.
    E’ il discorso del becero razzista che inizia con “io non ho nulla contro i negri, però…”

    La stessa cosa spesso capita tra le minoranze sessuali; gli omosessuali guardano con sospetto i bisessuali, ad esempio, o tra quelli che fanno sadomaso ci sono bigottismi trasversali verso determinate pratiche, determinati comportamenti, determinati modi di vivere la propria specifica perversione. Si finisce per fare dei distinguo per cercare delle giustificazioni per sé: ok, io sarò anche pervertito, ma non farei mai questo o quello, quindi sono migliore di chi invece lo fa.

    Mi chiedo se sia possibile avere davvero una mentalità aperta, accettare che altre persone facciano cose che noi non condividiamo (sempre s’intende in modi rispettosi e consensuali). Se si possa davvero vivere e lasciare vivere. Perché talvolta mi sembra che gli uomini abbiano un bisogno quasi fisico di chiudere almeno uno o due scomparti della propria mentalità, per salvaguardare qualcosa di sé che temono vada perduto; che cosa sia, e se davvero andrebbe perduto, non lo so.
    So solo che più apro la mia mente, più essa si ossigena, respira e si amplifica. Lasciando andare le mie paure, aprendo i cancelli, non è scappato niente di me; piuttosto si è liberato, rendendomi una me stessa più consapevole, completa e vera.

  • Army of me

    Alzati
    Devi gestirti
    Non sarò più
    Solidale

    E se ti lamenterai ancora una volta
    Incontrerai un esercito di me

    Sei a posto
    Non hai nulla di sbagliato
    Sii autosufficiente per favore!
    E mettiti al lavoro

    E se ti lamenterai ancora una volta
    Incontrerai un esercito di me

    Sei da solo adesso
    Noi non ti salveremo
    La tua squadra di soccorso
    E’ davvero esausta

    E se ti lamenterai ancora una volta
    Incontrerai un esercito di me

    Questa canzone di Bjork è davvero potente e mi smuove qualcosa dentro. Non so bene se mi stimoli ad essere forte e a darmi da fare o se mi spaventi, anche, per l’idea di venire abbandonata, lasciata a dovermela cavare da sola.
    Ci leggo questo: verrò abbandonata se non sarò capace di gestirmi e mettermi al lavoro; se continuerò a lamentarmi, resterò sola, perché chi mi dovrebbe/vorrebbe aiutare ormai non ne può più.
    E’ il mio timore più grande; è il motivo per cui cerco sempre di tenere duro.
    Ogni tanto vorrei solo abbandonarmi ad essere piccola, fragile, a piangere senza un motivo preciso; vorrei solo essere accudita, coccolata e protetta, anche se mi sento di essere un disastro. Vorrei solo essere rassicurata che in realtà no, non sono un disastro: sono brava, ma adesso posso riposare e non essere più forte per forza.

  • Potere =/= Volere

    Un tema cui ho già accennato, credo.

    Se posso fare qualcosa, basta solo che lo voglia. Quando posso, spesso è solo che mi manca sufficiente volontà per raggiungere l’obiettivo desiderato.

    Se posso fare qualcosa, non è detto che lo voglia fare. Lo trovo scritto su una maglietta in uno shop online di magliette umoristiche sul poliamore: “just because I can doesn’t mean I want to”. Mi fa sorridere, perché si intende che la persona che lo dice ha libera volontà; può rimbalzare chi ha di fronte. Il senso è: sì, potrei fare sesso con te (visto che vivo liberamente la mia sessualità) ma non voglio. Tié!
    Io, invece, non ho una simile libera volontà. L’ho rimessa al mio Padrone.
    Se posso, può voler dire che devo. Se mi viene detto che posso, può essere che sia un ordine. Può essere che questo ordine mi serva a comprendere che posso fare cose che credevo di non essere in grado di fare.

    Se voglio fare qualcosa, d’altra parte, non è detto che possa. Quando voglio, devo scontrarmi con tante variabili: fattibilità, accessibilità… soprattutto, permesso. Ho il permesso di fare ciò che voglio? Non sempre, non necessariamente.
    Perché, ancora, la mia volontà non è libera ma guidata; gestita dal mio Padrone. Posso sempre chiedere il permesso di fare ciò che desidero, ma so che Lui non mi dirà sempre sì; anzi.

    In questo recinto nel quale mi muovo, talvolta mi sento in gabbia, talvolta mi sento rassicurata. La mia voglia mi porta a mal sopportare le pastoie del non potere; la mia paura mi porta a tremare alle soglie della possibilità.
    Accolgo la frusta e le briglie con gratitudine, per essere addestrata a diventare la migliore me stessa possibile.