Un passo più in là

Sono tredici anni che vivo il BDSM.
Ho esplorato: all’inizio avevo più o meno idea di cosa potesse piacermi, ho letto libri (saggi e romanzi), ho provato, ho posto limiti. Ho fatto cose. Parecchie cose.

Dopo così tanto tempo, ho perduto quella sensazione di novità, il brivido di provare qualcosa di incredibile, di mai fatto, di mai pensato.
O meglio: credo di averla perduta. La maggior parte del tempo pratico pratiche che conosco, che ho già fatto, che so come funzionano su di me. Anche se, certo: ogni volta è un viaggio nuovo; solo perché conosco la strada, non vuol dire che non mi goda il viaggio. Ma non c’è più quel vuoto allo stomaco, quel senso di salto nell’ignoto che mi faceva scoprire una nuova sfaccettatura di me, che toglieva un velo che magari nemmeno pensavo ci fosse.

E poi.

E poi c’è sempre un passo ulteriore. Una pratica nuova. Un’esperienza diversa. Una cosa che avevo detto che non avrei mai fatto, che pensavo fosse troppo o che non facesse per me. Una cosa a cui non avevo mai pensato. Una cosa di cui avevo visto una foto porno da adolescente e che era rimasta in un cassetto impolverato della mia mente. Una cosa che no. E poi succede.

E mi travolge.

Lo stomaco in gola, il cuore nello stomaco. Il cervello soverchiato, incapace di pensare. Quell’emozione così forte perché inaspettata. Le viscere che si contraggono: mi bagno, ansimo e godo di un piacere torbido, rimescolato, dell’anima più che del corpo.

Due: Integrazione

Io sono kat.
Eppure, sono anche Chiara.

E dire che lo avevo scritto anche nella bio di questo mio blog, e lo avevo scritto quando l’ho aperto, nel 2007, nei proverbiali tempi non sospetti: impossibile definire in due righe una persona. Miliardi di sfaccettature; molteplici anime.

Ho costruito paratie che credevo di acciaio, ed erano di cartongesso. Ho posto limiti e confini che erano muri senza porte, ma alti mezzo metro. Ho cercato di suddividermi perché ritenevo che diverse parti di me avessero necessità differenti. Ed è così.
Ma alla fine, sono sempre io.

Le cose traboccano, sbordano: emozioni, sentimenti, pensieri, desideri. Non riescono a stare nel loro compartimento, nella scatola pensata per quella persona, quella parte di me. Alla fine mi riunisco sempre. Ma per lungo tempo non solo non l’ho voluto: l’ho combattuto. Ho pensato fosse pericoloso, sbagliato. Talvolta, ho ricevuto conferma che lo era. Allora ho cercato di tornare al mio posto. Ma per quanto bello, rassicurante e comodo sia un ruolo, alla fine è stretto; o forse, diventa stretto, crescendo. E non posso impedirmi di crescere come persona, anzi, è uno dei motivi per cui faccio bdsm: esplorarmi, conoscermi, crescere.

Come si fa a fare crescere anche il ruolo, allora? Come si fa spazio per tutte le persone che sono io, perché convivano e non si facciano i dispetti? Perché le cose non sbordino ma scorrano come un torrente da una polla all’altra, armoniosamente?

Ho paura, perché è un cambiamento radicale. Ma sto imparando. E non sono sola.

Uno: Segregazione

Io sono kat.

Come recita la bio di questo mio blog: una donna normale, una slave, una masochista.

E’ importante: questo sono, qui. Questa persona. Questa identità. Nel mondo del bdsm, nella realtà bdsm che vivo, sono kat, kat soumise. Con le minuscole, perché sono sottomessa.
Se in questa realtà qualcuno mi chiama con un nome diverso, o lo scrive maiuscolo, è come se sentissi delle unghie grattare su una lavagna. Stride, stona, non torna. Mi dà fastidio, mi irrita, mi sento non riconosciuta.
E’ come se avessi un filtro sulla realtà, che la modifica conforme in che mondo mi trovo. Almeno, credo di averlo. Almeno, credo di essere solo kat.

Ho sollevato paratie e creato compartimenti.
Sono una determinata persona, in un determinato mondo. Non posso bucare la quarta parete, mostrare di essere anche qualcun altro – le regole sono queste. Non posso fare determinate cose, desiderare determinate altre cose, provare determinate emozioni, determinati sentimenti: non appartengono a questa persona. Di più: non devono appartenere a questa persona. Per proteggermi, credo. Questa persona segue queste determinate regole: così è facile, basta seguirle. E’ importante che sia solo kat, che può muoversi in questo ristretto ambito e che obbedisce a queste precise regole: così sto bene, così sono a mio agio nel vivermi nel bdsm.

E se succede che qualcosa trabocca, perde, sborda o si intromette… non va bene, bisogna spegnerlo, cancellarlo, pensare di avere sbagliato e fare ammenda. Tornare sulla strada tracciata. Cancellare il messaggio prima di mandarlo. Trovare arzigogolate giustificazioni. Negare anche l’evidenza, soprattutto a me stessa.

E’ un sacco di fatica. Resta addosso la sensazione che qualcosa sia fuori posto. Eppure, ho fatto tutto bene. Tutto secondo le regole. Tutto nel tracciato che ho segnato…

**Traduzione** Una guida alla comunicazione per sottomessi

Su fetlife seguo da tempo un autore che mi sta piacendo molto, ovvero The_Voice. Dopo avere letto un suo interessante articolo su come comunicare rimanendo all’interno della dinamica di potere – cosa che non mi viene affatto facile, e finisco per non comunicare del tutto, provocando danni peggiori – ho deciso di contattarlo e chiedergli di poter pubblicare qui, tradotto, il suo articolo originale A Guide to Submissive Communication.

Mi ha dato dei buoni spunti; a tratti può apparire banale, uno scoprire l’acqua calda. Ma anche l’acqua calda a volte ci si dimentica come si trova, ed è utile riscoprirla. Per me almeno vale così. Preferisco avere degli appunti cui posso accedere per migliorarmi piuttosto di brancolare nel buio della mancanza di consapevolezza.

Ecco la mia traduzione:

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Dell’invidia e della scopa nel culo

Si dice che la reazione ad una situazione stressante sia sempre di fuga, di attacco, o di blocco (flight, fight, freezing).

Quando qualcosa mi indispone, la mia prima reazione è sempre di blocco. Mi irrigidisco e dentro di me inizio un attacco non dichiarato verso quella cosa (quella persona), a livello inconscio prima ancora che conscio. Inizio a criticarla, trovarne difetti (veri o immaginari), ad essere ostile. Quindi di fatto mi chiudo in me stessa.

Ma mi sono ormai accorta che spesso sono così critica solo perché in realtà sono invidiosa di quella persona o situazione.

Invidio le relazioni altrui, o la capacità altrui di vivere le proprie pulsioni, i propri desideri, in modo più libero, diretto, sincero rispetto a come ci riesca io. Che poi sia effettivamente così, è solo una mia idea, naturalmente; come mi è stato fatto notare: non so cosa ci sia dietro una facciata di apparente successo, felicità o soddisfazione. Non so quali lotte interiori quella persona abbia passato o stia passando, magari.

Io sono trattenuta da miei limiti mentali, che sono anche limiti che credo mi siano dati da altre persone: da mio marito come dal mio Padrone. Penso: lui non vorrebbe che io… Ma anche qui, sono idee mie; giustificazioni delle mie paure. “Non posso farlo perché lui non vuole”. Non è vero: non lo faccio perché ho paura. Ho una scopa nel culo e credo pure che me l’abbia messa qualcun altro.

Non potrò acquisire nessuna reale crescita finché non abbandonerò le mie paure ma soprattutto le mie paranoie. Ciò che mi trattiene dal vivere appieno e con soddisfazione ogni mia relazione, ogni mia sessione, è solo ed unicamente nella mia testa.

Lasciare andare rimane la cosa più difficile, ma senz’altro la più bella.

Dare tutto

Trovo questo post in una pagina che seguo su Facebook, Semplice_mente Slave. Mi fa riflettere.

Scrivo di me.
Scrivo per me.
Sono io.
Io da sola come sempre.
Perché una schiava è sempre sola.
Non le è consentito chiedere calore e comprensione.
Una schiava deve sempre saper aspettare.
Anche quando non ce la fa più.
Non può cedere e mostrare la sua fragilità.
Non può ammettere di desiderare solo un bacio o una carezza.
Una schiava è lì.
Un oggetto.
Da usare quando se ne ha voglia.
In ogni modo.
È a disposizione.
Esegue le richieste.
Viene punita se sbaglia.
Lei è lì…solo quando serve.
Soffre in silenzio perché non è adeguato mostrare sofferenza.
La schiava non chiede mai.
Attende le sia dato.
Lei da tutto.
Ogni parte di sé.
Perché la schiava è così.
Questo è una schiava.
Questo sono sempre stata.
Non è stato facile.
Non è stato un gioco.
Ma non è stata una scelta.
È ciò che sono.
Ma essere una schiava non significa rinunciare ad essere una donna.
Ora ne sono consapevole.
E non rinuncio più ai miei bisogni.
Non mi accontento più di briciole in cambio del mio tutto.
Esisto anche io.
Il mio essere una femmina pulsante.
Il desiderio di mani calde e di carezze dolci.
La mia necessità di sentire che non sono solo un corpo da usare per ogni perversione…ma un corpo che contiene una donna.
Ora so che essere una schiava è una parte di me.
Non sarà mai un gioco.
Ma chi cammina con me mi deve dare qualcosa di sé.
Deve prendere tutto ed averne cura.
La schiava.
La femmina.
La donna.
Ho bisogno di sapere che sono importante e non un oggetto sostituibile.
Ho bisogno di tempo e di attenzione.
Ho bisogno di vedere che ciò che sono e’ apprezzato.
Sono bisogni che mi esplodono dentro.
Hanno urlato per troppo tempo.
E li ho sempre ignorati.
Ora li ascolto.
Ascolto me.
E tutto ciò che sono.
(Alx)

La riflessione che mi sorge immediata è: dare tutto significa (dovrebbe significare) dare davvero tutto. Quindi anche desideri, bisogni, sensazioni e sentimenti. Consegnare nuda l’anima, non il corpo (quello è facile). Altrimenti, non stai dando davvero il tuo tutto, ma quello che tu credi essere il “tutto” che l’altro si aspetta. Ma è una bugia, per quanto magari possa essere bella, o per quanto tu possa credere che non lo sia. E prepara il terreno all’insoddisfazione, alla frustrazione, al rancore.

Ignorare i propri bisogni mi pare non una prova di abnegazione, ma di mancanza di consapevolezza. Inutile prendersela con chi non ha dato soddisfazione a quei tuoi bisogni: se non sei riuscita a comunicarli, non puoi pretendere che l’altro sappia leggerti nel pensiero.

Essere schiava per me significa essere consapevole, e consegnare con consapevolezza tutto quello che ho; e continuare a immergermi in me stessa per accrescere la mia consapevolezza, per accrescere la portata della mia sottomissione.

Domande

Da sempre mi interrogo su me stessa, mi esploro, cerco di comprendere le strane circonvoluzioni che mi fanno (s)ragionare. Leggo, studio, approfondisco: perché penso questo, cosa mi provoca questa emozione, cosa mi spinge a quel comportamento?

Ho imparato moltissimo, nel tempo, da sola e grazie ai libri. Ma soprattutto ho imparato grazie all’Appartenenza.

Spesso cerco invano le risposte, che mi sfuggono e mi restano inaccessibili, con mia grande frustrazione. Poi, d’improvviso, comprendo: la cosa fondamentale non sono le risposte, ma avere le giuste domande. E il Padrone ha questa capacità – ai miei occhi quasi sovrannaturale – di farmi le domande giuste. Quelle scomode, quelle difficili, quelle stronze, anche. Ma giuste. Quelle che fanno pensare alla risposta che cercavo, senza più menare il can per l’aia, ma andando dritta al bersaglio.

La domanda giusta è la mira che mi mancava. Le risposte le ho, ma ho bisogno di essere indirizzata. E’ questa (anche) la guida che cerco nell’Appartenenza: la lucida freddezza del Padrone che mi interroga per farmi migliorare; la motivazione profonda, che mi smuove dalla mia immensa pigrizia, per diventare una me stessa migliore perché Lui sia orgoglioso di me.