Dimmi come posso essere brava per te

Rendimi brava. Giustificami.
Giustificami nel significato che aveva per Lutero: rendimi giusta.
Rendi giusto che io esista, che io sia qui, che le cose che faccio vanno bene. Che ho diritto di esistere.

Se non me lo dici, o se mi dici che non è necessario, che non devo “essere brava”, che vado già bene… non sai il tuffo al cuore; il terrore della perdita di quello che per me è un punto di riferimento, una pietra di paragone: avere chi valida la mia esistenza.

Perdere questo mi scompensa e allo stesso tempo mi colma di una gioia folle, dello slancio oltre la paura di una corsa sulle montagne russe: la faticosa cremagliera è superata e non c’è più spazio per preoccuparsi. Con il cuore nello stomaco assaporo questa corsa.

Connessione

Quando mi permetto di connettermi col mio corpo
Quando cammino quattro ore sulle colline
Quando respiro a fondo l’aria tersa e fredda dell’inverno
Quando faccio fatica
Quando sento i muscoli tendersi e li ascolto
Quando chiudo gli occhi
Quando si spegne il chiacchiericcio infinito della mia mente
Quando sono legata, costretta, incatenata
Quando finalmente sono connessa con il mio corpo
Lo sento cantare, riempirsi, espandersi e sentire tutto
Tutto ciò che è in me e fuori di me
Le emozioni, le sensazioni, l’universo
Entro in connessione con il tutto

E inevitabilmente
In questa fusione di sensazioni
In questo flusso di percezione
In questa espansione di consapevolezza corporea

Mi bagno

Disordini dei sensi nascosti

Cosa porta le persone a fare casini inenarrabili?
Reagire in modo sproporzionato, sottostimare, sovrastimare, creare narrazioni al punto di incasinarsi e incasinare il prossimo fino a livelli improponibili, anche quando tutte le premesse sarebbero state favorevoli; evitare, soprattutto evitare, con tutte le nostre forze: evitare discorsi, evitare emozioni, evitare verità. Omettere fino a scomparire.

C’è un disordine dentro ognuno di noi.
Per quanto siamo equilibrati – e lo siamo anche, abbiamo una vita regolare, il lavoro, la casa eccetera – abbiamo una confusione interna, sottile, che ci pervade. Per quanto con i nostri sensi comprendiamo il mondo in modo del tutto corretto, abbiamo dentro di noi dei sensi nascosti che si perdono, che interpretano quel mondo in modo arbitrario.
Reagiamo in modi automatici, leggiamo motivazioni sottese laddove non ci sono, non domandiamo spiegazioni, non cerchiamo soluzioni ma scivoliamo in quelle che ci suggeriscono i nostri sensi nascosti, i nostri automatismi, i nostri schemi, i nostri meccanismi appresi.
Saltiamo alle conclusioni, omettiamo informazioni fondamentali, evitiamo di affrontare anche la realtà più rassicurante.
E ci incasiniamo.

I disordini di questi sensi nascosti creano disordine nel nostro mondo, nelle relazioni, nei rapporti, nella comprensione dell’altro. Poi un giorno apriamo gli occhi e ci accorgiamo del casino, e non abbiamo idea di come abbiamo fatto ad arrivare fin lì. Come abbiamo fatto a incasinare così tanto le cose? Ma anche: come siamo sopravvissuti?!

E’ durissima anche aprire gli occhi ed accorgersene, a volte. Succede che te ne facciano accorgere gli altri, o le conseguenze. Quindi già accorgersene è tanto. Ma la svolta è capirlo.

Imparare ad ascoltare il disordine dei sensi nascosti.

Riordinarli è impossibile: si sono sviluppati così, o forse ci siamo nati; ormai sono convoluti e districarli non è fattibile. Ma quello che possiamo fare è conoscerli. Capire come funzionano, quali automatismi attivano, a quali casini ci conducono. Ascoltare cosa ci dicono di noi per poter rispondere: no, non così. No, non è vero. No, invece no.
Opporsi con gentilezza, con dolcezza: i sensi nascosti cercano di proteggerci dal male, ma si perdono nel loro disordine, creando spesso altro male. Bisogna fermarsi, fermarli, capire e dire:

sì, sto male
no, non è colpa mia
sì, ho diritto di stare male
no, non faremo male a chi vogliamo bene
sì, posso essere responsabile (non colpevole)
no, non merito di stare male
sì, posso rimediare
no, non devo espiare

 

Dei disordini dei sensi nascosti parla Oliver Sacks nel suo libro L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello. Da neuropsichiatra, intende quei disturbi che attengono alla memoria, al riconoscimento, alla coordinazione spaziale: i sensi nascosti sono quelli che elaborano le immagini che arrivano al cervello dai sensi primari.
Qui, è una licenza poetica.

Assoluto vs completo

Per godere a fondo l’Appartenenza bisogna toccare il fondo dell’abisso inesplorato della propria Anima e lasciarsi riportare a galla dallo stesso carnefice.

Frasi come questa mi rimescolano sempre: mi provocano una forte emozione, mi si stringono le viscere, mi sale un senso di ineluttabile destino, la sensazione che qualcosa dentro di me si completi.

E’ il fascino dell’Assoluto.

Ogni affermazione netta e al contempo poetica, profonda e metaforica, mi affascina. Anche il mio senso letterario ne viene solleticato. Mi piace pensare (sentire) che ciò che vivo e sento sia connaturato alla mia Anima immortale, che appartenga al mio Sé più recondito; che vivere il BDSM significhi portare a compimento un destino, un’Essenza innata.
L’Assoluto – la convinzione che ci sia un Giusto, un Vero – affascina perché è netto, consegna una Verità in cui è necessario credere. E’ il regno delle maiuscole, dei concetti resi idee platoniche, dei macigni inamovibili.

Ho cercato di vivere questo Assoluto e mi ha distrutta.
Ne sono uscita sfiancata, stanca, triste. Perché io sono un essere immanente, non assoluto; vivo nella realtà materiale, non nel mondo delle idee. Nel confronto con l’Assoluto, sono rimasta per forza di cose sconfitta, e con la sensazione di essere sbagliata, di non essere stata all’altezza.

Adesso, invece, prediligo la Completezza.
Certo mi resta addosso il fascino delle maiuscole, dei paroloni, della poesia; ma ora la vivo come tale, ovvero poesia: non pretendo più da me stessa di renderla reale alla lettera in ogni singolo istante. La sensazione dell’Assoluto si materializza in alcuni momenti: nell’intensità di una sessione, nella profondità del subspace; il resto del tempo, finalmente, vivo una relazione completa, umana, fatta di contatto, ascolto, comprensione, chiacchiere sul divano e musica.

Perdonare a me stessa di non essere la schiava perfetta – la schiava assoluta, che esiste e vive e respira solo in quella ristrettissima gabbia – è la cosa più difficile che abbia mai fatto. Ma è un sollievo non sentirsi più schiacciata dal peso di un ideale inarrivabile. E’ un sollievo poter essere me stessa, tutta, completa.

Le ferite che ci infliggiamo

In seguito ad incontri e confronti che ho avuto nella community poli e bdsm mi è sorta questa riflessione, che ho impiegato parecchio a mettere in ordine nella mia testa e a scrivere.

Una delle basi imprescindibili di un rapporto D/s (come di ogni altro, ma qui è enfatizzato) è il consenso: le parti entrano in un rapporto di scambio di potere previo consenso libero, informato, entusiasta, come si dice. La parte sottomessa acconsente liberamente a cedere alla parte Dominante il proprio potere, ovvero la propria libertà, volontà, capacità decisionale, entro i limiti concordati, che possono essere più o meno ampi, conformemente a quanto viene negoziato prima dell’inizio del rapporto.
Poi, nel corso della relazione, sarebbe bene rinegoziare, ogni tanto. Verificare che tutto stia andando bene, che i limiti siano ancora quelli giusti (in caso stringere o allargare), eccetera.

Sono queste cose risapute, condivise, anche se non sempre così bene applicate; perché si sa, sulla teoria siamo tutti ferratissimi, ma nella pratica talvolta alcune cose scivolano, perché sono noiose, lunghe, ovvie, ne abbiamo già discusso, non serve parlarne.
In questo caso è (relativamente) facile accorgersi che qualcosa non va come dovrebbe. Se uno dei due sente che c’è una cosa di cui si dovrebbe parlare, perché stona, o non torna, o semplicemente sente di averne bisogno, bisognerebbe appunto parlarne, e se la controparte si scansa, beh, è una red flag, come si dice in gergo: un segnale di pericolo.

Ci sono altre situazioni, però. Meno facili da individuare, meno chiare, meno nette; più liminali, sottili. Le bandiere non sono rosse, qui; forse ci sono ma sono di altri colori e non si individuano così facilmente; o forse non ci sono, perché non ci sono persone che si comportano male o con malizia.

Succede allora che ci infliggiamo ferite e non sappiamo come.

Una volta entrati nelle profondità del D/s ci si trova in un mondo caldo, liquido. Un mondo sotterraneo di desideri, sensazioni, emozioni viscerali.
Una volta ceduto il potere ci si sente meravigliosamente; ci si sente al proprio posto, accompagnate, protette, gestite: senza responsabilità. L’unico obiettivo diventa soddisfare il Padrone, ed è molto bello.
Allora, però, dove va a finire la negoziazione? Se si parla, si riesce a parlare? Si riesce a comunicare chiaramente, sinceramente? Intendo: si riesce a dire la propria verità senza che questa venga sovrascritta dal compiacere il Padrone?
(Avevo anche tradotto e pubblicato qui un articolo che ne parlava, su come comunicare mantenendosi sottomessi.)

Nella mia esperienza, in passato, ho vissuto alcuni momenti in cui, estremamente coinvolta nel D/s, profondamente sottomessa, nella comunicazione io non ho dato un consenso entusiasta, quanto piuttosto un’obbedienza entusiasta.

Le due cose si assomigliano molto, a un livello di percezione. Ero convinta del mio sì. Nessuno mi ha forzata né manipolata. Ma in me ardeva un desiderio feroce di soddisfare il Padrone; dunque, il mio consenso era libero, visto che io non lo ero?
Vivendo il D/s con così tanta forza, questa questione diventa spinosa, liminale, complessa. Ovviamente non si applica ad ogni relazione in ambito BDSM. Ma per chi lo vive con un coinvolgimento molto forte, può diventare un problema.

In tutto questo, che responsabilità può avere la parte Dominante? Come si dice spesso: un Dom, per quanto bravo, non può leggere nel pensiero, ed è vero. Se chiede consenso e questo viene dato, quali strumenti ha per capire se è sincero o no? O meglio: per capire se è libero o guidato dall’obbedienza? Perché quanto a sincerità, essa è indubbia; ma nella testa del sub l’obbedienza è una forza trainante, potente, che sovrascrive ogni altra. Non si può affermare né che la sub abbia mentito nel dare il consenso, né che il Dom lo abbia estorto. E’ la dinamica stessa in cui vivono a complicare la questione. Però, questa sovrapposizione può portare, soprattutto a posteriori, a dispiaceri, sensazioni di tradimento, ostilità, recriminazioni. Da una parte come dall’altra.

Io so di avere dato talvolta un’obbedienza sincera invece che un consenso sincero. Ma so che ero sincera. Ho sofferto? Sì. Posso dare colpe al Padrone? No.

Credo che ci voglia una consapevolezza immensa: di sé, della controparte, della dinamica e dei suoi anfratti, e quindi dei suoi pericoli – non solo quelli fisici, legati alle pratiche, ma soprattutto quelli emotivi, legati alla relazione. Parlare di sicurezza in relazione alle pratiche è facile; alle emozioni, difficilissimo. E’ una discussione da fare anche a livello di community, sicuramente.
Non sono sicura che si possa evitare del tutto questo pericolo, questa confusione tra consenso ed obbedienza; ma sarebbe meglio esserne consapevoli e riuscire a creare uno spazio di comunicazione il più possibile sicuro e paritario anche nel D/s più verticale.

E questo non significa solo responsabilità da parte del Dom di accogliere questa comunicazione, ma anche responsabilità del sub di darla, di conoscere il proprio desiderio di compiacere, soddisfare, obbedire e non farsene guidare in questi momenti.

Un passo più in là

Sono tredici anni che vivo il BDSM.
Ho esplorato: all’inizio avevo più o meno idea di cosa potesse piacermi, ho letto libri (saggi e romanzi), ho provato, ho posto limiti. Ho fatto cose. Parecchie cose.

Dopo così tanto tempo, ho perduto quella sensazione di novità, il brivido di provare qualcosa di incredibile, di mai fatto, di mai pensato.
O meglio: credo di averla perduta. La maggior parte del tempo pratico pratiche che conosco, che ho già fatto, che so come funzionano su di me. Anche se, certo: ogni volta è un viaggio nuovo; solo perché conosco la strada, non vuol dire che non mi goda il viaggio. Ma non c’è più quel vuoto allo stomaco, quel senso di salto nell’ignoto che mi faceva scoprire una nuova sfaccettatura di me, che toglieva un velo che magari nemmeno pensavo ci fosse.

E poi.

E poi c’è sempre un passo ulteriore. Una pratica nuova. Un’esperienza diversa. Una cosa che avevo detto che non avrei mai fatto, che pensavo fosse troppo o che non facesse per me. Una cosa a cui non avevo mai pensato. Una cosa di cui avevo visto una foto porno da adolescente e che era rimasta in un cassetto impolverato della mia mente. Una cosa che no. E poi succede.

E mi travolge.

Lo stomaco in gola, il cuore nello stomaco. Il cervello soverchiato, incapace di pensare. Quell’emozione così forte perché inaspettata. Le viscere che si contraggono: mi bagno, ansimo e godo di un piacere torbido, rimescolato, dell’anima più che del corpo.

Due: Integrazione

Io sono kat.
Eppure, sono anche Chiara.

E dire che lo avevo scritto anche nella bio di questo mio blog, e lo avevo scritto quando l’ho aperto, nel 2007, nei proverbiali tempi non sospetti: impossibile definire in due righe una persona. Miliardi di sfaccettature; molteplici anime.

Ho costruito paratie che credevo di acciaio, ed erano di cartongesso. Ho posto limiti e confini che erano muri senza porte, ma alti mezzo metro. Ho cercato di suddividermi perché ritenevo che diverse parti di me avessero necessità differenti. Ed è così.
Ma alla fine, sono sempre io.

Le cose traboccano, sbordano: emozioni, sentimenti, pensieri, desideri. Non riescono a stare nel loro compartimento, nella scatola pensata per quella persona, quella parte di me. Alla fine mi riunisco sempre. Ma per lungo tempo non solo non l’ho voluto: l’ho combattuto. Ho pensato fosse pericoloso, sbagliato. Talvolta, ho ricevuto conferma che lo era. Allora ho cercato di tornare al mio posto. Ma per quanto bello, rassicurante e comodo sia un ruolo, alla fine è stretto; o forse, diventa stretto, crescendo. E non posso impedirmi di crescere come persona, anzi, è uno dei motivi per cui faccio bdsm: esplorarmi, conoscermi, crescere.

Come si fa a fare crescere anche il ruolo, allora? Come si fa spazio per tutte le persone che sono io, perché convivano e non si facciano i dispetti? Perché le cose non sbordino ma scorrano come un torrente da una polla all’altra, armoniosamente?

Ho paura, perché è un cambiamento radicale. Ma sto imparando. E non sono sola.

Uno: Segregazione

Io sono kat.

Come recita la bio di questo mio blog: una donna normale, una slave, una masochista.

E’ importante: questo sono, qui. Questa persona. Questa identità. Nel mondo del bdsm, nella realtà bdsm che vivo, sono kat, kat soumise. Con le minuscole, perché sono sottomessa.
Se in questa realtà qualcuno mi chiama con un nome diverso, o lo scrive maiuscolo, è come se sentissi delle unghie grattare su una lavagna. Stride, stona, non torna. Mi dà fastidio, mi irrita, mi sento non riconosciuta.
E’ come se avessi un filtro sulla realtà, che la modifica conforme in che mondo mi trovo. Almeno, credo di averlo. Almeno, credo di essere solo kat.

Ho sollevato paratie e creato compartimenti.
Sono una determinata persona, in un determinato mondo. Non posso bucare la quarta parete, mostrare di essere anche qualcun altro – le regole sono queste. Non posso fare determinate cose, desiderare determinate altre cose, provare determinate emozioni, determinati sentimenti: non appartengono a questa persona. Di più: non devono appartenere a questa persona. Per proteggermi, credo. Questa persona segue queste determinate regole: così è facile, basta seguirle. E’ importante che sia solo kat, che può muoversi in questo ristretto ambito e che obbedisce a queste precise regole: così sto bene, così sono a mio agio nel vivermi nel bdsm.

E se succede che qualcosa trabocca, perde, sborda o si intromette… non va bene, bisogna spegnerlo, cancellarlo, pensare di avere sbagliato e fare ammenda. Tornare sulla strada tracciata. Cancellare il messaggio prima di mandarlo. Trovare arzigogolate giustificazioni. Negare anche l’evidenza, soprattutto a me stessa.

E’ un sacco di fatica. Resta addosso la sensazione che qualcosa sia fuori posto. Eppure, ho fatto tutto bene. Tutto secondo le regole. Tutto nel tracciato che ho segnato…

**Traduzione** Una guida alla comunicazione per sottomessi

Su fetlife seguo da tempo un autore che mi sta piacendo molto, ovvero The_Voice. Dopo avere letto un suo interessante articolo su come comunicare rimanendo all’interno della dinamica di potere – cosa che non mi viene affatto facile, e finisco per non comunicare del tutto, provocando danni peggiori – ho deciso di contattarlo e chiedergli di poter pubblicare qui, tradotto, il suo articolo originale A Guide to Submissive Communication.

Mi ha dato dei buoni spunti; a tratti può apparire banale, uno scoprire l’acqua calda. Ma anche l’acqua calda a volte ci si dimentica come si trova, ed è utile riscoprirla. Per me almeno vale così. Preferisco avere degli appunti cui posso accedere per migliorarmi piuttosto di brancolare nel buio della mancanza di consapevolezza.

Ecco la mia traduzione:

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Dell’invidia e della scopa nel culo

Si dice che la reazione ad una situazione stressante sia sempre di fuga, di attacco, o di blocco (flight, fight, freezing).

Quando qualcosa mi indispone, la mia prima reazione è sempre di blocco. Mi irrigidisco e dentro di me inizio un attacco non dichiarato verso quella cosa (quella persona), a livello inconscio prima ancora che conscio. Inizio a criticarla, trovarne difetti (veri o immaginari), ad essere ostile. Quindi di fatto mi chiudo in me stessa.

Ma mi sono ormai accorta che spesso sono così critica solo perché in realtà sono invidiosa di quella persona o situazione.

Invidio le relazioni altrui, o la capacità altrui di vivere le proprie pulsioni, i propri desideri, in modo più libero, diretto, sincero rispetto a come ci riesca io. Che poi sia effettivamente così, è solo una mia idea, naturalmente; come mi è stato fatto notare: non so cosa ci sia dietro una facciata di apparente successo, felicità o soddisfazione. Non so quali lotte interiori quella persona abbia passato o stia passando, magari.

Io sono trattenuta da miei limiti mentali, che sono anche limiti che credo mi siano dati da altre persone: da mio marito come dal mio Padrone. Penso: lui non vorrebbe che io… Ma anche qui, sono idee mie; giustificazioni delle mie paure. “Non posso farlo perché lui non vuole”. Non è vero: non lo faccio perché ho paura. Ho una scopa nel culo e credo pure che me l’abbia messa qualcun altro.

Non potrò acquisire nessuna reale crescita finché non abbandonerò le mie paure ma soprattutto le mie paranoie. Ciò che mi trattiene dal vivere appieno e con soddisfazione ogni mia relazione, ogni mia sessione, è solo ed unicamente nella mia testa.

Lasciare andare rimane la cosa più difficile, ma senz’altro la più bella.