Percezioni

Non ci si può fidare delle proprie percezioni. 

Imparare a seguire la pancia (o l’istinto) è un lavoro: non è fare qualsiasi cosa ti venga, ma imparare a capire cosa senti, cosa è genuino, cosa desideri davvero, e cosa deriva invece da sovrastruttura, da ciò che hai imparato a desiderare, da ciò che hai interiorizzato come corretto o accettabile. 

Spesso la mia prima reazione deriva da queste ultime impostazioni, non da ciò che sono davvero, nel profondo, dentro di me. La sovrastruttura è anche ciò che la propria psiche ha costruito per proteggersi: fuga, evitamento, lotta, negazione, esaltazione. Il mio primo istinto è il pattern, è il solco: è scavato così a fondo che sembra l’unica verità, l’unica via possibile: è così facile! mi viene così istintivo! dev’essere giusto. Invece no: proprio da questa percezione bisogna imparare a diffidare. 

Dopo molto lavoro riconosco se un’emozione che provo è positiva o negativa, se l’attivazione che sento è disfunzionale o funzionale. Sento se questa emozione mi porterà cose buone o cattive, alla lunga, se mi farà bene o male. Ma lo stesso non posso impedirmi di provarla; non posso impedire che si attivi per primo lo schema. 

Quello che posso fare è conoscerlo, conoscermi e imparare a disinnescarmi.

Il che significa non solo farmi del bene, ma anche potermi innescare, se lo desidero. Lasciarmi andare al sentire profondo, al fluire burrascoso delle emozioni, all’incresparsi dell’anima.

BDSM test

Tutti (o quasi, almeno credo) conoscono il bdsmtest e in parecchi lo propongono sul proprio profilo FetLife – e io non faccio eccezione. Di recente ho deciso di aggiornare il profilo e quindi di rinfrescare il test, e l’ho rifatto. I risultati mi hanno sorpresa.

== (12/03/2021) ==
100% Submissive
98% Degradee
97% Non-monogamist  
95% Masochist
94% Voyeur
92% Pet
91% Rope bunny
86% Exhibitionist
83% Slave
68% Experimentalist  
58% Brat
51% Primal (Prey)
13% Vanilla
0% Ageplayer
0% Boy/Girl
0% Switch

== (10/10/2017) ==
100% Submissive
100% Degradee
98% Non-monogamist
100% Masochist
50% Voyeur
90% Pet
100% Rope bunny
65% Exhibitionist
98% Slave
58% Experimentalist
97% Brat
94% Primal (Prey)
18% Vanilla
80% Ageplayer
95% Boy/Girl
0% Switch

Diciamo che ci sono ben poche certezze: una è che io sia sottomessa, un’altra che non abbia la benché minima velleità di dominazione. Per il resto, in tre anni e mezzo sono cambiata moltissimo – sempre se ci fidiamo di questo test, ovviamente, ma è in effetti anche una cosa che sento. Certo vederla per iscritto mi colpisce. 

Sono molto meno slave, il che forse mi delude, io che ho sempre cercato di essere una brava schiava.
Sono molto più guardona (o forse lo ammetto di più).
Un 10% meno rope bunny, il che è curioso: faccio più corde adesso che un tempo…
Un pochino meno degradee e masochista, ma davvero poco, e sono circa lì come non-monogama. Su questi punti non mi angustio, anche se vedere che non è più al centopercento è strano. Forse sono meno propensa ad andare per gli estremi, ricerco di più le sfumature, le zone di penombra.
Decisamente meno brat (mai stata! giuro!).
Un poco più sperimentatrice, ed è molto vero: sto esplorando.
Sono un pochetto più pet (bau).
Ancora un poco meno vanilla e questa è la cosa che davvero non mi stupisce.
Ho dimezzato il sentirmi preda (mi sento più forte?).
Un 20% più esibizionista (vero…). 

Soprattutto, a quanto pare, ho smesso del tutto di sentirmi più piccola di quanto non sia. 

Sicuramente significa che non mi deresponsabilizzo più così tanto come un tempo. Non desidero più così fortemente essere più piccola, più indifesa, totalmente affidata a chi sento più grande e forte. Da questo punto di vista sono contenta. Certo è più faticoso; ma mi fa sentire più completa, più insieme. 

E quindi? Meglio? Peggio? Sono migliorata, peggiorata? Per deciderlo toccherebbe presupporre che ci sia uno standard, un giusto e uno sbagliato. Un vero biddì… ma, per quanto potrebbe persino sembrare una consolazione (avere un riferimento, un credo in cui essere giusta), non esiste.

Io ho la mia verità. E sto ancora scoprendola, ed è mutevole come le forme della vita.

Se non posso esporre il culo, espongo il cuore

Quando mi trovo impossibilitata a fare sessione, a giocare, a mostrarmi, allora viro su post di ragionamento, elucubrazione. Mostro una parte nascosta di me, provo a spiegarla innanzitutto a me stessa.

(Alla fine, questo blog era nato come diario personale, privato, anche se in realtà è ed è sempre stato pubblico.) 

E quindi, cosa è più intenso? Cosa più intimo? Cosa più privato? Il culo o il cuore? 

A volte (spesso) esporre il culo è molto più facile, meno impegnativo. Mostra meno di sé, anzi, può diventare una maschera per nascondersi, per non rivelarsi realmente nella propria verità più recondita. 

Nel bdsm, però, mi viene esposto tutto. Anche se chi osserva può magari vedere solo il culo c’è il mio cuore, lì, che accoglie i colpi, le carezze, gli sputi. 

Regole

Agli inizi del mio percorso nel BDSM anelavo ad una struttura molto rigida. Avere struttura mi rassicurava, mi dava il forte senso di appartenere, di essere sottomessa. Sapevo di dovere obbedire e questo mi sollevava dall’ansia della responsabilità (in quegli ambiti, ovviamente). C’era chi decideva per me, chi si prendeva cura di me: bastava affidarsi, obbedire. 

Nella struttura il mio cuore si placava e mi sentivo al sicuro. Mi sentivo nel giusto. Spariva la paura di dover decidere e quindi di poter sbagliare. 

Il mio primo Padrone mi fece firmare un contratto con delle regole, che tenevo appese in camera per ricordarle sempre. Anche gli altri Padroni mi diedero regole, codici di comportamento, formalità. Mi tolsero libertà e misero sotto il loro controllo alcuni aspetti, sempre o in determinati momenti. Più questi ordini erano pervasivi e si applicavano in ogni momento più mi sentivo posseduta e sottomessa, che fossimo insieme o meno, che fossi in sessione o al lavoro.

Poi le regole iniziarono a starmi strette. 

Insoddisfatta di alcune cose, iniziai a provare insofferenza per quelle che iniziavo a sentire come limitazioni, e non prove di sottomissione. 

Il vincolo all’obbedienza era sempre stato dentro di me, un vincolo intimo, potente, legato alla relazione, al senso di appartenenza, alla compiacenza verso il Padrone e al senso di liberazione dal peso della responsabilità della libertà. Venuto meno quello, mi trovavo spaesata, perduta, senza punti di riferimento e senza avere costruito la capacità di gestirmi in autonomia. 

Adesso sono refrattaria alle regole. 

Una parte di me le desidera, come sempre, per avere un recinto sicuro entro cui muovermi, entro cui sapere di essere brava. Ma ho sofferto talmente tanto per questo, per aver cercato di scansare la responsabilità di me stessa, che non voglio che succeda più. Accetto ed affronto la fatica di gestirmi. E accolgo con gratitudine l’abbandonarmi in sessione.

Una parte di me

Ripensando al passato, ho capito che una parte di me apparterrà sempre a Lui.

E questo si applica ad ognuno dei miei precedenti Padroni.
Con diverse sfumature, diversi gradi di intensità, per diversi aspetti, in diverse parti di me, di loro. Ma è così: ciò che ho vissuto mi è entrato dentro. Ciò che ho subito, ciò che ho sentito, ciò che ho desiderato, ciò che ho provato, tutto: porto ancora tutto dentro, e lo porterò per sempre.

Talvolta ho pensato che fosse un peso, un vincolo; forse persino un intralcio ad un’altra appartenenza (perché non è corretto proiettare un precedente rapporto su un attuale, ed aspettarsi che la persona che si ha davanti sia uguale ad una del proprio passato, che agisca in modo simile, che abbia gli stessi gusti, gli stessi pensieri). Non è facile lasciare andare i pattern conosciuti, i precedenti protocolli, i condizionamenti piccoli o grandi che si instaurano in una relazione D/s: le regole, gli ordini, le cose da dire, quelle da indossare, il modo di relazionarsi.

Ma non è un peso.
E’ un bagaglio, una risorsa, un tesoro prezioso di sensazioni e sentimenti, di esperienze, di ricordi. Oggi sono la persona (la schiava) che sono diventata anche attraverso quei passaggi. Non sarei qui, se non fossi passata di lì. Non posso rinnegarlo: è parte di me.

I am kat and kat is kinky

Appartengo a me stessa, perché solo possedendomi interamente posso donarmi completamente.

Sadomasochismo emotivo

A proposito del post di lunedì (la traduzione dello scritto di owlfinch sul sadomasochismo emotivo), volevo aggiungere le mie personali riflessioni sul tema.

Sotto questo termine ombrello rientrano anche l’umiliazione e la degradazione, ma anche il cuckqueaning (e presumo il cuckolding), il denial in certe forme, l’oggettificazione… anche cose che pratico da tempo, per cui provo fascinazione e desiderio, ma che non avevo mai pensato potessero rientrare in un termine simile. Non avevo pensato ci potesse essere una categoria come il masochismo emotivo. Questo perché io (come immagino la persona media, nella vita quotidiana) non amo stare male, sentirmi inadeguata, gelosa o abbandonata.

Eppure… Mi attira l’erotizzare la gelosia, il confronto e l’umiliazione del vedere il mio partner stare con un’altra mentre io devo guardare (ovvero il cuckqueaning); mi piace sentirmi insultare (ma su cose legate alla sessualità: se mi si chiamasse “cicciona” non lo erotizzerei); mi sono eccitata e attivata su stati emotivi liminali, provando allo stesso tempo desiderio e mal di pancia, sesso bagnato e stomaco chiuso – e non è forse tutto il BDSM basato su stati emotivi, oltre che su sensazioni fisiche e sessuali?

Alcune volte ho vissuto molto male certe sensazioni, che hanno avuto strascichi nella vita quotidiana, continuando a farmi sentire male, soprattutto su sensazioni di inadeguatezza e inutilità. E contemporaneamente mi sentivo in colpa di questo stare male. Pensavo: dovrei farmelo piacere, dovrebbe piacermi; essendo sub, essendo schiava, sono cose che dovrebbero fare parte delle mie capacità, dei miei kink; non sono una schiava abbastanza brava, se non accetto e non apprezzo anche queste cose.

Adesso, leggendo testi informativi ed educativi sul SM emotivo, sto iniziando a pensare di avere fatto proprio quello sbaglio: pensare che fossero pratiche standard, connaturate al D/s e a tutto il resto del “pacchetto” che viene con lo scegliere una posizione sottomessa. Non credo che dal lato Dominante mi sia stato praticato un abuso, comunque: credo però che anche da quel lato non ci fosse piena consapevolezza che si tratta di un kink a sé stante, ma venisse considerato parte del modo di vivere il BDSM. Uno standard del pacchetto sadomaso. Ma non lo è: ora che ho le parole per comprenderlo lo capisco.

Potendolo dire, avendo dei termini di riferimento, adesso tutto si dipana più chiaramente. Mi è possibile fare scelte consapevoli; dire sì questo sì, no questo no. Aggiornare i miei limiti comprendendo cose che non sapevo nemmeno potessero essere messe in lista.

Perché qui c’è qualcosa, qualcosa che mi attira oscuramente, che tocca qualche parte di me nascosta nell’ombra. E se non ho la possibilità di riconoscere quel qualcosa, rischio che mi si ritorca contro. E i danni emotivi sono spesso più gravi di quelli fisici, e impiegano più tempo a guarire.

Perfezione vs empatia

La perfezione inarrivabile del Master – che spesso gli viene attribuita dagli stessi occhi del sottomesso – suscita timore, rispetto, adorazione, devozione. Ma non certo empatia.

Viceversa ma allo stesso modo, un Master che mostri imperfezioni, dubbi, mancanze, può suscitare empatia: ma spesso il sottomesso non ne vuole sapere (anche se magari non lo sa). Anzi: si scoccia, si indispone della debolezza del Master, che invece desidera perfetto, onnipotente, onnisciente, possibilmente telepate.

In una parola, inavvicinabile: è in quella distanza che si pensa si compia appieno la sottomissione, l’appartenenza, il masochismo emotivo di legarsi a una persona che ci sputa.
Ma in quella stessa distanza ci si leva ogni responsabilità: la cura che ci si accolla del Master è solo quella circoscritta, limitata, del servizio che si desidera fare. Una persona inavvicinabile resta anche ben distante e non disturba, se non è il momento.

Quando il Master parla, il sottomesso ascolta. Ma spera di ascoltare solo cose attinenti al bdsm: ordini, umiliazioni. Se il Master si confida, o parla dei propri sentimenti, smette di essere una figura mitologica e diventa improvvisamente umano, troppo umano.
Un Master umano non è più una fantasia, un Service Top che ci fa quello che ci piace e poi basta, lo mettiamo in un cassetto fino alla prossima sessione.

In passato ho faticato su questo. Ho fallito su questo.
Ho fallito nell’accogliere l’umanità del Padrone come il dono che è; ho desiderato che fosse solo quella figura potente ma bidimensionale che sognavo.

L’empatia è faticosa; l’ascolto, la cura, l’attenzione sono faticose. A volte non è stata la fatica che avrei voluto fare; a volte avrei solo desiderato chiudere il rubinetto della responsabilità, dell’empatia, e subire e basta, abbandonarmi al gioco fisico, al servizio, a ciò che mi placa la mente e il cuore.

Ma il Padrone *è* umano. E’ lì, è presente, è reale, è una persona con tutte le sue sfaccettature. Per questo è bello, per questo ha valore e non è solo una fantasia, solo una masturbazione, ma crea un rapporto vero con una persona vera e questo amplifica qualsiasi sensazione io possa provare da sola. In quella danza di equilibrio tra la distanza verticale del D/s e la vicinanza umana delle persone si compie forse un piccolo miracolo.

Per questo non voglio più fallire in questo. Porto con rammarico la consapevolezza di avere fallito in passato. Ma, almeno, ho imparato.

Dimmi come posso essere brava per te

Rendimi brava. Giustificami.
Giustificami nel significato che aveva per Lutero: rendimi giusta.
Rendi giusto che io esista, che io sia qui, che le cose che faccio vanno bene. Che ho diritto di esistere.

Se non me lo dici, o se mi dici che non è necessario, che non devo “essere brava”, che vado già bene… non sai il tuffo al cuore; il terrore della perdita di quello che per me è un punto di riferimento, una pietra di paragone: avere chi valida la mia esistenza.

Perdere questo mi scompensa e allo stesso tempo mi colma di una gioia folle, dello slancio oltre la paura di una corsa sulle montagne russe: la faticosa cremagliera è superata e non c’è più spazio per preoccuparsi. Con il cuore nello stomaco assaporo questa corsa.

Connessione

Quando mi permetto di connettermi col mio corpo
Quando cammino quattro ore sulle colline
Quando respiro a fondo l’aria tersa e fredda dell’inverno
Quando faccio fatica
Quando sento i muscoli tendersi e li ascolto
Quando chiudo gli occhi
Quando si spegne il chiacchiericcio infinito della mia mente
Quando sono legata, costretta, incatenata
Quando finalmente sono connessa con il mio corpo
Lo sento cantare, riempirsi, espandersi e sentire tutto
Tutto ciò che è in me e fuori di me
Le emozioni, le sensazioni, l’universo
Entro in connessione con il tutto

E inevitabilmente
In questa fusione di sensazioni
In questo flusso di percezione
In questa espansione di consapevolezza corporea

Mi bagno