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Tag: consapevolezza

  • Il repentino cambio di prospettiva

    Seguendo il bianconiglio del riquadro degli aggiornamenti di Facebook capito in un gruppo che parla di Mindfucking. Leggo una lunga discussione, senza iscrivermi, senza commentare: lurkando (si dice ancora? E’ gergo da internet dei primordi). Il moderatore del gruppo, autore di un libro sul tema (Stefano Re, Mindfucking. Come fottere la mente, edizioni LIT – Libri in Tasca), che peraltro ho letto tempo addietro, fa il seguente commento:
    “In termini proprio assoluti: nessuno può dominare nessun altro, punto. Tutti possiamo permettere che altri si illudano di dominarci, ovviamente. Il più delle volte, nemmeno sapendo che lo stiamo facendo. […] Nel BDSM, ovviamente, lo si fa perchè ci si arrapa, e di qui la delusione nel comprendere che comunque è chi sta sotto a dettare le regole. […] il rapporto BDSM è un rapporto proiettivo, in cui chi domina sta scomodo peggio che su intercontinentale alitalia. Non solo gli tocca tutta la responsabilità, ma deve pure dare l’impressione a chi sta sotto di stare dominando, quando di fatto non sta dominando un bel niente se non nel gioco di proiezioni. Non c’è perversità più sadica dei subbini o subbine che cantano le lodi dei loro crudeli padroni: danno e beffa in salsa lirica”.

    Ecco.
    E per un momento rimango un po’ abbacchiata.
    Certo, lo so che il BDSM non è un rapporto di vera coercizione (ci mancherebbe), che sono io quella in carico. Ma queste parole lette su internet mi scuotono un po’; mi pare mi risveglino da un bel sogno, da quella che ora temo essere una mera illusione, una menzogna che racconto a me stessa.
    E poi.
    Mentre lascio la mente vagare, mi raggiunge un pensiero repentino, portando con sé un ricordo improvviso, la memoria di una sensazione. La percezione mi increspa la pelle, mi fa contrarre i visceri, giù giù fino in mezzo alle gambe.
    In un istante ripiombo nel pozzo colmo del mio cuore, mi ci immergo fino a non avere più ossigeno, nutrendomi delle emozioni suscitate da Lui. Mi lascio soverchiare e non conosco più altro che l’appartenenza al mio Padrone.

    Non sono io che permetto al mio Padrone di dominarmi; gli consegno la mia volontà perché la diriga. Se anche il timone è mio, è a Lui che lo metto in mano. Se anche è la mia scelta a creare il rapporto, è la sua forza a manovrarlo.
    Accetto di lasciarmi trascinare, gettandomi a terra perché mi raccolga.

    Re, nella discussione, aggiunge:
    “[…] prendi tutto quel che sai su ruoli, safeword, contrattazioni BDSM, perizia nelle tecniche e getta tutto per aria. Fingi di non averne mai nemmeno sentito parlare. Gli schemi che apprendiamo inevitabilmente ci intrappolano, e diventa difficile vedere le cose fuori di essi”.
    Naturalmente ha ragione e lo dimostra: lui stesso non sa uscire dal suo schema di visione del BDSM.
    Ma certo, è vero: gli schemi vanno abbandonati, superati. Infatti, nel mio mondo io fisso dei limiti per essere portata a danzarvi attorno, attraverso, oltre. Mi lascio intrappolare dal Padrone perché mi porti fuori da me; dal suo schema per uscire dal mio. E nel manovrare me, marionetta vivente, emotiva, anche Lui cambia, diventa altro, cresce sopra di me.

  • E poi ho pianto di gioia

    Non so se se ne siano accorti. Ho tenuto la testa bassa e nascosto il viso tra le braccia. Non mi hanno detto nulla a riguardo.
    Ma quando i primi colpi di flogger hanno iniziato la loro danza su di me, quando hanno iniziato ad avvolgermi in quelle forti carezze di cuoio, io ho pianto di gioia e sollievo.
    Tutta la tensione di un mese si era coagulata in me; premeva e pesava sul mio cuore e cercavo di non farci caso. Ma quando sono arrivata dai Padroni, quel coagulo lo sentivo tutto. E poi si è sciolto ed è uscito da me in forma di lacrime.
    Avevo di nuovo dimenticato quanto abbia bisogno di quei colpi; è stato come tornare a percorrere una strada che avevo già fatto, e che avevo scordato quanto fosse impervia e bella: mozzafiato. Una volta in vetta, ogni cosa è andata al suo posto; io sono andata a posto.
    Ho lasciato che le mie viscere si contorcessero di piacere invece che di angoscia e ho goduto fino a non poterne più.
    E ho pianto un pianto di gioia, sollievo e gratitudine.

  • Bambina

    Mi comporto come una bambina, che fa le cose per dispetto.
    Non dico quelle davvero dispettose, fatte apposta per dare fastidio; quelle, non riesco. Non so essere abbastanza sfacciata o infantile (per fortuna) da fare i dispettucci.
    Però le cose che ho da fare, le faccio con un atteggiamento di sfida, di “adesso ti faccio vedere io che lo so fare”. Anche, come se farlo fosse una cosa che darà fastidio; un “alla faccia tua”.
    Invece, devo recuperare il senso di un fare per il piacere di fare; obbedire per il senso di pace che ne deriva. Smettere questo vuoto atteggiamento da capriccio che mi avvelena e tornare serena a servire.
    Quello che faccio, lo faccio perché mi dà piacere farlo; o mi dà piacere il motivo per cui lo faccio. Se ammorbo questo fare con sovrastrutture false, con il pensiero che farlo non cambierà nulla, che farlo è stupido, che lo faccio perché ti faccio vedere io che lo faccio anche se in realtà non importa niente a nessuno… mi inviperisco per nulla.
    Forse sono solo paure.
    E’ la paura del legame, come quando faccio la gradassa e fingo che niente mi coinvolga.

    Questo legame è forte; per questo ne ho così paura che cerco di sminuirlo ai miei stessi occhi. Ma nel farlo sto male e basta. Piuttosto, affronterò la paura e mi lascerò avviluppare.

  • Ancora nel bosco

    Ripensando a quanto scritto.
    E’ vero, sono cresciuta oltre quello che si aspettavano i miei; ho sviluppato il mio sottobosco di desideri, passioni, pulsioni, rifiutando di restare immobile nei filari previsti.
    Ma è anche vero che continuo a cercare chi mi coltivi.
    Forse è questo il modo in cui risalta più evidente il mio essere stata impostata in uno schema; o forse, col tempo ho cercato chi riuscisse a darmi uno schema diverso, uno che fosse mio, in cui mi riconoscessi. Chi mi aiutasse a coltivare il mio bosco, a sviluppare quelle qualità rigogliose e peculiari che mi appartengono, che prima venivano ricacciate col diserbante.
    Quei fiori così colorati e grandi, dal profumo così intenso, così difficili da far fiorire, che mia madre continua a sperare non siano miei, stanno ora aprendo le corolle e si volgono ad accogliere il sole.
    Quell’edera che mi avviluppa non cerca di soffocarmi, ma mi avvolge come una stola e mi porta in alto, in alto.

  • Il momento in cui sono la feccia della terra

    Ogni tanto mi capita quel momento.
    Non è che mi senta: in quel momento SONO una merda. Non esiste altra verità, né nessun’altra possibilità.
    E’ un periodo di sconforto assoluto che può durare qualche minuto, più spesso qualche ora, di rado qualche giorno. In quel lasso di tempo nulla di quel che faccio, dico o sono merita nulla. Peggio: non è mai valso nulla e non varrà mai nulla. Questo momento di depressione mi si presenta come un momento di verità: ecco, questo è quello che realmente sei, lo hai sempre saputo ed ora ti rivelo che è vero. Tutto ciò che hai sempre temuto è reale ed è così che deve essere. Rassegnati.

    E invece non mi rassegno mai.
    Per quanto buio sia quel pozzo, dal fondo scorgo sempre la luna, alla fine. Non ci credo mai fino in fondo, a quella voce; mi concentro a fare una cosa piccola per volta e tutto torna piano piano a posto. Oppure, mi lascio andare, e mi confido e mi affido al Padrone, smettendo finalmente di credere che farlo confermi la mia debolezza; che farlo dia fastidio visto che sono tanto merda.
    Ritorno così capace, degna; buona. A posto e pronta ad affrontare ciò che verrà.

    Non sono (più) le grandi difficoltà o il confronto anche a muso duro con qualcuno a mandarmi in crisi; sono piuttosto questi momenti in cui devo fronteggiare me stessa. In cui mi sento sola.

  • L’appartenenza non va in vacanza

    Quando sono in ferie mi sorprendo a pensare: ma sì, anche se non faccio quello che mi ha ordinato il Padrone chissene… dopotutto sono in vacanza!!
    Un pensiero da bimba capricciosa che sbatte i piedi; mi do persino fastidio da sola. Però sono una madre debole nei confronti di me stessa, e a questi capriccetti finisco spesso per cedere. Salvo poi trovarmi nei casini e pentirmi amaramente.
    Ma l’obbedire, che è segno dell’appartenere, non dovrebbe mai venir meno; in vacanza non smetto di essere moglie “perché tanto sono in vacanza”, dunque perché mi sento di poter recedere da un altro legame? Perché credo di poter avere deroghe – peraltro senza nemmeno chiedere?
    Quando poi, soprattutto, sto tanto meglio se obbedisco che non se sgarro.

    Ho spesso questo senso di indulgenza nei confronti di me stessa. Ed è proprio per controllarlo che ho tanto bisogno di un Padrone: per non restare in balìa di me stessa, per non perdermi a causa della mia pigrizia mentale, per essere tenuta insieme da una forza vera, grande, sopra di me.

  • Nessuno va sulla prima corsia

    Viaggiando in autostrada si direbbe che gli automobilisti, in media, provino un forte senso di umiliazione o di degrado a viaggiare sulla prima corsia. Ciò si deduce dal fatto che la maggior parte evita il più possibile di farlo, col bel risultato che la prima corsia rimane pressoché vuota, salvo l’occasionale tir obbligato a restarci, mentre nella corsia mediana si forma una lunga coda di auto che tengono una velocità di crociera media; per sorpassare, quindi, tocca spostarsi sulla terza, rischiando di trovarsi alle spalle l’immancabile bolide col pepe al culo che sfanala come un pazzo.
    Se le auto che viaggiano mediamente veloci stessero (come peraltro dovrebbero) sulla prima corsia, chi sorpassa potrebbe usare la seconda e il bolide potrebbe sfrecciare indisturbato verso dovunque desideri. Ma, no: troppo umiliante stare in prima corsia; quasi fosse un’ammissione di esser lento e quindi stupido.
    Così, per dimostrare di essere o non essere qualcosa, si attua un comportamento stupido davvero, intasando la corsia mediana e aumentando la bile propria e di tutti gli altri.
    In autostrada, io ho imparato a starmene in prima corsia, riconoscendo queste verità. Ma quante altre volte, invece, per un mal riposto senso di rivalsa, o un errato senso di umiliazione, faccio esattamente questo: agire un comportamento stupido, ottuso e arrogante per dimostrare agli altri o a me stessa la mia superiorissima intelligenza e furbizia, dando invece prova dell’esatto contrario?
    Per quanto posso, nella mia vita cerco di far tesoro della prima corsia; di accogliere l’umiltà come un dono prezioso che mi ripaga in serenità.

  • Gradassa

    Non so perche abbia dentro di me questa impellente necessità di fare la gradassa.
    Far finta di non avere bisogno di niente e di nessuno, che non m’importi se qualcosa accade o meno, se qualcuno mi considera o no. Ostentare un orgoglio vacuo.
    Mi gonfio come un rospo e cerco di convincermi che sto bene sola; mi dico: non mi tange. Rispondo ad alta voce ad immaginarie domande che non mi sono mai state poste: “chiedimi se mi interessa”.
    Nel farlo mi adombro. Divento cupa, triste. Arrabbiata. Corrucciata come una bambina che fa i capricci. No, non lo voglio il gelato, ecco.
    Mi ritrovo la fronte quasi dolorante da quanto tengo contratte le sopracciglia in un’espressione scocciata; anche se apparentemente sono tranquilla, nella mia mente ho le braccia conserte e batto i piedi per terra con ostinazione.

    Eppure sono tanto più serena quando invece ammetto a me stessa che invece sì, mi importa, eccome. Ma a volte ammettere questo interesse mi fa sentire fragile, vulnerabile. Mi sembra di rivelare una debolezza di cui altri potranno approfittarsi.
    Ebbene, se è destino soffrire perché altri si saranno approfittati di ciò che rivelo di me, così sia. Perché non voglio più fingere di essere fatta di ferro e di ghiaccio. Voglio poter dire che sì, mi dispiace che il Padrone sia distante e di sentirlo poco; sì, sento la sua mancanza; sì, ho bisogno di Lui. E sì, mi duole ammetterlo, ma alla fine è esattamente questo che volevo: appartenere. E appartenendo, non ha senso far finta che no, non sento di appartenergli.

  • A/in regime

    Ho passato mesi allo sbando; a mangiare in modo convulso, incontrollato (binge eating, lo chiamano), per non pensare, per riempire un vuoto che non sapevo e non ho mai saputo cos’è. Più ero pigra e ingorda, più aumentava il mio disagio, che cercavo di coprire perdendo tempo e mangiando. La sola idea di una dieta, di una routine di allenamento, di essere più attenta, mi dava il voltastomaco e mi pareva di una difficoltà inaffrontabile. Troppo profondo mi appariva il pozzo della mia ignavia per poter anche solo pensare di scalarlo per risalire.
    Poi è arrivato il Padrone.
    Comunque c’è voluto del tempo perché superasse le mie difese; la mia indolenza gli si è opposta come un enorme blob informe e inamovibile. Un grosso e grasso Jabba the Hutt accasciato nel suo autocompiacimento, adagiato mollemente su un trono che riteneva impossibile che gli venisse tolto.
    Poi sono arrivati quei dieci giorni e lo spauracchio della punizione.
    E la punizione, attualmente in corso.
    Così ho ricordato. Ho ricordato quanto stia bene quando sono a regime. Quando sono inscritta in un regime. Quando vengo messa in un recinto e mi vengono dati dei paletti che mi tengono a fuoco, indirizzata e precisa. Quanto prenda velocità e forza da quei limiti, invece di disperdere energia a destra e a manca in deviazioni inutili.
    Adesso mi sento forte, definita. Il desiderio di mangiare fino a scoppiare è sopito. La pigrizia e la procrastinazione hanno mollato la loro presa su di me ed ora mi alzo ed avanzo.
    Ogni tanto mi sorge l’istinto di tornare ai vecchi schemi – così noti da essere abitudine, e difficili da estirpare. Perché non mangiare un’altra fetta, un’altra costina, un’altra birra, un’altra porzione, un altro panino? Perché non aprire facebook, non leggere webcomics, non passare di sito in sito senza scopo? Sarebbe così facile. Nessuna difficoltà.
    E invece è proprio quando cerco a tutti i costi di evitare la fatica che faccio più fatica. Perché rallento e mi ingolfo, perdo colpi e ripartire inizia a sembrarmi impossibile. Mi appesantisco mentalmente e fisicamente e inizio ad essere schiacciata dal mio disagio nei confronti di me stessa.
    La punizione è pesante, ma preferisco portare questo peso che la mollezza della mia incostanza.

  • Bestia verde

    Ancora dentro di me si agita la bestia verde dell’invidia, ed ogni tanto alza la testa.
    Così mi scopro a guardare la gente in giro e disprezzarla; a sentirmi superiore; a pensare di essere capace solo io a fare le cose. Come se solo distruggendo gli altri (nella mia mente, s’intende) potessi ricavarmi il mio posto nel mondo. Come se solo bruciando la terra attorno a me potessi crescere rigogliosa.
    Ma distruggendo raramente si crea qualcosa: troppo compresa nell’opera di demolizione degli altri, perdo di vista la costruzione di me stessa.
    In realtà so che quando mi concentro sul lento porre mattone su mattone della minuziosa opera di montare me stessa (e non il mio ego), allora ottengo pace interiore, serenità e completezza. Senza più sprecare energia preziosa ad odiare, divengo un flusso potente di linfa vitale. Nutro me stessa e gli altri attorno a me.

    Solo in questo focalizzarmi su di me riesco finalmente, sinceramente, a servire. Perché non sono più gesti vuoti e falsi inventati per compiacere, ma sinceri moti del mio animo predisposto alla sottomissione.