A/in regime

Ho passato mesi allo sbando; a mangiare in modo convulso, incontrollato (binge eating, lo chiamano), per non pensare, per riempire un vuoto che non sapevo e non ho mai saputo cos’è. Più ero pigra e ingorda, più aumentava il mio disagio, che cercavo di coprire perdendo tempo e mangiando. La sola idea di una dieta, di una routine di allenamento, di essere più attenta, mi dava il voltastomaco e mi pareva di una difficoltà inaffrontabile. Troppo profondo mi appariva il pozzo della mia ignavia per poter anche solo pensare di scalarlo per risalire.
Poi è arrivato il Padrone.
Comunque c’è voluto del tempo perché superasse le mie difese; la mia indolenza gli si è opposta come un enorme blob informe e inamovibile. Un grosso e grasso Jabba the Hutt accasciato nel suo autocompiacimento, adagiato mollemente su un trono che riteneva impossibile che gli venisse tolto.
Poi sono arrivati quei dieci giorni e lo spauracchio della punizione.
E la punizione, attualmente in corso.
Così ho ricordato. Ho ricordato quanto stia bene quando sono a regime. Quando sono inscritta in un regime. Quando vengo messa in un recinto e mi vengono dati dei paletti che mi tengono a fuoco, indirizzata e precisa. Quanto prenda velocità e forza da quei limiti, invece di disperdere energia a destra e a manca in deviazioni inutili.
Adesso mi sento forte, definita. Il desiderio di mangiare fino a scoppiare è sopito. La pigrizia e la procrastinazione hanno mollato la loro presa su di me ed ora mi alzo ed avanzo.
Ogni tanto mi sorge l’istinto di tornare ai vecchi schemi – così noti da essere abitudine, e difficili da estirpare. Perché non mangiare un’altra fetta, un’altra costina, un’altra birra, un’altra porzione, un altro panino? Perché non aprire facebook, non leggere webcomics, non passare di sito in sito senza scopo? Sarebbe così facile. Nessuna difficoltà.
E invece è proprio quando cerco a tutti i costi di evitare la fatica che faccio più fatica. Perché rallento e mi ingolfo, perdo colpi e ripartire inizia a sembrarmi impossibile. Mi appesantisco mentalmente e fisicamente e inizio ad essere schiacciata dal mio disagio nei confronti di me stessa.
La punizione è pesante, ma preferisco portare questo peso che la mollezza della mia incostanza.

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