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Tag: crescita

  • Ma

    “Ma” è un termine giapponese; significa “tra”: un intervallo, uno spazio vuoto tra due elementi strutturali. Rappresenta il momento di passaggio tra due momenti, l’attimo di sospensione.

    Nelle corde, è un momento che non va scavalcato o evitato, ma anzi ascoltato, sentito, vissuto: riempito di significato. Finito un passaggio, fissata una corda, prima di passare alla successiva quello è il momento di sentirsi.

    Questi due giorni sono stato questo: un MA, un passaggio tra il lavoro, la famiglia, gli impegni, i doveri. Un attimo di sospensione dalla quotidianità in cui abbiamo potuto sentirci. Una piccola vacanza. Tre ore di viaggio e una notte in hotel; mezz’ora di colazione a bordo piscina e quattro ore di lezione di corde; un’ora di pranzo in una piccola e strepitosa trattoria toscana e altre tre ore e mezza di viaggio di ritorno nell’afa e nel traffico. E una serata regalata.

    Un giorno e mezzo che è durato un attimo e un mese. Un tempo così breve eppure amplificato, intenso e leggero, tirato e sereno.

  • Goodbye my old self

    Aprii questo blog nel lontano 2007 su Splinder (chi si ricorda Splinder?). Quando questo chiuse, offrì la possibilità di trasferire il blog su altre piattaforme, e scelsi WordPress, che nel tempo ho imparato ad amare in tutti i suoi aspetti.

    Quello che non ho mai fatto, però, è stato aggiornare la grafica. Ho tenuto il vecchissimo tema primi-duemila fino adesso. Timore di rovinare qualcosa, di sbagliare, attaccamento al conosciuto, tante cose. Lasciare andare è la cosa che mi viene più difficile (e quindi anche quella cui anelo di più).

    Quindi… ciao, vecchio layout. Grazie per avermi accompagnata per tutto questo tempo. Cambio per restare simile: dopotutto, sono sempre io.

  • Fare bene

    Non solo mi sento di dover fare tutto, ma di farlo bene. E, ovviamente, al primo colpo. Meno della perfezione c’è solo lo schifo, no? (Spoiler: no). 

    Per questo fatico molto ad accettare le critiche: ci ho dovuto e ci devo lavorare per ricevere la notifica di un errore senza precipitare in un abisso di disperazione in cui mi sento una incapace totale e irrecuperabile. E’ una fatica accettare di avere sbagliato e mettermi a risolvere – anche cose banali. Il mio primo istinto è la fuga, è andare a nascondermi per la vergogna. Ma è uno di quei primi istinti che non va seguito, è uno di quelli di cui diffidare. 

    E’ una delle cose in cui sono cambiata, nell’ultimo anno. Ho iniziato ad affrontare la paura, l’ansia, a smettere di fuggire e basta. E’ dura ammettere di essere scappata così tanto; da fuori, non credo di avere fatto una buona impressione. Ma ho sempre avuto vicino persone che mi hanno capita e hanno creduto in me. Ora, credo in me anche io, un pochino di più.

    La cosa fondamentale credo sia la compassione.

    Per quanto ci provi o lo desideri, infatti, non posso impedirmi di provare un’emozione, nemmeno una brutta o complicata, né di farmi prendere dall’ansia, che altro non è che attivazione emotiva. La parte peggiore non è nemmeno l’attivazione in sé: è sentirmi male per il fatto che mi sento male. Credere di essere sbagliata per il fatto stesso di provare quell’emozione negativa. Il punto però non è non provarla, anzi: è ammettere di provarla, ascoltarla, capire cosa mi sta dicendo e lavorarci, riflettere, in modo compassionevole e accogliente nei confronti di me stessa, senza giudizio. Più facile a dirsi che a farsi: quando sto male l’unica cosa che desidero è non stare male, figuriamoci star lì ad ascoltare proprio quella emozione che mi fa stare male! 

    Eppure ascoltarla è l’unico modo di placarla.

    Per questo combatto: cinque minuti di disperazione, poi respiro: mi perdono di non essere perfetta e mi rimetto al lavoro.

  • BDSM test

    Tutti (o quasi, almeno credo) conoscono il bdsmtest e in parecchi lo propongono sul proprio profilo FetLife – e io non faccio eccezione. Di recente ho deciso di aggiornare il profilo e quindi di rinfrescare il test, e l’ho rifatto. I risultati mi hanno sorpresa.

    == (12/03/2021) ==
    100% Submissive
    98% Degradee
    97% Non-monogamist  
    95% Masochist
    94% Voyeur
    92% Pet
    91% Rope bunny
    86% Exhibitionist
    83% Slave
    68% Experimentalist  
    58% Brat
    51% Primal (Prey)
    13% Vanilla
    0% Ageplayer
    0% Boy/Girl
    0% Switch

    == (10/10/2017) ==
    100% Submissive
    100% Degradee
    98% Non-monogamist
    100% Masochist
    50% Voyeur
    90% Pet
    100% Rope bunny
    65% Exhibitionist
    98% Slave
    58% Experimentalist
    97% Brat
    94% Primal (Prey)
    18% Vanilla
    80% Ageplayer
    95% Boy/Girl
    0% Switch

    Diciamo che ci sono ben poche certezze: una è che io sia sottomessa, un’altra che non abbia la benché minima velleità di dominazione. Per il resto, in tre anni e mezzo sono cambiata moltissimo – sempre se ci fidiamo di questo test, ovviamente, ma è in effetti anche una cosa che sento. Certo vederla per iscritto mi colpisce. 

    Sono molto meno slave, il che forse mi delude, io che ho sempre cercato di essere una brava schiava.
    Sono molto più guardona (o forse lo ammetto di più).
    Un 10% meno rope bunny, il che è curioso: faccio più corde adesso che un tempo…
    Un pochino meno degradee e masochista, ma davvero poco, e sono circa lì come non-monogama. Su questi punti non mi angustio, anche se vedere che non è più al centopercento è strano. Forse sono meno propensa ad andare per gli estremi, ricerco di più le sfumature, le zone di penombra.
    Decisamente meno brat (mai stata! giuro!).
    Un poco più sperimentatrice, ed è molto vero: sto esplorando.
    Sono un pochetto più pet (bau).
    Ancora un poco meno vanilla e questa è la cosa che davvero non mi stupisce.
    Ho dimezzato il sentirmi preda (mi sento più forte?).
    Un 20% più esibizionista (vero…). 

    Soprattutto, a quanto pare, ho smesso del tutto di sentirmi più piccola di quanto non sia. 

    Sicuramente significa che non mi deresponsabilizzo più così tanto come un tempo. Non desidero più così fortemente essere più piccola, più indifesa, totalmente affidata a chi sento più grande e forte. Da questo punto di vista sono contenta. Certo è più faticoso; ma mi fa sentire più completa, più insieme. 

    E quindi? Meglio? Peggio? Sono migliorata, peggiorata? Per deciderlo toccherebbe presupporre che ci sia uno standard, un giusto e uno sbagliato. Un vero biddì… ma, per quanto potrebbe persino sembrare una consolazione (avere un riferimento, un credo in cui essere giusta), non esiste.

    Io ho la mia verità. E sto ancora scoprendola, ed è mutevole come le forme della vita.

  • Regole

    Agli inizi del mio percorso nel BDSM anelavo ad una struttura molto rigida. Avere struttura mi rassicurava, mi dava il forte senso di appartenere, di essere sottomessa. Sapevo di dovere obbedire e questo mi sollevava dall’ansia della responsabilità (in quegli ambiti, ovviamente). C’era chi decideva per me, chi si prendeva cura di me: bastava affidarsi, obbedire. 

    Nella struttura il mio cuore si placava e mi sentivo al sicuro. Mi sentivo nel giusto. Spariva la paura di dover decidere e quindi di poter sbagliare. 

    Il mio primo Padrone mi fece firmare un contratto con delle regole, che tenevo appese in camera per ricordarle sempre. Anche gli altri Padroni mi diedero regole, codici di comportamento, formalità. Mi tolsero libertà e misero sotto il loro controllo alcuni aspetti, sempre o in determinati momenti. Più questi ordini erano pervasivi e si applicavano in ogni momento più mi sentivo posseduta e sottomessa, che fossimo insieme o meno, che fossi in sessione o al lavoro.

    Poi le regole iniziarono a starmi strette. 

    Insoddisfatta di alcune cose, iniziai a provare insofferenza per quelle che iniziavo a sentire come limitazioni, e non prove di sottomissione. 

    Il vincolo all’obbedienza era sempre stato dentro di me, un vincolo intimo, potente, legato alla relazione, al senso di appartenenza, alla compiacenza verso il Padrone e al senso di liberazione dal peso della responsabilità della libertà. Venuto meno quello, mi trovavo spaesata, perduta, senza punti di riferimento e senza avere costruito la capacità di gestirmi in autonomia. 

    Adesso sono refrattaria alle regole. 

    Una parte di me le desidera, come sempre, per avere un recinto sicuro entro cui muovermi, entro cui sapere di essere brava. Ma ho sofferto talmente tanto per questo, per aver cercato di scansare la responsabilità di me stessa, che non voglio che succeda più. Accetto ed affronto la fatica di gestirmi. E accolgo con gratitudine l’abbandonarmi in sessione.

  • Una parte di me

    Ripensando al passato, ho capito che una parte di me apparterrà sempre a Lui.

    E questo si applica ad ognuno dei miei precedenti Padroni.
    Con diverse sfumature, diversi gradi di intensità, per diversi aspetti, in diverse parti di me, di loro. Ma è così: ciò che ho vissuto mi è entrato dentro. Ciò che ho subito, ciò che ho sentito, ciò che ho desiderato, ciò che ho provato, tutto: porto ancora tutto dentro, e lo porterò per sempre.

    Talvolta ho pensato che fosse un peso, un vincolo; forse persino un intralcio ad un’altra appartenenza (perché non è corretto proiettare un precedente rapporto su un attuale, ed aspettarsi che la persona che si ha davanti sia uguale ad una del proprio passato, che agisca in modo simile, che abbia gli stessi gusti, gli stessi pensieri). Non è facile lasciare andare i pattern conosciuti, i precedenti protocolli, i condizionamenti piccoli o grandi che si instaurano in una relazione D/s: le regole, gli ordini, le cose da dire, quelle da indossare, il modo di relazionarsi.

    Ma non è un peso.
    E’ un bagaglio, una risorsa, un tesoro prezioso di sensazioni e sentimenti, di esperienze, di ricordi. Oggi sono la persona (la schiava) che sono diventata anche attraverso quei passaggi. Non sarei qui, se non fossi passata di lì. Non posso rinnegarlo: è parte di me.

  • Sadomasochismo emotivo

    A proposito del post di lunedì (la traduzione dello scritto di owlfinch sul sadomasochismo emotivo), volevo aggiungere le mie personali riflessioni sul tema.

    Sotto questo termine ombrello rientrano anche l’umiliazione e la degradazione, ma anche il cuckqueaning (e presumo il cuckolding), il denial in certe forme, l’oggettificazione… anche cose che pratico da tempo, per cui provo fascinazione e desiderio, ma che non avevo mai pensato potessero rientrare in un termine simile. Non avevo pensato ci potesse essere una categoria come il masochismo emotivo. Questo perché io (come immagino la persona media, nella vita quotidiana) non amo stare male, sentirmi inadeguata, gelosa o abbandonata.

    Eppure… Mi attira l’erotizzare la gelosia, il confronto e l’umiliazione del vedere il mio partner stare con un’altra mentre io devo guardare (ovvero il cuckqueaning); mi piace sentirmi insultare (ma su cose legate alla sessualità: se mi si chiamasse “cicciona” non lo erotizzerei); mi sono eccitata e attivata su stati emotivi liminali, provando allo stesso tempo desiderio e mal di pancia, sesso bagnato e stomaco chiuso – e non è forse tutto il BDSM basato su stati emotivi, oltre che su sensazioni fisiche e sessuali?

    Alcune volte ho vissuto molto male certe sensazioni, che hanno avuto strascichi nella vita quotidiana, continuando a farmi sentire male, soprattutto su sensazioni di inadeguatezza e inutilità. E contemporaneamente mi sentivo in colpa di questo stare male. Pensavo: dovrei farmelo piacere, dovrebbe piacermi; essendo sub, essendo schiava, sono cose che dovrebbero fare parte delle mie capacità, dei miei kink; non sono una schiava abbastanza brava, se non accetto e non apprezzo anche queste cose.

    Adesso, leggendo testi informativi ed educativi sul SM emotivo, sto iniziando a pensare di avere fatto proprio quello sbaglio: pensare che fossero pratiche standard, connaturate al D/s e a tutto il resto del “pacchetto” che viene con lo scegliere una posizione sottomessa. Non credo che dal lato Dominante mi sia stato praticato un abuso, comunque: credo però che anche da quel lato non ci fosse piena consapevolezza che si tratta di un kink a sé stante, ma venisse considerato parte del modo di vivere il BDSM. Uno standard del pacchetto sadomaso. Ma non lo è: ora che ho le parole per comprenderlo lo capisco.

    Potendolo dire, avendo dei termini di riferimento, adesso tutto si dipana più chiaramente. Mi è possibile fare scelte consapevoli; dire sì questo sì, no questo no. Aggiornare i miei limiti comprendendo cose che non sapevo nemmeno potessero essere messe in lista.

    Perché qui c’è qualcosa, qualcosa che mi attira oscuramente, che tocca qualche parte di me nascosta nell’ombra. E se non ho la possibilità di riconoscere quel qualcosa, rischio che mi si ritorca contro. E i danni emotivi sono spesso più gravi di quelli fisici, e impiegano più tempo a guarire.

  • Perfezione vs empatia

    La perfezione inarrivabile del Master – che spesso gli viene attribuita dagli stessi occhi del sottomesso – suscita timore, rispetto, adorazione, devozione. Ma non certo empatia.

    Viceversa ma allo stesso modo, un Master che mostri imperfezioni, dubbi, mancanze, può suscitare empatia: ma spesso il sottomesso non ne vuole sapere (anche se magari non lo sa). Anzi: si scoccia, si indispone della debolezza del Master, che invece desidera perfetto, onnipotente, onnisciente, possibilmente telepate.

    In una parola, inavvicinabile: è in quella distanza che si pensa si compia appieno la sottomissione, l’appartenenza, il masochismo emotivo di legarsi a una persona che ci sputa.
    Ma in quella stessa distanza ci si leva ogni responsabilità: la cura che ci si accolla del Master è solo quella circoscritta, limitata, del servizio che si desidera fare. Una persona inavvicinabile resta anche ben distante e non disturba, se non è il momento.

    Quando il Master parla, il sottomesso ascolta. Ma spera di ascoltare solo cose attinenti al bdsm: ordini, umiliazioni. Se il Master si confida, o parla dei propri sentimenti, smette di essere una figura mitologica e diventa improvvisamente umano, troppo umano.
    Un Master umano non è più una fantasia, un Service Top che ci fa quello che ci piace e poi basta, lo mettiamo in un cassetto fino alla prossima sessione.

    In passato ho faticato su questo. Ho fallito su questo.
    Ho fallito nell’accogliere l’umanità del Padrone come il dono che è; ho desiderato che fosse solo quella figura potente ma bidimensionale che sognavo.

    L’empatia è faticosa; l’ascolto, la cura, l’attenzione sono faticose. A volte non è stata la fatica che avrei voluto fare; a volte avrei solo desiderato chiudere il rubinetto della responsabilità, dell’empatia, e subire e basta, abbandonarmi al gioco fisico, al servizio, a ciò che mi placa la mente e il cuore.

    Ma il Padrone *è* umano. E’ lì, è presente, è reale, è una persona con tutte le sue sfaccettature. Per questo è bello, per questo ha valore e non è solo una fantasia, solo una masturbazione, ma crea un rapporto vero con una persona vera e questo amplifica qualsiasi sensazione io possa provare da sola. In quella danza di equilibrio tra la distanza verticale del D/s e la vicinanza umana delle persone si compie forse un piccolo miracolo.

    Per questo non voglio più fallire in questo. Porto con rammarico la consapevolezza di avere fallito in passato. Ma, almeno, ho imparato.

  • Assoluto vs completo

    Per godere a fondo l’Appartenenza bisogna toccare il fondo dell’abisso inesplorato della propria Anima e lasciarsi riportare a galla dallo stesso carnefice.

    Frasi come questa mi rimescolano sempre: mi provocano una forte emozione, mi si stringono le viscere, mi sale un senso di ineluttabile destino, la sensazione che qualcosa dentro di me si completi.

    E’ il fascino dell’Assoluto.

    Ogni affermazione netta e al contempo poetica, profonda e metaforica, mi affascina. Anche il mio senso letterario ne viene solleticato. Mi piace pensare (sentire) che ciò che vivo e sento sia connaturato alla mia Anima immortale, che appartenga al mio Sé più recondito; che vivere il BDSM significhi portare a compimento un destino, un’Essenza innata.
    L’Assoluto – la convinzione che ci sia un Giusto, un Vero – affascina perché è netto, consegna una Verità in cui è necessario credere. E’ il regno delle maiuscole, dei concetti resi idee platoniche, dei macigni inamovibili.

    Ho cercato di vivere questo Assoluto e mi ha distrutta.
    Ne sono uscita sfiancata, stanca, triste. Perché io sono un essere immanente, non assoluto; vivo nella realtà materiale, non nel mondo delle idee. Nel confronto con l’Assoluto, sono rimasta per forza di cose sconfitta, e con la sensazione di essere sbagliata, di non essere stata all’altezza.

    Adesso, invece, prediligo la Completezza.
    Certo mi resta addosso il fascino delle maiuscole, dei paroloni, della poesia; ma ora la vivo come tale, ovvero poesia: non pretendo più da me stessa di renderla reale alla lettera in ogni singolo istante. La sensazione dell’Assoluto si materializza in alcuni momenti: nell’intensità di una sessione, nella profondità del subspace; il resto del tempo, finalmente, vivo una relazione completa, umana, fatta di contatto, ascolto, comprensione, chiacchiere sul divano e musica.

    Perdonare a me stessa di non essere la schiava perfetta – la schiava assoluta, che esiste e vive e respira solo in quella ristrettissima gabbia – è la cosa più difficile che abbia mai fatto. Ma è un sollievo non sentirsi più schiacciata dal peso di un ideale inarrivabile. E’ un sollievo poter essere me stessa, tutta, completa.

  • unouno-uno-(venti)uno

    Lo ammetto, riprendere in mano il blog nell’anno nuovo in questa data, giocando sul fatto che ci sono tanti “uno”, è un giochetto alla Coscienza di Zeno. E’ un pretesto, alla fine. Certo, avrei dovuto pubblicare questo post alle 11.11 stamattina, ma ormai è andata.

    Cos’è successo? Cosa sta succedendo? Ma soprattutto: da quanto tempo sta succedendo? Troppo tempo. La pandemia continua, com’è ovvio, eppure questo continuare senza un termine chiaro in vista, con un protrarsi di fatica, di tensione, di restrizioni, sta tirando i nervi a tutti. Anche a me, e da un pezzo; faccio persino fatica a capire quanto i miei stati d’animo siano appesantiti da tutto questo, fatico a riconoscere gli effetti, da tanto sono persistenti.
    Non ho mai visto il mio divano e casa mia così tanto come nel 2020; ho pranzato in giardino più volte che in tutti gli anni precedenti; ho provato paura, ansia, fatica, malessere e speranza. Ho fatto il punto della mia vita – non credo di essere granché speciale, ho idea lo abbiano fatto più o meno tutti. Ho perso dieci chili, ripreso a seguire corsi, sto cercando un nuovo lavoro.

    Ho voglia di scrivere.

    Sento le sensazioni scorrermi sotto la pelle; il desiderio dell’impatto, delle corde, di trovarmi finalmente in un dolore e in una fatica che conosco, che mi rimettono insieme, che mi ricongiungono con il mio corpo, che mi fanno sentire piacere oltre il dolore. Appesa per una sottile corda, costretta in punta di piedi, le braccia dietro la schiena, le gambe unite e tu che mi giri intorno, che stringi una corda, ne allenti un’altra, mi strizzi i capezzoli, mi colpisci le carni rese sensibili dalla compressione. Tu che mi riporti a me, che mi fai scendere nel mio e mentre mi aiuti a risalire mi fermi e mi lasci indulgere ancora un poco nel dolore che mi doni.
    Ansimo sul pavimento e sono finalmente lontana dalla fatica quotidiana, abbandonata a una sofferenza che amo.

    Mi riallinei a quella parte di me che è il mio fulcro. Lo sento. Lo vivo.

    Ho voglia di raccontarlo.