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Tag: emozione

  • Cooldown pt.4

    Rientro e sono contenta, stavolta non mi viene lo struggimento malinconico della solitudine. Sento ancora addosso la tua presenza, viaggio in una culla di endorfine e contentezza.


    Gram è tornato alla sua postazione da fire play e gli chiedo se gli va di farmi fare un altro giro, visto che mi ha detto che la seconda volta spesso risulta percepita in un modo completamente diverso rispetto alla prima, pur facendo le stesse cose. Sono molto curiosa, ma lo avviso che poco più di mezz’ora prima ho ricevuto un bel po’ di impact play… mi guarda e mi fa: eh allora solo davanti, per forza. Non si passa la fiamma su abrasioni fresche. Apprezzo ancora il suo approccio di sicurezza e mi stendo sul suo letto freddo e bagnato d’acqua (sempre per la sicurezza). Tremo e la fiamma mi scalda, ma lui nota come io mi arrossi subito, forse perché oggi ho preso il sole (oggi? non era la settimana scorsa?!), quindi facciamo una cosa molto breve e ammetto che mi dispiace, ma va bene così, meglio non strafare. Scendo e mi “rivesto” tra virgolette con la microtutina che indosso come dress. Propongo a Gram di fare trampling su di lui come scambio: so che a lui piace, a me non dice nulla ma mi fa piacere fargli un piacere, e tu mi hai già dato il permesso di farlo. Aspetto che faccia fire play su un’altra ragazza e intanto chiacchiero col Daddy di lei, che è un amico.

    Sono molto rilassata, non sento alcuna pressione, alcuna necessità, alcun dovere che incombe. E’ una bella sensazione di confortevole vuoto. L’unico fastidio è, a tratti, l’ansia da covid che torna a mordicchiarmi le caviglie e mi fa mettere la mascherina; l’isolamento prolungato mi ha reso difficoltoso stare in luoghi con molta gente – anche se qui tutti o sono vaccinati o hanno fatto un tampone all’ingresso, quindi il livello di sicurezza è ottimale. Piuttosto di fuggire a chiudermi in camper, preferisco il compromesso: mi metto la mascherina e mi godo la compagnia.

    Dopo poco, seguo Gram in un luogo adatto e tra le chiacchiere negoziamo cosa fare come, e facciamo trampling. E’ una cosa così curiosa, un’esperienza così fuori dai miei schemi, soprattutto fatta con un animo così peculiare, che mi stimola un sacco di pensieri, e per questo meriterà anche un post a se stante. In questa sensazione di confortevole vuoto, camminargli addosso è rilassante e piacevole, assaporo la sua espressione beata e sono felice di riflesso.

    Rientriamo nella folla, beviamo una bibita, facciamo chiacchiere, incontriamo altre persone.
    Chiacchiere, chiacchiere, risate. Si fanno le due, circa, e decido che è il momento di salutare e concludere questa infinita, immensa serata. Raggiungo il camper e mi arrampico sul letto della mansarda, quello dove ieri notte (stamattina? un mese fa?!) hai dormito tu. Mi accuccio lì e scivolo serena tra le braccia di Morfeo.


    Il mattino dopo mi sveglio lentamente e ancora sorridente.
    Bevo il succo di frutta che ho lì, mi vesto e preparo il camper per partire; quando apre il locale rientro in cerca di caffè e per salutare gli amici. Tutti si aggirano ancora sonnolenti e sorridenti, molti con l’asciugamano in vita, sembrano semplici villeggianti in piscina e poi noto che almeno la metà ha una o due fruste in mano. Questa normalità aumentata è stupenda: libertà di viversi, di essere se stessi, di aprirsi, di essere capiti e accolti.

    Finito il caffè e i dolci offerti, finiti i saluti, con il sole nel cuore ingrano la marcia del camper e riparto. La lunga strada verso casa è un planare lento e necessario. I ricordi mi scuotono di brividi e sorrisi.

    Grazie.

  • Cooldown pt.3

    Quando arrivi vengo a prenderti (esci, entra, drink card…) e ceniamo in camper con gnocco fritto e prosciutto crudo che ti ha dato lei, strepitoso! Le sono grata per questo pensiero. Amo l’Emilia e tutto ciò che qui si trova.


    Rientriamo per la serata e per prima cosa vado a farmi una doccia perché mi sento ricoperta da una patina viscida di sudore, e invece voglio sentirmi bella e pulita.

    Giriamo e la gente è ancora in quella fase di trasferimento: gente con l’asciugamano in vita che cammina verso i bungalow, gente in dress nero e lucido che torna dai bungalow. Persone ancora sedute al tavolo della cena che finiscono il cibo e le chiacchiere, altre che si avvicinano alle strutture per decidere da dove iniziare. Mani che scorrono sui corpi, sguardi che corrono intorno. C’è l’aria di poco prima della festa: tutti sorridono, tutti sono emozionati, si sente l’elettricità nell’aria e qualcuno già gioca.

    Ti siedi sul trono che abbiamo occhieggiato ridacchiando per tutto il giorno e mi inginocchio accanto a te, sul comodo (sul serio! è imbottito) inginocchiatoio che c’è lì di fianco. Anche io sorrido, tu fumi, siamo tranquilli. Respiro l’aria serena e fresca della sera e mi godo il momento.

    Poi iniziamo.

    Mi chiudi nella gogna e cominci con le mani. È un contatto che mi porta immediatamente nel mio mondo.
    Sento l’impatto tagliente e ampio di quello che mi sembra un gatto a nove code. Una parte della mia mente passa in rassegna l’inventario dei tuoi strumenti per capire cos’è, ma ben presto viene zittita dall’impatto stesso. È pungente e lo stesso tempo pesante; strillo, mi agito e al contempo non voglio che smetti. Vieni a controllare come sto, me ne dai ancora, poi un altro po’, poi mi liberi.
    Barcollo. La mia testa galleggia in mezzo alle nuvole e mi sento un sorriso ebete stampato in faccia.

    Non capisco se per te abbiamo finito, ma io ho ancora accesa la fiamma e desidero di più. Magari sei stanco. Magari non vuoi. Un’altra volta non avrei mai chiesto; con altri non avrei mai osato. Ma mi hai cresciuta diversa. Mi appropinquo a te e ti indico la cavallina cicciona che c’è un po’ più in là e tu sogghigni e capisci e accogli la mia sfacciataggine e mi ci porti.
    Mi colpisci ancora con la Dragon che taglia e punge e sento che mi segna. Mi inarco e mi aggrappo e mi faccio trascinare via. Mi porti all’orgasmo e godo quando di nuovo mi colpisci con le mani.

    Decidi tu quando è ora di smettere, per fortuna, perché io non smetterei più.

    Mi porti in giro appesa ad un filo, mi sento un palloncino che aleggia a mezz’aria, non un pensiero mi tocca. Andiamo a prendere da bere e offro io, finalmente usando quella drink card che ho continuato a lasciare e riprendere all’ingresso.

    Ci sediamo e sorseggiamo il mojito e capisco che è il momento dei saluti, davvero stavolta. Parliamo un po’ di cose leggere, sospiriamo e ti riaccompagno ancora una volta alla tua auto. Ti guardo andare via e sono soverchiata dalle emozioni che provo, sia belle che struggenti. Sto ancora galleggiando.
    In queste poche ore è passato un altro intero giorno, o forse un mese.


    Sono ancora troppo su di giri per lasciare finire la serata; torno ancora dentro, per scoprire quanti giorni può durare una notte.

    [continua]

  • Cooldown pt.2

    Il mattino dopo – in realtà, lo stesso mattino, solo più tardi – ci svegliamo per il caldo. Abbiamo dormito tre ore e si vede. Ci aggrappiamo alle brioche. 

    Rientriamo al locale e giriamo, col sole, a vederlo come si deve. Ci accaparriamo l’ultimo gazebo libero e questo mi fa sentire come una qualche specie di VIP, con tanto di bottiglia di prosecco. E’ quello in mezzo al passaggio, forse per questo piace poco ed era rimasto libero, ma diventerà un punto di vista privilegiato durante la giornata: per osservare il passaggio, le persone, salutare, fare la spola ed essere vicini a tutto eppure nel nostro spazio. 

    Un giorno che dura una settimana. 


    Stesi sui teli nel gazebo, ti faccio un massaggio e te lo godi, poi lo faccio anche a lei ed il contatto ci avvicina. E’ così soda! Compatta, forte. Mi piace massaggiarla come mi è piaciuto massaggiare te: è un atto di servizio e mi fa sentire a posto, serena. 

    C’è il sole, c’è caldo, tutti sono nudi. Io galleggio nella sonnolenza e nei residui delle sensazioni della notte precedente, l’eccitazione, la dolce umiliazione, il piacere, la condivisione, l’ascolto. 

    I ragazzi del Project vengono da me e mi chiedono se sono disponibile a farmi fare un TK perché un ragazzo deve mostrare al maestro di corde portoghese, Pedro Cordas, se è in grado di farlo, come prerequisito per seguire il corso nel pomeriggio. Chiedo a te e a te va bene, io sono contenta di essere utile e lusingata che me l’abbiano chiesto, e so che così avrete modo di prendervi tempo per voi due da soli senza che rischi di sentirmi esclusa. Andate in piscina e quando tornate io sono già là a farmi legare; ti avvicini con un gran sorriso, guardi, poi andate a farvi un giro e io resto lì immobilizzata e serena, a chiacchierare e sorridere in compagnia. Il ragazzo che mi lega farà il corso, il maestro sembra simpatico, Andrea Ropes ha spiegato bene. 

    Ci ritroviamo al gazebo e prendiamo il prosecco e la frutta. Poi io e lei andiamo a prendere il cibo del pranzo e lo portiamo lì per mangiarlo in tranquillità. C’è tanta gente e io a tratti mi sento in ansia e metto la mascherina. Un tizio mi fa storie perché la metto; mi sento giudicata e a disagio; tu e lei prendete le mie difese al grido di “ma che si faccia i cazzi suoi”. Mi girano un po’ ma non permetto che questo mi rovini la giornata, che è meravigliosa. 

    Relax: ci rotoliamo pigri nel gazebo. Salutiamo amici. Guardiamo il passaggio e ci godiamo il nostro essere piuttosto svaccati: non sentiamo di meno anche se ostentiamo di meno, anzi. Non dover sostenere un atteggiamento formale, non dover essere bravi, ci permette di immergerci di più. Dopotutto siamo in piscina, non ad una cena in alto protocollo! 

    Un ragazzo con le corde appese in cintura viene a chiedere a lei se ha voglia di farsi legare e di nuovo per te va bene; lei va e noi andiamo a guardare: è seduta a terra, con gli occhi chiusi, lui la lega e la sposta e lei è nel suo mondo e geme quei suoi gemiti di gola, quasi dei lamenti, che ho imparato a riconoscere come gemiti di abbandono e piacere. Suona come una bimba che si lamenta, che cerca di sottrarsi, ed è dolce e sexy insieme. Sorrido, felice di vederla stare bene. 

    Andiamo a farci un giro io e te, soli ma sereni di non stare escludendo nessuno. Ci infiliamo nel labirinto del privé che è quasi freddo per l’aria condizionata e io metto la mascherina perché siamo al chiuso e mi aiuta a gestire l’ansia. Ma mi lascio guidare da te a chiuderci in uno spazio privato, riservato; sentiamo i passi ovattati di chi è appena al di là della sottile parete, qualcuno tenta la maniglia, ma siamo soli e sono felice di farmi usare da te. 

    Torniamo al sole e al caldo e al gazebo. 

    Lei ti prende in giro: “Ti porti le valigie piene di roba e non hai usato niente!” Ridiamo; per “punizione” va lei a prenderle all’armadietto. Mi trattengo dall’essere brava e andare io; invece sorrido e mi godo di vivere questa confidenza, questo gioco. Quando arriva tu apri la borsa delle fruste e ci metti a quattro zampe a prenderne un po’. Il mio grande timore di una situazione così è di viverla come una competizione: ma siamo così rilassati, ne abbiamo parlato così tanto, c’è un grande senso di serenità e io sono tranquilla: te lo dico e ci frusti insieme, un po’ all’una un po’ all’altra, tutte e due che ci offriamo a te, ed è proprio bello. Ci schiaffeggi forte il culo per farci restare lo stampo della mano, funziona e ridiamo. Mi eccito e mi diverto, c’è complicità, sto proprio bene. 

    Si fa pomeriggio inoltrato e tra poco dovrete andare via: la accompagni a casa come ieri sei andato a prenderla, sei la sua carrozza delle fiabe, da e verso un luogo altro, magico, separato dalla realtà comune, quotidiana. Vi accompagno al camper a recuperare le valigie (esci, entra, drink card…) e vi saluto, so che poi andrai anche tu verso casa; resto qui solo io. Abbiamo tutti e tre un muso lungo così. 

    Quando partite attendo un poco in camper ma poi rientro per non farmi soverchiare dalla malinconia. Mi stendo nel gazebo, da sola. Poi passa Gram e si ferma a fare due parole, la sua chiacchiera mi salva dal down: ci raccontiamo a vicenda un po’ di aneddoti, da dove arriviamo, che percorso abbiamo fatto nel bdsm. 

    Trovo altri amici del Project che non vedo da un anno e mezzo che sembrano dieci; mi offrono un vodka lemon: la cosa mi commuove, come ogni gesto gentile inaspettato e inatteso. Andiamo insieme a seguire il seminario sul consenso che si tiene a bordo piscina ed è super interessante, prendo appunti sul mio taccuino. 

    Mi tengo occupata e sono contenta di essere con amici a godermi questo tempo, il confronto di esperienze e di crescita, l’aria fresca e limpida della sera che avanza; ma sono molto più felice quando mi scrivi che torni. 


    [continua] 

  • Cooldown pt.1

    Finito il Kinksters, sono finita anche io. Ho messo giorni a riprendermi, a tornare alla noiosa normalità, a recuperare un ritmo sonno-veglia adatto alla quotidianità. Incredibile come mi adatti immediatamente agli orari notturni e dilatati del party: è come un jet lag ma nella direzione giusta, o forse è solo merito dell’eccitazione, della gioia, del desiderio di stare bene e rilassarsi e divertirsi e staccare finalmente da questo distacco forzato dalla pandemia. Il jet lag di ritorno non è altrettanto agevole. Ma pazienza. Ripenso a tutto e tutto fluisce di nuovo attraverso di me. 


    Quando parto il venerdì sera dopo il lavoro sono tutta tesa per partire, nervosa per il ritardo e il caldo, preoccupata di dimenticare qualcosa. E con tutta la tensione dell’aspettativa e del “dover fare bene” che sempre mi si attiva in una situazione nuova: ci sarà anche lei (l’altra). Penso che tutto inizierà quando sarò là, che adesso è solo teso intermezzo, invece no: mi chiami mentre sto guidando e parliamo, e anche il viaggio diventa (com’è giusto) parte del percorso. Mi aiuti ad elucubrare nella giusta direzione e i miei pensieri prima sconnessi si allineano; ci saranno molte emozioni in ballo ma ci promettiamo di non essere bravi, di comunicare, invece di fare finta che va tutto bene per non rovinare la festa (cosa che poi è proprio quella che rovina la festa). 

    Quando arrivo tu sei già lì; entriamo, facciamo un giro, incontriamo le prime persone, mangiamo del cibo, parliamo ancora, respiriamo il tramonto e poi usciamo perché tu vai a prendere lei. 

    In camper mi trascini a te; mi fai bagnare e mi chiudi i piercing che ho là sotto con un lucchetto, per farmi sentire l’attesa. 

    Nel tempo che passa preparo i letti nel camper: tre, uno per ciascuno di noi, per la massima equità. Poi rientro, faccio un giro, delle chiacchiere; quando è ora esco di nuovo per venirvi incontro al camper. 

    Per uscire lascio di nuovo la drink card e i ragazzi del locale iniziano a guardarmi perplessi. Diventerà una cosa comica, con me che esco e rientro mille volte in questi tre giorni, avanti e indietro, accompagno/vado a riprendere, lascia la drink card/recupera la drink card, fino a farmi chiamare “la tassista del Kinksters”, cosa che mi farà molto ridere. 

    Ci troviamo in camper e siamo tutti piuttosto tesi. Fa freddo, la pioggia dei giorni scorsi ha rinfrescato moltissimo e non me l’aspettavo, non ho niente da mettermi intorno. Lei mi offre il suo cardigan e dopo un attimo di tentennamento (devo essere brava, devo arrangiarmi) accetto con gratitudine. 

    Rientriamo. 

    E’ già l’una e mezza passata, venerdì sera, non ci sono moltissime persone ma l’aria è lo stesso magica: le luci soffuse, l’acqua, i bambù appesi, tu che ci guidi. 

    Andiamo da Gram a fare fire play ed è un’esperienza forte e insieme un momento stranissimo (che merita un post a parte). E’ bello essere lì insieme. Proviamo una cosa nuova per entrambe. Iniziamo davvero a rilassarci, ascoltando le sensazioni del corpo. Osservo le reazioni del suo ed empatizzo: mi affascina, mi calmo. Ci tieni la mano. Siamo ancora sul chi vive e valutiamo chi fa cosa (di più?), chi reagisce come (meglio? chi è più brava??), ma è come un sordo fastidioso rumorino di sottofondo che riusciamo ad ignorare. 

    Andate nella piscina calda e io vi aspetto fuori perché ho ancora i punti sulla gamba dove ho tolto un neo la settimana scorsa, non posso immergermi. Però mi piace essere a servizio: procuro i teli per asciugarvi quando uscirete. Quando torno vi vedo così vicini, così intimi: lo so ma è un tuffo al cuore. Ho paura di disturbare, di essere di troppo. Mi vedi e mi fai cenno di avvicinarmi e vengo ad accucciarmi lì. Ci tocchi, poi qualcosa per me suona una nota stonata e il cuore mi salta in gola. Non so cosa sia ma tu capisci e ci fermiamo. Vi porto gli asciugamani e andiamo a prendere una piadina al baracchino in fondo al prato. 

    In quel momento, contro la me stessa che mi strilla nella testa di essere brava, non dare problemi, fai la brava, comportati bene, sii contenta, sii una brava schiava, riesco invece ad esprimerti il mio malessere e c’è un lungo senso di sospensione: come quando la musica si ferma e poi ti rendi conto che non si è realmente fermata, che i bassi stanno ancora vibrando, sotto, ma sono una vibrazione che sostiene mentre tutti gli altri strumenti prendono fiato. Ecco: prendiamo fiato. 

    Mangiamo la piadina e le patatine, poi usciamo. Siamo stanchi morti, affaticati, tiriamo una tensione invisibile ma palpabile, di cui siamo consapevoli ma cui danziamo intorno cercando di scioglierla senza trovarne il capo. 

    Una volta in camper ci stendiamo tutti e tre insieme su un letto, stretti, abbracciati, in un calore che accolgo con gratitudine dopo il freddo umido dell’esterno. Ci rigiriamo. Io e lei forse cerchiamo di toccare solo te che sei in mezzo e non toccarci tra noi perché non sappiamo come fare, cosa fare, e nemmeno se lo vogliamo fare. 

    Poi, d’improvviso, spenta la luce, quella matassa di tensione che ci girava tra le mani si scioglie da sé: un groviglio che si dipana maneggiandolo, senza capire bene come abbiamo fatto. Restano dei nodi, ma è normale. Li accettiamo. La melodia fluisce. 

    Ci addormentiamo esausti alle 6.30 del mattino. 


    [continua] 

  • Kinksters Special III days

    Kinksters Special III days

    Stasera e per il weekend sarò qui.

    Dopo tanto tempo, dopo le chiusure, le limitazioni, il lockdown, il disagio, il distanziamento, il duemilaventi eccetera eccetera, dopo tutto questo – anzi: durante tutto questo ma con la sensazione che siamo già nel dopo, un durante che è un ancora che sa di dopo – rieccoci. A trovarci dal vivo, a ridere, scherzare, giocare.

    Sono emozionata. Agitata, persino. E’ passato così tanto tempo, molto di più di quanto non ne sia passato davvero: una anno che ne è durati cinque; così tanti cambiamenti, la mascherina che è diventata la mia seconda faccia, l’introversione diventata un poco di più asocialità.

    Eppure, come per tutte le altre mie cose, quando dico che non mi interessa, o che posso farne a meno, in realtà intendo che è ancora acerba. La socialità mi manca, mi manca il casino, i play party, gli amici, stare in compagnia, e poi gli occhi addosso, mostrarmi, essere esposta, e tutto.

    Un tutto che adesso è qui, e io sono in quel tutto.

  • Fare bene

    Non solo mi sento di dover fare tutto, ma di farlo bene. E, ovviamente, al primo colpo. Meno della perfezione c’è solo lo schifo, no? (Spoiler: no). 

    Per questo fatico molto ad accettare le critiche: ci ho dovuto e ci devo lavorare per ricevere la notifica di un errore senza precipitare in un abisso di disperazione in cui mi sento una incapace totale e irrecuperabile. E’ una fatica accettare di avere sbagliato e mettermi a risolvere – anche cose banali. Il mio primo istinto è la fuga, è andare a nascondermi per la vergogna. Ma è uno di quei primi istinti che non va seguito, è uno di quelli di cui diffidare. 

    E’ una delle cose in cui sono cambiata, nell’ultimo anno. Ho iniziato ad affrontare la paura, l’ansia, a smettere di fuggire e basta. E’ dura ammettere di essere scappata così tanto; da fuori, non credo di avere fatto una buona impressione. Ma ho sempre avuto vicino persone che mi hanno capita e hanno creduto in me. Ora, credo in me anche io, un pochino di più.

    La cosa fondamentale credo sia la compassione.

    Per quanto ci provi o lo desideri, infatti, non posso impedirmi di provare un’emozione, nemmeno una brutta o complicata, né di farmi prendere dall’ansia, che altro non è che attivazione emotiva. La parte peggiore non è nemmeno l’attivazione in sé: è sentirmi male per il fatto che mi sento male. Credere di essere sbagliata per il fatto stesso di provare quell’emozione negativa. Il punto però non è non provarla, anzi: è ammettere di provarla, ascoltarla, capire cosa mi sta dicendo e lavorarci, riflettere, in modo compassionevole e accogliente nei confronti di me stessa, senza giudizio. Più facile a dirsi che a farsi: quando sto male l’unica cosa che desidero è non stare male, figuriamoci star lì ad ascoltare proprio quella emozione che mi fa stare male! 

    Eppure ascoltarla è l’unico modo di placarla.

    Per questo combatto: cinque minuti di disperazione, poi respiro: mi perdono di non essere perfetta e mi rimetto al lavoro.

  • 420 km e 4 ore di sonno

    Arrivo e il mio obiettivo è efficienza. Apri il portellone, parcheggia, trova le chiavi, sali… Appena entrata mi tolgo le scarpe e prendo le mie cose da bagno.

    L’ho visto il foglio sul tavolo, ma non l’ho notato.

    Quando ci passo davanti (obiettivo: doccia e leggere i 52 messaggi accumulati nelle varie chat di gruppo su whatsapp, sono concentrata), quando ci passo davanti leggo: kat.

    È per me.

    Batticuore. Lo apro e leggo col sorriso sulle labbra come una bambina. Quando arrivo al penultimo capoverso mi salgono le lacrime. È bellissimo. Mi commuovo.

    Tolgo l’orologio senza guardarlo, il tempo cambia. Dimentico il cellulare. Rileggo il foglio più volte e ogni cosa è come una scoperta. Seguo le indicazioni (ordini?) ed esploro: annuso il whisky, resto in terrazzino a sentire il freddo, l’aria pulita di montagna, la pioggia. Ascolto i tuoni, il torrente.

    Sto benissimo, ed è appena iniziato.

  • Quando ciò che è dentro esce fuori, anche l’anima si rovescia

    Sangue, lacrime.

    Quando questi liquidi scorrono vanno ascoltati; è anima che esce, che canta, che urla.

  • Complemento di luogo

    Scorro il feed di Facebook del mio profilo vanilla e trovo un post carino di un’amica che propone un gioco: “Scrivi nei commenti ‘per Natale vorrei’ e poi completa la frase con la parola centrale suggerita dal completamento automatico del tuo telefono”. 

    Seguono commenti sgrammaticati, buffi. Sorrido e decido di partecipare. Il mio telefono così suggerisce riferimenti a cene di lavoro, a clienti e… “a Mestre”. 

    Non posso evitare che mi salti il cuore nel petto, ed osservo quelle parole con uno strano senso di emozione, nostalgia, desiderio e con un mezzo sorriso sulle labbra. 
    Resto col dito a mezz’aria, titubante se pubblicare il commento, come se il solo nome del luogo potesse in qualche modo essere rivelatorio per tutti di ciò che significa per me. 

  • 10 anni dopo

    ​Decido di passarci perché sono in vacanza lì vicino; decido di passarci per vedere se c’è ancora, e per ricordare. C’è. Un tuffo al cuore. 

    Mi ricordo ancora tutto, nei dettagli. 

    Le prime esperienze di bdsm, di play party, di cosa significa comunità. Un gruppo di gente che faceva casino, soprattutto, che rideva e mangiava insieme (il famoso sm: se magna). 

    Brividi, o, come si dice oggi, #feels. 

    Tanti ricordi di tante sensazioni, grida, lacrime, risate, ma soprattutto persone, anche chi non c’è più (ciao Geo). 

    In questo mare di fine stagione che era quello di Amici Miei, mi lascio andare ai ricordi.