Cooldown pt.2

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Il mattino dopo – in realtà, lo stesso mattino, solo più tardi – ci svegliamo per il caldo. Abbiamo dormito tre ore e si vede. Ci aggrappiamo alle brioche. 

Rientriamo al locale e giriamo, col sole, a vederlo come si deve. Ci accaparriamo l’ultimo gazebo libero e questo mi fa sentire come una qualche specie di VIP, con tanto di bottiglia di prosecco. E’ quello in mezzo al passaggio, forse per questo piace poco ed era rimasto libero, ma diventerà un punto di vista privilegiato durante la giornata: per osservare il passaggio, le persone, salutare, fare la spola ed essere vicini a tutto eppure nel nostro spazio. 

Un giorno che dura una settimana. 


Stesi sui teli nel gazebo, ti faccio un massaggio e te lo godi, poi lo faccio anche a lei ed il contatto ci avvicina. E’ così soda! Compatta, forte. Mi piace massaggiarla come mi è piaciuto massaggiare te: è un atto di servizio e mi fa sentire a posto, serena. 

C’è il sole, c’è caldo, tutti sono nudi. Io galleggio nella sonnolenza e nei residui delle sensazioni della notte precedente, l’eccitazione, la dolce umiliazione, il piacere, la condivisione, l’ascolto. 

I ragazzi del Project vengono da me e mi chiedono se sono disponibile a farmi fare un TK perché un ragazzo deve mostrare al maestro di corde portoghese, Pedro Cordas, se è in grado di farlo, come prerequisito per seguire il corso nel pomeriggio. Chiedo a te e a te va bene, io sono contenta di essere utile e lusingata che me l’abbiano chiesto, e so che così avrete modo di prendervi tempo per voi due da soli senza che rischi di sentirmi esclusa. Andate in piscina e quando tornate io sono già là a farmi legare; ti avvicini con un gran sorriso, guardi, poi andate a farvi un giro e io resto lì immobilizzata e serena, a chiacchierare e sorridere in compagnia. Il ragazzo che mi lega farà il corso, il maestro sembra simpatico, Andrea Ropes ha spiegato bene. 

Ci ritroviamo al gazebo e prendiamo il prosecco e la frutta. Poi io e lei andiamo a prendere il cibo del pranzo e lo portiamo lì per mangiarlo in tranquillità. C’è tanta gente e io a tratti mi sento in ansia e metto la mascherina. Un tizio mi fa storie perché la metto; mi sento giudicata e a disagio; tu e lei prendete le mie difese al grido di “ma che si faccia i cazzi suoi”. Mi girano un po’ ma non permetto che questo mi rovini la giornata, che è meravigliosa. 

Relax: ci rotoliamo pigri nel gazebo. Salutiamo amici. Guardiamo il passaggio e ci godiamo il nostro essere piuttosto svaccati: non sentiamo di meno anche se ostentiamo di meno, anzi. Non dover sostenere un atteggiamento formale, non dover essere bravi, ci permette di immergerci di più. Dopotutto siamo in piscina, non ad una cena in alto protocollo! 

Un ragazzo con le corde appese in cintura viene a chiedere a lei se ha voglia di farsi legare e di nuovo per te va bene; lei va e noi andiamo a guardare: è seduta a terra, con gli occhi chiusi, lui la lega e la sposta e lei è nel suo mondo e geme quei suoi gemiti di gola, quasi dei lamenti, che ho imparato a riconoscere come gemiti di abbandono e piacere. Suona come una bimba che si lamenta, che cerca di sottrarsi, ed è dolce e sexy insieme. Sorrido, felice di vederla stare bene. 

Andiamo a farci un giro io e te, soli ma sereni di non stare escludendo nessuno. Ci infiliamo nel labirinto del privé che è quasi freddo per l’aria condizionata e io metto la mascherina perché siamo al chiuso e mi aiuta a gestire l’ansia. Ma mi lascio guidare da te a chiuderci in uno spazio privato, riservato; sentiamo i passi ovattati di chi è appena al di là della sottile parete, qualcuno tenta la maniglia, ma siamo soli e sono felice di farmi usare da te. 

Torniamo al sole e al caldo e al gazebo. 

Lei ti prende in giro: “Ti porti le valigie piene di roba e non hai usato niente!” Ridiamo; per “punizione” va lei a prenderle all’armadietto. Mi trattengo dall’essere brava e andare io; invece sorrido e mi godo di vivere questa confidenza, questo gioco. Quando arriva tu apri la borsa delle fruste e ci metti a quattro zampe a prenderne un po’. Il mio grande timore di una situazione così è di viverla come una competizione: ma siamo così rilassati, ne abbiamo parlato così tanto, c’è un grande senso di serenità e io sono tranquilla: te lo dico e ci frusti insieme, un po’ all’una un po’ all’altra, tutte e due che ci offriamo a te, ed è proprio bello. Ci schiaffeggi forte il culo per farci restare lo stampo della mano, funziona e ridiamo. Mi eccito e mi diverto, c’è complicità, sto proprio bene. 

Si fa pomeriggio inoltrato e tra poco dovrete andare via: la accompagni a casa come ieri sei andato a prenderla, sei la sua carrozza delle fiabe, da e verso un luogo altro, magico, separato dalla realtà comune, quotidiana. Vi accompagno al camper a recuperare le valigie (esci, entra, drink card…) e vi saluto, so che poi andrai anche tu verso casa; resto qui solo io. Abbiamo tutti e tre un muso lungo così. 

Quando partite attendo un poco in camper ma poi rientro per non farmi soverchiare dalla malinconia. Mi stendo nel gazebo, da sola. Poi passa Gram e si ferma a fare due parole, la sua chiacchiera mi salva dal down: ci raccontiamo a vicenda un po’ di aneddoti, da dove arriviamo, che percorso abbiamo fatto nel bdsm. 

Trovo altri amici del Project che non vedo da un anno e mezzo che sembrano dieci; mi offrono un vodka lemon: la cosa mi commuove, come ogni gesto gentile inaspettato e inatteso. Andiamo insieme a seguire il seminario sul consenso che si tiene a bordo piscina ed è super interessante, prendo appunti sul mio taccuino. 

Mi tengo occupata e sono contenta di essere con amici a godermi questo tempo, il confronto di esperienze e di crescita, l’aria fresca e limpida della sera che avanza; ma sono molto più felice quando mi scrivi che torni. 


[continua] 

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