Tremare

Mi prendi per l’anello del collare e mi porti di là; mi fai mettere in ginocchio, nella vasca. Cerco di mettermi in nadu, le ginocchia larghe; tengo lo sguardo basso.

Tremo.

Non c’è freddo. Ci sono 22 gradi in questa casa. Non ho freddo, credo. Ma tremo. Forse è il freddo della ceramica della vasca? Forse è altro. Vorrei non tremare. Ma tremo.

Alzo un poco gli occhi e ti vedo. Ti guardo. A questa altezza. Guardo che ti apri i pantaloni e aspetto. Tremo. Il getto è caldo. Tremo ancora, più forte. Boccheggio.

Mi dici di mettere le mani a coppa. Dirigi il getto sul mio petto, sulle mani, sulla pancia; la sento scorrere, calda, su tutto il corpo, tra le gambe. Tremo.

Quando capisco che hai finito, sempre tremando apro la bocca, tiro fuori la lingua e mi allungo. Ne sento il sapore in fondo al palato. Sbavo. Mi prendi per i capelli.

Mi tiri via. “Apri”. Il tuo sputo mi cola sulla lingua. Sempre tenendomi per i capelli mi spingi giù, nella vasca, in basso. In quel liquido giallo. Tremo.

Apro gli occhi e mi vedo, ti vedo: specchiati nel tappo cromato e convesso della vasca. Il mio volto vicinissimo, distorto, il trucco colato, la bocca aperta, ansimante. Tu dietro, in alto, mi guardi, gli occhi due fessure. Mi spingi più giù. Nel piscio e nello sputo. Tremo.

Armeggi con la cornetta della doccia, apri l’acqua, la saggi con la mano. Mi tiro un poco su. Penso: non lo farà; aspetterà che venga calda. Il getto ghiacciato mi investe all’improvviso. Urlo. L’acqua è gelida, mi sposti per pulirmi e me la fai passare su tutto il corpo. Tremo, tremo violentemente, è il freddo, certo, ma è anche altro.

Molto altro.

Tremo e strillo in singulti, l’acqua freddissima mi lava via tutto. Tutto.

Poi, aspetti davvero che venga calda e mi sciacqui ancora. La chiudi, mi fai uscire e mi avvolgi nell’enorme accappatoio rosa che hai lì. Mi massaggi per asciugarmi. Sento la tua presenza, la tua cura. Mi riporti a letto e mi metti, nuda, sotto le coperte.

Non tremo più.

 

Pausa pranzo 

Pausa pranzo al parco. 

Sole caldo, aria frizzante, solitudine perfetta. Pomodorini e pensieri. Respiro: sto bene. 

Bonus: giro sull’altalena ^^ 

Dentro di me avrò 12 anni per sempre… 

Allo scatto della mezzanotte

La luce viola illumina la stanza; il collare di cuoio, con il Suo nome inciso sopra, mi osserva dal divano, poco distante. A cuccia, gli ultimi istanti prima del sonno.
Emozioni, sensazioni contrastanti; un sì ponderato.
Più di tutto è forte la consapevolezza che questo nuovo inizio deve essere nuovo anche per me. Soprattutto per me. Non distribuire responsabilità ma assumermi le mie, riconoscerle.
Essere più orientata, davvero, dal profondo, al senso dell’essere schiava: fare le cose per il Suo benessere, il Suo piacere, ed in questo trovare il mio. Smettere di pretendere e iniziare a dare. Piantarla coi pensieri ossessivi, con le seghe mentali, con il voler definire financo il dettaglio più insignificante, e vivere ciò che viene. Assaporare il momento. VIVERLO.
Abbiamo sviscerato lo sviscerabile, e non dico che non fosse necessario; ma abbiamo parlato fino a non poterne più, nessuno di noi. Ora basta. Basta!
Pensa in ruolo.
Trova appagamento nello restare a terra, nel dare del lei, nel prestare servizio. Nel silenzio. Nel dover chiedere il permesso. Nell’avere messo uno smalto che piace a Lui e non a me.
Smetti di anelare al riconoscimento esplicito, al pat pat sulla testa; non farti spingere dal desiderio di compiacere, ma lascia che ti raggiunga la comprensione del Suo compiacimento.
Respiro a fondo, chiudo gli occhi. Lascio andare.

Di più

C’è sempre qualcos’altro.
Qualcosa che non ho fatto, o che ho dimenticato, o cui non avevo pensato.
Qualcosa che avrei potuto fare meglio, o di più, o prima.
Sì, me l’hanno detto che non sono onniscente, né ubiqua, né onnipotente; ma non ci ho creduto. Invece, ho pensato che non faccio mai abbastanza; perché quell’abbastanza si sposta sempre un po’ più in là, fuori dalla mia portata. Perché c’è sempre qualcosa che manca, che non è perfetto.
Anche se ho fatto del mio meglio, il mio meglio mi pare sempre poco.
Anche se mi impegno, c’è sempre qualcun altro che fa di più.
Anche se ho tirato a lucido la cucina, il bagno è ancora sporco.
Quello che faccio viene sempre surclassato da quello che non ho fatto, o che non ho fatto ancora, o che non ho fatto bene. Nella mia testa, non ho speranze di poter dire: ecco. Ho finito. Sono stata brava.
Per questo anelo disperatamente a sentirmi dire ‘brava’. Una parola che mi consoli per un po’, che mi levi questo peso dal petto. Un momento di pace, la mente sgombra, la voce che mi incalza finalmente messa a tacere.
Accucciata ai Suoi piedi senza pensieri.