subservientspace

for this is what I feel

Tag: gioco

  • Posizione

    C’è un movimento quasi impercettibile ma evidente. Lo vedo nella ragazza alla croce mentre sta venendo frustata e lo riconosco. Lo faccio anche io quando, in quei momenti, il dolore diventa piacere e mi ci abbandono, anzi: lo incoraggio.

    È un lieve inarcarsi della schiena, uno sporgere un poco di più il culo. Ci si offre ai colpi, ma non solo; il messaggio sotteso è: ancora, di più.

    Dice: Colpiscimi ancora, per favore; colpiscimi più forte. Fammi andare nel mio mondo e fammi restare là a lungo, a galleggiare in quelle acque profonde e buie e accoglienti.

    Quella posizione è un aprirsi del corpo e dell’anima, un esporre il desiderio, il bisogno di ricevere quei colpi.

    Guardo le persone giocare e sorrido; come sempre, poter assistere al dipanarsi di quell’appagamento è un privilegio e una gioia.

  • Need/Want

    Giocando a World of Warcraft si possono fare delle incursioni in gruppo in sotto-ambienti dedicati che si ricaricano da zero per ogni gruppo che ci entra, detti instance (mentre il resto del gioco è in tempo reale per tutti). Nelle instance si combattono dei mostri speciali che, morendo, lasciano un loot (un bottino) speciale. Siccome si è in gruppo, il bottino è offerto a tutti i membri del gruppo, e quando appare ognuno può cliccare “want” se lo vuole o “need” per accaparrarselo. Se tutti scelgono “want” il gioco seleziona un vincitore a caso, che ottiene l’oggetto; se uno sceglie “need” l’oggetto va a lui.

    Per me il BDSM è un “need”.

    Non è solo una cosa che desidero, che vorrei ma così, senza impegno, cui partecipo e se la ottengo bene, se no bene lo stesso, l’importante è partecipare e divertirsi. No. Entro in questa instance apposta per averlo, ne ho bisogno.

    Non solo: il BDSM per me è sia l’instance stessa sia il loot da ottenere. Un’esperienza unica, che si ricrea per me ogni volta che ci entro, anche se può sembrare uguale a se stessa. Un dono che mi porto indietro, speciale e prezioso, che mi servirà poi nel resto della mia vita, per stare bene, per affrontare tutto il resto.

  • Cooldown pt.4

    Rientro e sono contenta, stavolta non mi viene lo struggimento malinconico della solitudine. Sento ancora addosso la tua presenza, viaggio in una culla di endorfine e contentezza.


    Gram è tornato alla sua postazione da fire play e gli chiedo se gli va di farmi fare un altro giro, visto che mi ha detto che la seconda volta spesso risulta percepita in un modo completamente diverso rispetto alla prima, pur facendo le stesse cose. Sono molto curiosa, ma lo avviso che poco più di mezz’ora prima ho ricevuto un bel po’ di impact play… mi guarda e mi fa: eh allora solo davanti, per forza. Non si passa la fiamma su abrasioni fresche. Apprezzo ancora il suo approccio di sicurezza e mi stendo sul suo letto freddo e bagnato d’acqua (sempre per la sicurezza). Tremo e la fiamma mi scalda, ma lui nota come io mi arrossi subito, forse perché oggi ho preso il sole (oggi? non era la settimana scorsa?!), quindi facciamo una cosa molto breve e ammetto che mi dispiace, ma va bene così, meglio non strafare. Scendo e mi “rivesto” tra virgolette con la microtutina che indosso come dress. Propongo a Gram di fare trampling su di lui come scambio: so che a lui piace, a me non dice nulla ma mi fa piacere fargli un piacere, e tu mi hai già dato il permesso di farlo. Aspetto che faccia fire play su un’altra ragazza e intanto chiacchiero col Daddy di lei, che è un amico.

    Sono molto rilassata, non sento alcuna pressione, alcuna necessità, alcun dovere che incombe. E’ una bella sensazione di confortevole vuoto. L’unico fastidio è, a tratti, l’ansia da covid che torna a mordicchiarmi le caviglie e mi fa mettere la mascherina; l’isolamento prolungato mi ha reso difficoltoso stare in luoghi con molta gente – anche se qui tutti o sono vaccinati o hanno fatto un tampone all’ingresso, quindi il livello di sicurezza è ottimale. Piuttosto di fuggire a chiudermi in camper, preferisco il compromesso: mi metto la mascherina e mi godo la compagnia.

    Dopo poco, seguo Gram in un luogo adatto e tra le chiacchiere negoziamo cosa fare come, e facciamo trampling. E’ una cosa così curiosa, un’esperienza così fuori dai miei schemi, soprattutto fatta con un animo così peculiare, che mi stimola un sacco di pensieri, e per questo meriterà anche un post a se stante. In questa sensazione di confortevole vuoto, camminargli addosso è rilassante e piacevole, assaporo la sua espressione beata e sono felice di riflesso.

    Rientriamo nella folla, beviamo una bibita, facciamo chiacchiere, incontriamo altre persone.
    Chiacchiere, chiacchiere, risate. Si fanno le due, circa, e decido che è il momento di salutare e concludere questa infinita, immensa serata. Raggiungo il camper e mi arrampico sul letto della mansarda, quello dove ieri notte (stamattina? un mese fa?!) hai dormito tu. Mi accuccio lì e scivolo serena tra le braccia di Morfeo.


    Il mattino dopo mi sveglio lentamente e ancora sorridente.
    Bevo il succo di frutta che ho lì, mi vesto e preparo il camper per partire; quando apre il locale rientro in cerca di caffè e per salutare gli amici. Tutti si aggirano ancora sonnolenti e sorridenti, molti con l’asciugamano in vita, sembrano semplici villeggianti in piscina e poi noto che almeno la metà ha una o due fruste in mano. Questa normalità aumentata è stupenda: libertà di viversi, di essere se stessi, di aprirsi, di essere capiti e accolti.

    Finito il caffè e i dolci offerti, finiti i saluti, con il sole nel cuore ingrano la marcia del camper e riparto. La lunga strada verso casa è un planare lento e necessario. I ricordi mi scuotono di brividi e sorrisi.

    Grazie.

  • Regressione

    Quando sono da Loro, improvvisamente regredisco ad un’età pre-puberale.
    Divento piccola e deficiente, capricciosa e sciocca. Faccio le faccine offese, metto il broncio… insomma agisco a metà tra una bambina di 5 anni e una ragazzina di 12. Divento quasi incapace di ragionare in modo adulto e razionale, di relazionarmi in modo maturo: mi offendo (o faccio l’offesa) e divento permalosa. Ancora di più: non faccio più niente; divento estremamente passiva ed aspetto che mi venga detto cosa fare, o che mi vengano fatte cose.
    Una parte di me grida vendetta. Ma come! Sono una persona adulta, intelligente, capace, e mi comporto come un’assoluta scema inetta.
    Un’altra parte di me ride, pazzamente divertita dal fare la cretina, dal dire battute imbecilli e venire guardata male. Mi piace fare i capriccini e parlare in modo lamentoso.
    In ogni caso, non riesco ad impedirmelo.
    Certo, se mi viene affidato un compito od un lavoro che richieda le mie competenze di adulta lo faccio; ma è un momento circoscritto. Preferisco essere piccola (fingere di esserlo).
    E’ come se, arrivando da Loro, mi togliessi di dosso la me stessa matura, come fosse un soprabito ingombrante e scomodo; lo ripongo nell’armadio in ingresso e posso finalmente scorazzare come la bimba che sono, dentro. Posso giocare, ed essere il Loro giocattolo, senza pensieri. Quando me ne vado, mi rimetto il soprabito – e in qualche modo è meno faticoso da indossare.

  • M

    Mi passa le mani sulla schiena ed io mi inarco per seguirlo; lo bacio, e mi bacia in risposta.
    Abbiamo superato l’essere semplici amici; mi sono proposta io, dopo quasi un anno di valutazioni se farlo o meno, se coinvolgere una persona “normale”, un amico “vanilla”, ad un rapporto di poliamore. Sulle prime ci è rimasto in effetti di sasso; ma si è poi buttato con notevole slancio.
    Progressivamente mi passa le mani addosso con più forza; mi preme le dita nelle carni. Gemo, lo assecondo, gli dico sì, di più. Mi graffia leggermente ed io ansimo, e lo incoraggio a provare più forte. Sorride.
    Arriccia le labbra e scopre i denti; ha il respiro pesante e le pupille dilatate; i suoi profondi occhi azzurri, puntati saldamente su di me a cogliere ogni mio fremito, mi fanno sentire ancora più nuda e inerme.
    Le sue mani si muovono decise, le dita trovano anfratti di me che non conoscevo.
    Ansimo e tremo, non credevo di poter godere così; mi afferro a lui, ai suoi vestiti, apro la bocca per gemere e gridare e rovescio la testa all’indietro. Mi succhia le labbra e la lingua e le sue unghie mi affondano nella carne. Il respiro mi si mozza in gola in un singulto: piacere e dolore e di nuovo piacere – il dolore che per me è piacere, il piacere sessuale puro che che mi si irradia dentro da in mezzo alle cosce.
    Il primo colpo arriva che non me lo aspetto, ma non è forse sempre così? Mi schiaffeggia forte il seno.
    Strillo.
    Lui esita; mi guarda e il suo sguardo si fa dolce: “Ti ho fatto male?”, chiede, sinceramente preoccupato.
    Lo guardo con occhi liquidi e gli faccio un sorrisone: “Sì – rispondo – e mi piace”.
    Lui sorride in risposta, ed il sorriso gli si muta di nuovo in sogghigno; il viso gli si trasfigura nel muso di un predatore, emette fiato dalle narici ed alza nuovamente la mano, caricando il colpo successivo.
    Mi lascio soverchiare dai brividi che mi dà il sentirlo sopra di me, espongo il corpo e mi sottometto felice al farmi fare qualsiasi cosa, lasciandomi andare al solo sentire, senza più pensare.

    E rotolo ridendo incredula dell’aver trovato e scelto, a caso stavolta, ma di nuovo, un uomo dall’indole dominante.