subservientspace

for this is what I feel

Tag: introversa

  • Social

    Sono una persona introversa, ma questo non significa che non mi piaccia stare in compagnia, anche. Dipende dalla compagnia, naturalmente, e poi ho bisogno di riprendermi. Ricaricare le mie pile sociali. 

    Succede che vado ad una grigliata con amici vanilla, non ne ho molta voglia ma mio marito mi coinvolge e so quanto lui ci tenga, e io sono una people pleaser, specie per qualcuno per me importante. Così andiamo e io per sciogliere la tensione della socialità bevo un paio di birre. Le birre sono più forti del previsto, e a queste seguono degli shot di un liquore dolce che va giù senza nemmeno accorgermene. 

    In breve io stessa vado giù senza nemmeno accorgermene. Rotolo giù dalla collina della socializzazione e prendo sempre più velocità, il declivio si fa sempre più ripido. Sono quasi ubriaca, mantengo una percentuale di lucidità che mi fa gestire il discorso, ma lo sento che rotolo. Chiacchiero, rido, scherzo, sto vicina alla gente, annuisco, interagisco, ascolto, intervengo. Sempre più veloce. 

    Quando arrivo in fondo alla scarpata e alla giornata, sono distrutta. Gli altri non sembrano soffrire la discesa come me, continuano a chiacchierare. Io non ce la faccio più. Non mi sono forse divertita, non sono forse persone simpatiche? Certo che sì. Ma le mie energie sociali sono limitate. 

    Mi astraggo, mi distraggo, cerco di stare attenta ma riesco solo a pensare che voglio andare a casa e stare sola. Fare una passeggiata, lenta, in piano, col mio passo, senza dover attivare tutte le mie energie per interagire, lasciando che si ricarichino attraverso il respiro, la lentezza, l’aria buona. Senza gettarmi nella scarpata ma seguendo il sentiero.

  • Estrovertitudine

    Poi invece in alcune situazioni sociali navigo sorprendentemente bene.

    Capita quando sono serena; allora anche i momenti di straniamento non mi sfasano, ma ci passo attraverso e ritorno nella realtà condivisa un solo passo più in là. Affronto il timore della socialità con coraggio, parlo, mi confronto con gli altri.

    Se sono in un gruppo in cui mi sento accolta, in cui so di poter mostrare ogni lato di me stessa, mi tranquillizzo. Perdo la paura del giudizio e mi apro. Mi integro, ascolto, mi racconto.

    Succede così al Munch Magnagatti.

    Tutti sono in uno stato d’animo curioso, aperto, desideroso di confrontarsi: lo si può quasi percepire nell’aria. Mi lascio trasportare da questa atmosfera. Il cibo è buono e la compagnia ottima.

    Mi accorgo allora di non essere sola. Le mie esperienze non accadono né sono accadute in un vuoto: anche se non lo sapevo, sono condivise, simili, mi collegano ad altre persone. Quello che ho da dire viene ascoltato, quello che dicono gli altri lo ascolto e me ne abbevero. Non smetto mai di imparare.

    Ci sono persone a me affini, che mi fanno sentire capita nel mio sentire. E persone così diverse che è una crescita già solo poterle ascoltare. Nessuno detiene la Verità, ma ognuno si porta a casa una piccola verità, la propria, germogliata nella condivisione.

    Rientro a casa alle due e mezzo del mattino sorridente e felice.

  • Introvertitudine

    C’è un momento, mentre sono con altre persone in un gruppo numeroso, in cui d’improvviso mi traslo su un diverso piano di esistenza, in cui sono ancora lì ma non ci sono; vedo e sento, ma non sono più in grado di interagire.

    Sono sfasata.

    Non capisco se gli altri si accorgono ancora della mia presenza, o se diventi anche invisibile, o solo parzialmente visibile (credo quest’ultima). La mia voce diventa ovattata, flebile: mi pare di parlare ad alta voce ma nessuno mi sente. Gli altri parlano tra loro e io non riesco più ad intervenire, non so nemmeno più cosa dire. Tutti si conoscono tra loro e io non conosco nessuno, nessuno conosce me, né mi riconosce. Mi muovo tra i gruppetti che chiacchierano e interagiscono ma non riesco ad inserirmi; resto al margine esterno, esclusa. Non lo fanno apposta: non sono più sullo stesso piano di realtà condiviso dagli altri; non sono loro ad ignorarmi, sono io che sono fuori dalla loro percezione.

    E’ una sensazione devastante. Vorrei potermi avvicinare, essere ascoltata, riconosciuta. Ma in quei momenti è impossibile. Mi coglie la drammatica consapevolezza di non sapere come fare a interagire. In questo sfasamento, perdo le mie capacità sociali.

    Allora faccio un sorriso di circostanza, ascolto, annuisco, faccio come se le persone stessero parlando anche con me, anche se non è così. Combatto il disagio e il desiderio di andarmene, visto che non appartengo più a questo consesso. Faccio l’ospite, la tappezzeria, divento parte di quel mobilio di cui ti accorgi ma non ti accorgi davvero: è lì ma ci giri attorno. A volte, è un punto di vista privilegiato: osservo il mondo da fuori, in modo onirico, noto dettagli, prendo appunti mentali, mi godo a vedere gli altri stare insieme, come fosse una proiezione cui solo io sono invitata.

    Poi il sogno si spezza, qualcosa cambia di nuovo e torno ad allinearmi con la realtà comune: qualcuno mi guarda, io dico qualcosa, mi torna una risposta, riesco di nuovo a scambiare sorrisi e parole.

    Mi resta la paura di non sapere cosa sia successo, il timore di quando questo sfasamento accadrà di nuovo. Prima che succeda saluto, mi allontano e penso che vada bene anche così; so che non è una colpa né un’incapacità ma solo una circostanza: prendo la socialità che riesco a prendere, tutto il resto rimane fuori dalla mia portata.